Elezioni di mid-term Usa: a Wall Street interessa la fiscalità, non la politica

Le elezioni di mid-term di novembre potrebbero ridefinire gli equilibri di potere a Washington, ma difficilmente altereranno il quadro macroeconomico generale. È quanto sostiene Valentin Bissat, chief economist and senior strategist di Mirabaud AM, in un’analisi approfondita che mette in luce come il “rumore di fondo della politica conterrà probabilmente più di qualsiasi reale cambio di rotta nelle politiche” per gli investitori.

La politica commerciale e i rapporti con la Cina non passano dal Congresso

“Gran parte dell’agenda economica non passa dal Congresso”, sottolinea Bissat. I Repubblicani mantengono attualmente una maggioranza esigua alla Camera dei Rappresentanti, mentre la storia insegna che il partito del presidente tende a perdere le elezioni di midterm. Una conquista della Camera da parte dei Democratici inaugurerebbe una fase di governo diviso, caratterizzata da “un maggior numero di inchieste congressuali e da una paralisi legislativa più marcata”.

A prescindere dall’esito elettorale, i pilastri fondamentali della politica statunitense dovrebbero rimanere sostanzialmente invariati. La politica commerciale, l’applicazione delle leggi sull’immigrazione e i rapporti con la Cina dipendono sempre più dall’autorità presidenziale e dalle agenzie esecutive, piuttosto che dalla legislazione del Congresso. Sebbene il Congresso possa ostacolare singole misure o limitare i finanziamenti, secondo Bissat “è improbabile che riesca a invertire i macro-obiettivi dell’amministrazione”. Persino dopo i recenti limiti imposti dalla magistratura sull’uso di determinate prerogative tariffarie, l’amministrazione ha trovato rapidamente vie legali alternative per portare avanti la propria agenda sul fronte commerciale.

La competizione con la Cina: un fronte bipartisan

“Tutto invariato anche per quanto riguarda la Cina”, afferma l’economista di Mirabaud AM. La competizione strategica gode ormai di un sostegno trasversale ai due partiti. I controlli sulle esportazioni, la leadership nei semiconduttori, le materie prime critiche, la resilienza delle catene di approvvigionamento e la questione di Taiwan “sono diventati elementi consolidati della politica statunitense, invece di essere temi su cui scontrarsi tra partiti”. Un cambio di maggioranza al Congresso potrebbe modificare il tono del dibattito o gli strumenti utilizzati, “ma non la direzione generale”.

L’intelligenza artificiale rappresenta un altro ambito in cui la continuità dovrebbe prevalere. “Sia i Repubblicani che i Democratici considerano sempre più l’IA e i semiconduttori avanzati come elementi centrali per la competitività economica e la sicurezza nazionale”, osserva Bissat. Un governo diviso potrebbe creare lo spazio per un quadro normativo bipartisan ma circoscritto, incentrato su trasparenza, standard di sicurezza o vigilanza federale, volto ad evitare una frammentazione delle regole a livello statale. Tuttavia, “nessuno dei due partiti sembra intenzionato a sostenere misure che finiscano per frenare in modo significativo gli investimenti o indebolire la posizione degli Stati Uniti nei confronti della Cina”.

Debito e deficit: la traiettoria fiscale non cambia

“È altrettanto improbabile che le elezioni di mid-term modifichino in modo sostanziale le prospettive fiscali”, avverte Bissat. Una Camera a maggioranza democratica potrebbe rendere più difficile l’approvazione di ulteriori tagli fiscali, mentre la conferma del controllo repubblicano manterrebbe un’impostazione legislativa più favorevole al mondo delle imprese. “Nessuno dei due scenari, tuttavia, lascia presagire una riduzione significativa dei deficit di bilancio”.

