Il 2026 si profila per gli investitori un anno, a dir poco, un anno complicato per gli investitori dopo i rally di diverse asset class nel 2025 e dato lo scenario macro e geopolitico a livello globale. Come muoversi al meglio? Ecco di seguito le indicazioni dei gestori di Artemis IM.
Azionario
In un mercato azionario globale che appare sempre più concentrato su pochi titoli tecnologici statunitensi, la ricerca di opportunità diventa una sfida di posizionamento e coraggio. Jacob de Tusch-Lec, gestore dell’Artemis Global Income Fund, invita gli investitori a guardare oltre le tendenze dominanti del recente passato, individuando valore in aree geografiche e settoriali oggi trascurate, in un mondo radicalmente cambiato.
Il pericolo del “crowding” e la svolta del cambio di regime
Per de Tusch-Lec, la domanda cruciale è una: “Una delle domande chiave per gli investitori attivi dovrebbe riguardare il crowding e il posizionamento del portafoglio”. Secondo il gestore, i portafogli riflettono ancora l’era precedente: “Abbiamo avuto un lungo periodo di tassi molto bassi, con una sovraperformance delle azioni statunitensi… un lungo periodo di dollaro forte. E penso che molti portafogli si siano probabilmente concentrati un po’ troppo su ciò che ha funzionato bene in passato”.
La sua strategia si adatta a una nuova realtà: “Siamo molto concentrati sull’idea di avere un po’ più di esposizione nei mercati emergenti, un po’ al di fuori dei settori costosi e affollati, e di giocare sul tema del cambiamento di regime… da un mondo in cui l’inflazione era molto bassa e i tassi erano molto bassi, a un mondo di turbulenze politiche, tassi più alti e inflazione più alta”.
Convergenza di valutazioni, ma non ovunque
Il gestore riconosce che alcune discrepanze si sono ridotte: “Nell’ultimo anno abbiamo assistito a una certa convergenza tra i settori costosi e quelli economici… Alcuni settori che ci piacciono, come i titoli della difesa, sono diventati costosi”. Tuttavia, il cuore del problema rimane: “continuiamo a vedere che i titoli di qualità negli Stati Uniti, i titoli tecnologici, sono piuttosto costosi. I rendimenti del flusso di cassa libero sono bassi, i rendimenti dei dividendi sono inesistenti”.
Il contrasto con altre aree è netto: “Se invece guardiamo ai mercati emergenti e anche ad alcune parti dell’Europa, possiamo ottenere ottimi rendimenti da dividendi a multipli relativamente bassi”.
Geopolitica: il nuovo fattore dominante dei mercati
In questo scenario, la geopolitica non è più un rumore di fondo, ma un driver primario. “Ci troviamo in un contesto in cui la geopolitica è molto importante, sia nel breve che nel lungo termine”, afferma de Tusch-Lec.
Il cambio di paradigma è epocale: “A più lungo termine, stiamo anche assistendo al declino della Pax Americana… questo cambia i modelli commerciali, cambia i flussi di capitale. Il capitale non va più solo negli Stati Uniti, ora viene reindirizzato. Il capitale viene utilizzato come arma”. Questa nuova dinamica ha conseguenze dirette: “c’è un aspetto politico nella direzione dei flussi di capitale, dei risparmi in eccesso, e questo ha un impatto sulla redditività, sui costi di finanziamento e quindi anche sui multipli”. La sua conclusione è netta: “la geopolitica è sempre importante, ma probabilmente oggi lo è più di quanto lo fosse, diciamo, 10 anni fa”.
L’universo si allarga per l’investitore orientato al reddito
Proprio in questa complessità, de Tusch-Lec vede un’opportunità strutturale per gli investitori in cerca di reddito. “Come investitore orientato al reddito, questo è un contesto interessante”, osserva. La concentrazione del mercato statunitense, con “alcune società enormi… [che] non offrono rendimenti elevati”, spinge a cercare altrove.
