L’oro sta assumendo un ruolo sempre più centrale nei portafogli di investimento, andando oltre la funzione tradizionale di semplice copertura. “Pur continuando a svolgere una funzione di assicurazione contro il venir meno della correlazione tra azioni e obbligazioni e in un contesto geopolitico più incerto, l’oro si sta gradualmente affermando come una vera e propria scelta di allocazione”, spiegano Thibaut Dorlet, senior multi-asset fund manager, e Johann Mauchand, senior fund manager, di Candriam.
Diversi fattori strutturali sostengono questa trasformazione. In primo luogo, “le riallocazioni delle banche centrali dal dollaro all’oro stanno fornendo un sostegno presumibilmente duraturo, uno sviluppo che è solo debolmente sensibile al prezzo”. La Banca popolare cinese, ad esempio, detiene ufficialmente solo il 7,7% delle sue riserve in oro: una convergenza verso il circa 20% osservato nelle banche centrali dei G10 implicherebbe quasi 3.300 tonnellate di acquisti aggiuntivi, equivalenti a diversi anni di accumulo, secondo Bloomberg.
Anche il contesto macroeconomico è cambiato profondamente. “I tassi reali persistentemente bassi, le politiche fiscali espansive e i crescenti interrogativi sulla sostenibilità del debito pubblico rafforzano la necessità di detenere un asset indipendente da qualsiasi ente sovrano. L’oro sta diventando un asset ad alta convinzione e un elemento di bilanciamento naturale nei portafogli”, sottolineano Dorlet e Mauchand.
L’ampliamento dei canali di accesso agli investimenti in oro, in particolare attraverso gli ETF, ha ulteriormente rafforzato questa tendenza. “L’ascesa degli ETF ha consentito a una base più ampia di investitori, retail, privati e istituzionali, di ottenere facilmente esposizione al metallo giallo”, aggiungono gli esperti.
Secondo Candriam, i recenti movimenti di mercato “evidenziano una riallocazione strutturale, piuttosto che una mera speculazione, verso un asset diventato un pilastro strategico. Oggi l’oro combina due funzioni essenziali: quella di cuscinetto in periodi di stress e quella di driver di diversificazione in mercati instabili”.
Oro e altri strumenti di diversificazione
In un contesto in cui gli asset tradizionalmente considerati beni rifugio mostrano performance contrastanti, l’oro si distingue. Le obbligazioni sovrane, da sempre un buon ammortizzatore naturale, hanno perso parte del loro potere di diversificazione con il ritorno dell’inflazione e le tensioni geopolitiche. Il dollaro USA mantiene un ruolo centrale, ma il deficit fiscale e la diversificazione degli investitori indeboliscono la sua stabilità. Franci svizzeri e yen restano valute rifugio, ma la loro efficacia dipende dalle scelte di politica monetaria interna.
“Il Bitcoin, talvolta chiamato oro digitale, beneficia della sua offerta limitata, ma rimane soprattutto un asset opportunistico, fortemente dipendente dalle condizioni di liquidità. Dal canto loro, le strategie CTA (Commodity Trading Advisors) possono offrire una diversificazione utile, in particolare nelle fasi direzionali o in caso di shock estremi”, precisano Dorlet e Mauchand.
In questo panorama frammentato, l’oro emerge come uno dei pochi asset capaci di offrire indipendenza dal rischio sovrano, resilienza nei periodi di recessione e un profilo di rischio/rendimento interessante.
Come proteggere i portafogli nel 2026
Dorlet e Mauchand spiegano che l’integrazione dell’oro nei portafogli è supportata anche dai modelli quantitativi. “Abbiamo esaminato due periodi, un regime di mercato stabile dal 1995 al 2017 e un periodo caratterizzato da maggiori turbolenze dal 2018 al 2025, utilizzando un modello di ottimizzazione proprietario per determinare quali sarebbero state, col senno di poi, le allocazioni verso gli asset più desiderabili in base a diversi livelli di rischio e rendimento”.
I risultati mostrano come, sebbene nel periodo 1995-2017 l’oro fosse presente nei portafogli ottimali in modo opportunistico, dal 2018 ha assunto un ruolo sempre più centrale. “Le allocazioni ottimali verso l’oro raggiungono oltre il 20% a seconda degli obiettivi di performance, a testimonianza del suo maggiore contributo al profilo di rischio/rendimento. I CTA integrano questo blocco, mentre il ruolo delle valute rifugio si sta affievolendo”, spiegano.
Una rinascita strategica
Secondo Candriam, l’oro sta vivendo una vera e propria rinascita. “Dai dati emerge che l’oro, da asset marginale, sta diventando una componente strategica delle allocazioni a lungo termine. Fattori strutturali quali gli acquisti delle banche centrali, l’instabilità macroeconomica e la maggiore accessibilità agli investimenti continuano a rafforzarne l’attrattiva, mentre i limiti del duo azioni-obbligazioni si stanno riducendo”.
I modelli di ottimizzazione confermano che, per obiettivi di rendimento più elevati, “l’integrazione graduale di oro e CTA diventa essenziale per migliorare il profilo rischio/rendimento”. La questione per il 2026, concludono Dorlet e Mauchand, “non è se detenere l’oro, ma in quale misura integrarlo su base duratura come ancora difensiva e componente strategica in un portafoglio progettato per affrontare un futuro più incerto”.