I vincoli politici sono ben noti. La spesa per le prestazioni sociali resta ampiamente intoccabile, quella per la difesa deve fare i conti con costanti pressioni geopolitiche e le maggioranze congressuali esigue rendono difficile la realizzazione di riforme fiscali ambiziose. “Di conseguenza, la traiettoria delle finanze pubbliche non subirà verosimilmente variazioni di rilievo”.

Questo rende le prospettive fiscali il fattore determinante dei tassi di interesse a lungo termine. Si prevede che i deficit rimarranno vicini ai 2.000 miliardi di dollari all’anno nei prossimi due anni, mentre il debito pubblico detenuto dal mercato continuerà a crescere in rapporto al PIL. Gli investitori richiedono sempre più un compenso non solo per il rischio di inflazione, ma anche per la crescente emissione di debito e per l’incertezza che circonda la traiettoria fiscale nel lungo periodo. I rendimenti dei Treasury a lungo termine riflettono quindi “molto più delle semplici aspettative sulla politica della Fed”, incorporando anche le preoccupazioni sulla sostenibilità del debito, sulle dinamiche dell’offerta e sulla credibilità fiscale.

Il ruolo della Fed e del Tesoro: confini chiari

Kevin Warsh, presidente della Fed, “può offrire il suo contributo mantenendo un impegno credibile per la stabilità dei prezzi”, sostiene Bissat. La centralità che attribuisce al rischio di un’inflazione persistente potrebbe aiutare ad ancorare le aspettative e a contenere le pressioni al rialzo sui rendimenti a lungo termine. “Tuttavia, la politica monetaria non può compensare uno squilibrio fiscale strutturale senza mettere a rischio l’indipendenza o la credibilità della Fed”.

Il Dipartimento del Tesoro dispone di diversi strumenti, tra cui la modifica del profilo delle scadenze delle proprie emissioni di debito, programmi di riacquisto (buyback) o altre iniziative volte a migliorare la liquidità del mercato. Queste misure possono influenzare la struttura per scadenza e il funzionamento del mercato, “ma non risolvono il deficit sottostante”. Se gli investitori dovessero iniziare a percepire la politica monetaria come eccessivamente tollerante nei confronti dell’inflazione, o la gestione del debito del Tesoro come un tentativo di calmierare artificialmente i rendimenti obbligazionari, i premi a termine potrebbero salire ulteriormente.

“La divisione dei ruoli rimane chiara”, conclude Bissat su questo punto. “La Federal Reserve controlla l’inflazione. I rappresentanti eletti determinano la traiettoria fiscale. Il Tesoro gestisce l’indebitamento pubblico, ma non può dettare il prezzo al quale gli investitori sono disposti a concedere tali finanziamenti”.

La sfida fiscale: un problema strutturale irrisolto

L’esito più probabile delle elezioni di mid-term del 2026 è la continuità a livello macroeconomico. Data l’incertezza che circonda l’approccio politico dell’attuale amministrazione, ciò potrebbe non risultare necessariamente rassicurante. “Aspetto ancora più importante, continuità significa che le sfide fiscali che gli Stati Uniti devono affrontare rimarranno irrisolte”.

Se si vuole che i tassi di interesse a lungo termine si stabilizzino senza esercitare un’ulteriore pressione sulle valutazioni azionarie e sull’attività economica, “sarà prima o poi necessario un certo grado di consolidamento fiscale”. La portata dell’aggiustamento è imponente. In base alle attuali stime sulla crescita e sulle finanze pubbliche, per stabilizzare il debito pubblico al livello attuale nei prossimi decenni occorrerebbe “un aumento del 25% delle entrate o una riduzione del 20% dei programmi di spesa ogni anno, oppure una combinazione di entrambi i fattori”.

La composizione precisa di questo intervento è oggetto di dibattito, ma “la conclusione generale non lo è”. La sfida che il mercato obbligazionario ha davanti a sé è fondamentalmente di natura fiscale, non monetaria. “E le elezioni di mid-term, qualunque sia l’esito politico, non cambieranno questa realtà”, conclude Bissat.