La vera opportunità risiede nella diversificazione: “su base equamente ponderata, nel nostro universo ci sono migliaia di titoli che offrono rendimenti discreti, multipli non esigenti e dove vediamo effettivamente alcune buone opportunità”. La regola empirica diventa concreta: “ci sono molti titoli che si possono acquistare con un rendimento superiore al tasso decennale in quella valuta”. In questo senso paradossale, conclude il gestore, “l’universo investibile si è ampliato negli ultimi anni”.
Mentre i mercati guardano al prossimo anno, gli investitori cercano di districarsi tra venti favorevoli e potenziali turbolenze. Cormac Weldon, responsabile azionario USA di Artemis IM, delinea per il 2026 uno scenario fondamentalmente positivo per le azioni statunitensi, pur senza sottovalutare alcuni rischi chiave e le incognite della politica monetaria e fiscale.
I pilastri dell’ottimismo
Per Weldon, il quadro favorevole poggia su tre cardini. “Per il 2026, ritengo che il fattore favorevole principale sarà il proseguimento di una crescita economica moderata”, afferma l’esperto, non escludendo una possibile accelerazione “grazie agli incentivi previsti dal One Big Beautiful Bill”. Un secondo sostegno viene dalla politica monetaria: “Abbiamo assistito a recenti tagli dei tassi di interesse e alla possibilità che tali tagli continuino, il che aiuterà alcuni settori dell’economia che finora sono rimasti indietro, come ad esempio quello immobiliare”.
Il terzo pilastro è la robustezza corporate. “I bilanci sono in buona salute e le aziende sono state in grado di produrre una forte crescita degli utili anche in un contesto di crescita economica moderata. Per il 2026, prevediamo che il mercato sarà in grado di registrare una crescita degli utili del 10% o più”, sottolinea Weldon, aggiungendo che “un aspetto positivo per gli investitori azionari è che nel 2026 vedremo un numero maggiore di aziende registrare una crescita degli utili migliore, il che ci offrirà più alternative di investimento”.
Il nodo lavoro e l’incognita Fed
Il principale “vento contrario” da monitorare, secondo il gestore, è l’evoluzione del mercato del lavoro. “Siamo passati da un periodo di forte crescita della forza lavoro e bassa disoccupazione a quello attuale, in cui si registrano solo alcuni segnali di debolezza”. La domanda è se “tale debolezza si diffonderà e si accentuerà”. Tuttavia, Weldon vede un potenziale ammortizzatore: “Se dovessimo assistere a un indebolimento dei mercati del lavoro, siamo abbastanza sicuri che la Federal Reserve taglierà i tassi di interesse in modo ancora più aggressivo, il che aiuterà i mercati azionari”.
MAG 7 e oltre: un panorama in evoluzione
Sul tema dominante dei titoli tecnologici, Weldon riconosce l’importanza delle cosiddette “Magnificent Seven”. “Certamente, fare le scelte giuste sulle MAG 7 è stato, è e continuerà ad essere molto importante. Stiamo assistendo a un ciclo di investimenti di capitale molto significativo”, osserva. Tuttavia, invita a non avere un approccio miope: “Dobbiamo essere molto consapevoli che il denaro viene speso in aziende che non fanno parte delle MAG 7. Ad esempio, le aziende elettriche e molte aziende di semiconduttori”.
La sua posizione è di attenta osservazione: “Innanzitutto, riteniamo che sia molto importante riconoscere che non sappiamo ancora chi saranno i vincitori e i perdenti delle MAG 7. È troppo presto per dirlo e dobbiamo mantenere una mente aperta al riguardo”. L’attenzione, spiega, deve essere su “chi sta utilizzando l’intelligenza artificiale nella propria attività per poter produrre maggiori profitti e una maggiore crescita”.
Il secondo anno di Trump e la sfida della Fed
Guardando al panorama politico, Weldon si aspetta un 2026 forse meno turbolento del primo anno del nuovo mandato di Trump, ma non privo di eventi. “Certamente abbiamo assistito a uno shock per i mercati e per l’economia con il Liberation Day e i dazi. Non ci aspettiamo nulla di così estremo per il prossimo anno”. La posta in gioco sarà alta per l’amministrazione, con le elezioni di medio termine che “saranno un referendum su Trump”.
Un passaggio cruciale sarà la nomina del nuovo Presidente della Fed. “Terremo sicuramente d’occhio i mercati obbligazionari per vedere come reagiranno alla nomina. Qualsiasi vendita massiccia di obbligazioni potrebbe certamente produrre volatilità”, avverte Weldon, esprimendo però l’aspettativa che Trump scelga “qualcuno che sia percepito come favorevole ai mercati obbligazionari”.
IA: opportunità disinflazionistica, ma niente bolla
Sull’intelligenza artificiale, il gestore di Artemis IM dipinge un quadro di ampio impatto positivo. “La possibilità è che l’economia globale ne sarà la principale beneficiaria. Riteniamo che l’intelligenza artificiale dovrebbe essere disinflazionistica. In altre parole, produrrà crescita senza generare inflazione”.
Oltre ai semiconduttori, Weldon indica tutta la catena del valore: “ci sono tutte le aziende che forniscono energia ai data center; anche le aziende che li costruiscono e le persone che li realizzano beneficeranno del boom degli investimenti nell’IA”.
E una bolla? Weldon è categorico nel negarla. “Se una bolla è caratterizzata da un entusiasmo eccessivo e diffuso e da valutazioni molto elevate, allora no, sicuramente non esiste una bolla dell’intelligenza artificiale”. A suo avviso, “c’è ancora un grado piuttosto elevato di scetticismo” e, sul fronte valutazioni, “alcune delle società di intelligenza artificiale sono scambiate con uno sconto rispetto al mercato… non c’è certamente una bolla di valutazione diffusa”.
Obbligazionario
In un contesto di tassi di interesse ancora elevati ma in discesa, gli investitori si interrogano sul ruolo del reddito fisso nei portafogli. Stephen Snowden, responsabile del reddito fisso di Artemis IM, offre una prospettiva articolata, evidenziando opportunità e sfide per le obbligazioni societarie, con un’attenzione particolare al mercato britannico.
Il ruolo cruciale delle obbligazioni e i rendimenti reali “interessanti”
Secondo Snowden, il contributo delle obbligazioni è fondamentale. “Le obbligazioni svolgono un ruolo importante in un portafoglio più ampio, soprattutto se si considera l’inflazione e il livello dei rendimenti obbligazionari”, afferma. La chiave, oggi, sta nei rendimenti reali: “I rendimenti reali sono in realtà piuttosto interessanti. Considerando il livello dei rendimenti nel mercato dei titoli di Stato e in particolare delle obbligazioni societarie rispetto all’inflazione, gli investitori dovrebbero aspettarsi un rendimento reale piuttosto consistente in futuro”.
Spread creditizi stretti: segnale di pericolo o nuova normalità?
Uno dei temi caldi è la valutazione degli spread creditizi, spesso considerati “ridotti o costosi” in un’ottica storica. Snowden invita a un’analisi più sfumata. “La durata del mercato o la lunghezza del mercato si è ridotta drasticamente nell’ultimo decennio circa. Ciò dovrebbe significare che gli spread creditizi, a parità di condizioni, dovrebbero essere più ridotti”.
A questo si aggiunge la solidità fondamentale: “Se si guarda alla solidità dei bilanci delle famiglie o delle imprese, questi sono molto forti. I tassi di risparmio nel Regno Unito, ad esempio, sono molto elevati. Il consumatore britannico è molto solido”. Per Snowden, la logica vorrebbe spread ancora più compressi: “Il rischio di [prestiti a persone e aziende] è diminuito drasticamente. A parità di condizioni, gli spread creditizi dovrebbero essere i più ridotti della storia, ma non lo sono, e quindi riteniamo che ci sia ampio margine per un ulteriore miglioramento”.
Il Regno Unito: un’opportunità sottovalutata?
Nonostante le turbolenze politiche recenti, Snowden individua nel debito sovrano britannico una delle opportunità più interessanti e trascurate. “Non sfugge a nessuno che l’ambiente politico nel Regno Unito sia stato difficile… ma dobbiamo tenere presente che il Regno Unito ha in realtà una delle posizioni fiscali più solide del mondo sviluppato”. Conclude con una posizione netta: “Se si guarda al mercato obbligazionario dal punto di vista del Regno Unito, ritengo che i rischi siano enormemente sopravvalutati”.
Rischi: stabilità politica e credito privato sotto controllo
Snowden identifica due rischi principali per il mercato obbligazionario. Il primo è politico: “Il primo è che il contesto politico rimarrà sufficientemente stabile da consentire ai titoli di Stato di mantenere la loro compostezza? Penso che probabilmente sarà così”.
Il secondo riguarda il credito privato, settore molto discusso. Pur prevedendo “casi di insolvenza”, Snowden ne smorza il potenziale sistemico: “Non credo che si tratti di un problema sistemico o di qualcosa che causerà grandi sconvolgimenti economici”. Il motivo? “I casi di insolvenza… avverranno essenzialmente a porte chiuse all’interno dei fondi… Quindi non ci sarà una forte ondata di vendite o uno scarico improvviso di rischio sul mercato”. La sua valutazione è quindi rassicurante: “guardando al futuro, i rischi restano piuttosto limitati”.
La difesa della gestione attiva: performance come argomento decisivo
In un mondo che spinge verso i fondi indicizzati low-cost, Snowden difende con dati alla mano l’approccio attivo nel reddito fisso. “C’è chiaramente una pressione sulle commissioni… Si sono orientati verso i fondi che replicano gli indici, in particolare nel settore delle obbligazioni societarie”.
Tuttavia, sottolinea una performance storicamente deludente degli indici: “Se si guarda alla performance degli indici negli ultimi cinque o dieci anni, si nota che hanno sottoperformato in ogni singolo periodo di 12 mesi negli ultimi cinque anni. Quindi, indipendentemente dall’andamento dei mercati, non c’è stata una sola condizione di mercato che abbia favorito gli indici”. Il confronto con la gestione attiva è impietoso: “I fondi gestiti attivamente hanno un costo leggermente superiore, ma i rendimenti sono stati notevolmente migliori”.
High Yield
In un contesto di normalizzazione dei tassi d’interesse, il mercato delle obbligazioni ad alto rendimento (high yield) offre scenari in evoluzione. Jack Holmes, co-gestore del fondo Artemis Funds (Lux) Global High Yield Bond fund, delinea le sue opportunità preferite, smonta alcuni preconcetti sulla qualità del credito e mette a confronto, con occhio critico, l’high yield tradizionale con il crescente universo del credito privato.
La preferenza: obbligazioni a breve scadenza
Per Holmes, l’area più interessante oggi è chiara: “Quando penso alle opportunità più interessanti nell’ambito dell’high yield oggi, mi vengono in mente chiaramente le obbligazioni high yield a breve scadenza. Con questo intendo le obbligazioni con scadenza entro cinque anni”. Il motivo risiede nel profilo rischio-rendimento: “molti investitori non riescono a comprendere il potenziale di reddito che questa parte del mercato può generare con un livello di volatilità inferiore rispetto a quello delle obbligazioni con scadenze più lunghe”. Al contrario, i rischi maggiori si annidano proprio nelle scadenze lunghe, “in particolare in quelle attività… i cui prezzi sono stati supportati dal QE. E stiamo iniziando a vedere emergere alcuni rischi di rivalutazione in questi ambiti”.
L’aspetto più frainteso: la rivoluzione della qualità
Secondo il gestore, il cambiamento strutturale più sottovalutato del mercato è il drastico miglioramento della sua qualità creditizia negli ultimi 15 anni. “Abbiamo assistito a una massiccia diminuzione della percentuale di titoli tripla C sul mercato complessivo. Negli ultimi 15 anni sono più che dimezzati”, spiega Holmes. Allo stesso tempo, “la percentuale di titoli con rating BB è effettivamente aumentata del 50% nello stesso periodo”.
La differenza, sottolinea, non è solo nominale ma ha un impatto concreto sul rischio d’insolvenza: “Se parliamo di tripla C, la probabilità media di insolvenza su un anno è di poco superiore al 25%… La cifra equivalente per una doppia B è dello 0,6%”. Questa transizione verso rating più elevati rappresenta quindi “quel massiccio aumento della qualità e della riduzione del rischio di insolvenza in futuro”.
Insolvenze: pressioni settoriali e un mercato “ben prezzato”
Guardando ai prossimi 12-24 mesi, Holmes prevede una continuazione delle tendenze in atto dal 2022, con pressioni concentrate in settori specifici. “Sarà davvero un fenomeno delle attività non cicliche in settori come le telecomunicazioni”, osserva, spiegando che queste aziende, abituate a bassi tassi, ora faticano a rifinanziarsi in un ambiente di tassi più elevati.
Tuttavia, nel complesso, il mercato sembra preparato: “Negli ultimi due anni abbiamo attraversato un periodo con tassi di insolvenza compresi tra il 3 e il 4%… se penso alla qualità del credito in senso più ampio… il mercato abbia prezzi piuttosto buoni in termini di insolvenze in arrivo”. Holmes ricorda una caratteristica strutturale del mercato high yield: “l’alto rendimento compensa sempre eccessivamente gli investitori per le insolvenze realizzate, se si considera un orizzonte temporale di tre o cinque anni”.
High Yield vs. credito privato: un confronto necessario
Il dibattito tra high yield tradizionale e credito privato è centrale per gli investitori in cerca di rendimento. Holmes riconosce la logica del confronto ma evidenzia “una serie di problemi strutturali” del credito privato.
Il primo è la liquidità e il problema della valutazione: “Il fatto che in realtà non vi sia liquidità secondaria in molti di questi titoli, ma anche il fatto che… il gestore… ha la possibilità di decidere quando la società è inadempiente e… a quale livello il titolo debba essere valutato nel proprio bilancio. Questo ci sembra un problema strutturale che ovviamente non abbiamo nell’alto rendimento”.
Il secondo aspetto critico è la concentrazione settoriale: “molte delle aziende a cui vengono concessi prestiti nel credito privato sono tradizionalmente attraenti perché non cicliche, ma in realtà molte di esse stanno affrontando oggi problemi significativi”. Holmes indica un settore particolarmente a rischio: “Il problema più grande… è quello delle aziende di software. Con la crescita dell’intelligenza artificiale, stiamo assistendo al crollo di molti dei vantaggi competitivi delle aziende di software. Riteniamo che questo sia in realtà un enorme problema strutturale per il settore del credito privato”.
Mercati emergenti
Title: Mercati Emergenti oltre Cina e tech: “Opportunità strutturali sottovalutate”. La mappa di un gestore
Mentre l’attenzione globale si concentra su pochi nomi noti della tecnologia e sulle economie asiatiche dominanti, un gestore attivo nei mercati emergenti punta il faro su un universo più ampio e diversificato. Raheel Altaf, co-gestore dell’Artemis Global Emerging Markets Equity Fund di Artemis IM, sostiene che le vere opportunità di crescita strutturale siano oggi ampiamente trascurate dagli investitori globali, e individua valore in regioni e settori inaspettati.
Opportunità sottovalutate: “campioni nazionali” e solidità finanziaria
Secondo Altaf, il mercato ha una visione troppo ristretta. “Gli investitori sottovalutano le opportunità di crescita strutturale nei mercati emergenti (EM). Ritengo che la crescita nel settore tecnologico e in alcune aree del mercato cinese sia ben compresa, ma le opportunità di crescita nei EM sono molto più ampie”, afferma.
La sua attenzione si rivolge a quelle che definisce “campioni nazionali”, realtà forti a livello locale pronte a espandersi. “Vediamo una serie di campioni nazionali e riteniamo che questi possano crescere negli anni a venire e fornire buoni rendimenti agli investitori”. Un elemento chiave, spesso ignorato, è la salute finanziaria di queste aziende: “Vediamo flussi di cassa resilienti e di alta qualità da una serie di società dei mercati emergenti e vediamo anche bilanci aziendali piuttosto resilienti, il che è insolito rispetto al passato. Penso che molte di queste realtà non siano apprezzate dagli investitori globali”.
Aree a rischio: la concentrazione nel tech e nell’IA
Pur riconoscendo il potenziale a lungo termine, Altaf mette in guardia proprio dal settore più popolare: “l’area di cui gli investitori dovrebbero diffidare è quella della tecnologia e dell’adozione dell’intelligenza artificiale… il rischio di sopravvalutazione e concentrazione sono aspetti di cui gli investitori dovrebbero davvero diffidare”.
Value vs growth: “C’è ancora spazio per la rotazione”
Il gestore vede un’opportunità persistente nella rotazione dai titoli growth, spesso ipervalutati, verso quelli value. “Ritengo che ci sia ancora spazio per proseguire la rotazione”, spiega, basandosi su tre pilastri: “Il divario nelle valutazioni tra le società più economiche e quelle più costose rimane piuttosto ampio rispetto al passato. Le valutazioni rimangono abbastanza basse per i titoli value… e il posizionamento nei portafogli degli investitori è piuttosto leggero verso l’estremità value del mercato”. A sostenere questa tesi, c’è un ciclo di utili favorevole: “stiamo iniziando a vedere un ciclo di crescita degli utili guidato da molti titoli value, quindi i titoli finanziari, le materie prime, i produttori di energia e alcuni titoli ciclici stanno guidando la ripresa degli utili”.
Cina 2026: ottimismo cauto su una ripresa in corso
Dopo un 2025 positivo, Altaf mantiene un atteggiamento ottimistico sulla Cina per il prossimo anno. “Restiamo ottimisti sul proseguimento della ripresa cinese. Ritengo che le misure politiche, in particolare, possano essere di grande sostegno”, commenta, citando stimoli mirati e politiche accomodanti. Pur riconoscendo persistenti debolezze nel settore immobiliare, nota che “le pressioni si sono leggermente attenuate”, mentre “la ripresa dei consumi è in corso”. La sua fiducia poggia anche sulla presenza di “diversi campioni nazionali in grado di guidare realmente la crescita dell’economia sottostante nei prossimi anni”.
Le sorprese positive del 2026: America Latina ed EMEA
Il fondo adotta un approccio bottom-up, ma l’attuale posizionamento rivela ottimismo su regioni specifiche. “Abbiamo una maggiore esposizione verso l’America Latina, dove siamo piuttosto ottimisti sulla ripresa di alcuni mercati, in particolare il Brasile”, spiega Altaf, motivandolo con “tassi di interesse molto elevati rispetto all’inflazione, una forte domanda di materie prime” e valutazioni ancora attraenti.
L’ottimismo si estende anche ad altre aree: “siamo piuttosto ottimisti sulle aree dell’Europa orientale, su alcune parti del Medio Oriente e sempre più ottimisti sul Sudafrica, dove vediamo alcune misure molto positive che riteniamo possano essere di grande sostegno per l’economia sottostante”.
Un universo ampio e diversificato
Il messaggio finale di Altaf è chiaro: l’universo dei mercati emergenti non può essere ridotto a una semplice storia Cina-India-Tecnologia. “Quando si guardano i mercati emergenti, non si tratta solo di Cina o India. Ci sono una vasta gamma di temi che stanno davvero guidando la crescita di questa asset class”. Per gli investitori disposti a cercare oltre i riflettori più accesi, si aprirebbe quindi un panorama ricco di “campioni nazionali” finanziariamente sani e settori value sottovalutati, sparsi tra America Latina, Europa dell’Est e Sudafrica, pronti a beneficiare di cicli economici e politici favorevoli.
