Tassi e inflazione Usa, cresce l’incertezza: come proteggere i portafogli

Il mercato obbligazionario statunitense ha trovato una temporanea fonte di sollievo grazie alla buona accoglienza riservata dagli investitori a due importanti aste di titoli del Tesoro, rispettivamente con scadenza a dieci e 30 anni. Un risultato che ha innescato un brusco cambiamento nelle dinamiche di mercato e ha riportato al centro dell’attenzione una questione fondamentale per gli investitori: la capacità dei portafogli di resistere a un contesto caratterizzato da tassi d’interesse elevati, inflazione persistente e crescente concentrazione dei mercati azionari.

Secondo Antonio Tognoli, responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim, il recente andamento dei mercati offre un’importante occasione per verificare se la diversificazione dei portafogli sia effettiva oppure soltanto apparente. Il rischio, infatti, è che l’esposizione a un numero ristretto di titoli, soprattutto quelli legati all’intelligenza artificiale, finisca per rendere gli investimenti più vulnerabili a eventuali cambiamenti dello scenario economico e finanziario.

Le prospettive della politica monetaria statunitense rappresentano uno dei principali fattori d’incertezza. I dati economici continuano a descrivere un’economia americana in espansione, ma la solidità della crescita si accompagna a segnali di un’inflazione che fatica a rientrare verso l’obiettivo della Fed.

I verbali della riunione della Fed del 29 settembre hanno evidenziato un consenso particolarmente ampio sulla necessità di mantenere una politica monetaria restrittiva. Tutti i 19 partecipanti alla riunione, compresi quelli non aventi diritto di voto, hanno sostenuto un rialzo dei tassi di 25 punti base. Quasi tutti hanno inoltre giudicato orientati al rialzo i rischi per l’inflazione, mentre la maggioranza ha ritenuto appropriato un ulteriore intervento restrittivo entro la fine dell’anno.

Anche le dichiarazioni del governatore della Fed Christopher Waller hanno rafforzato questa impostazione. Intervenendo a Istanbul l’8 ottobre, Waller ha indicato che, se i dati economici continueranno a evolversi secondo le attese, saranno necessari ulteriori aumenti dei tassi per accelerare il ritorno dell’inflazione verso il target del 2%. Il banchiere centrale ha comunque sottolineato che il Fomc conserva una certa flessibilità nella scelta dei tempi, purché gli interventi siano realizzati entro un orizzonte ritenuto accettabile.

«La crescita dell’economia americana rimane robusta, ma i rischi legati all’inflazione stanno aumentando», osserva Tognoli. È proprio questa combinazione a rendere più complesso il quadro per i mercati: un’economia che continua a espandersi non offre alla Fed motivi sufficienti per allentare rapidamente la politica monetaria, mentre la persistenza delle pressioni sui prezzi potrebbe richiedere nuove strette.

Servizi e prezzi: i segnali che preoccupano la Fed

A confermare la solidità dell’economia americana sono soprattutto gli indicatori relativi al settore dei servizi. L’indice Pmi si è attestato a 54,9 punti, rimanendo saldamente in territorio espansivo. I nuovi ordini hanno raggiunto quota 59,8 punti e gli ordini inevasi sono saliti al livello più elevato dal luglio 2022.

Anche considerando congiuntamente i dati del comparto manifatturiero e di quello dei servizi, ponderati in base al rispettivo peso economico, l’indicatore complessivo si è mantenuto a 54,9 punti. Il risultato è leggermente inferiore al 55,3 del mese precedente e al 55,7 di febbraio, ma rappresenta comunque uno dei livelli più alti da settembre 2022.

«L’espansione economica non è soltanto solida, ma anche diffusa tra i diversi comparti», sottolinea Tognoli. Una dinamica positiva per l’attività produttiva, ma che rischia di complicare il lavoro della Fed, soprattutto se la domanda continua a esercitare pressioni sui prezzi.

È proprio sul fronte dell’inflazione che emergono gli elementi più problematici. L’indice Ism dei prezzi pagati nel settore dei servizi è salito a 74 punti dai precedenti 72,6, raggiungendo il valore più alto dal luglio 2022. Ben 17 settori su 18 hanno segnalato un aumento dei prezzi.

«Il dato è particolarmente significativo perché l’inflazione dei servizi tende a essere più persistente», evidenzia Tognoli. Il rialzo dell’indicatore suggerisce che le pressioni sui costi si stanno estendendo a una parte sempre più ampia dell’economia, rendendo meno agevole un rapido ritorno dell’inflazione verso il 2%.

Dopo quasi cinque anni e mezzo di inflazione superiore all’obiettivo della banca centrale, il rischio è che le aspettative di famiglie e imprese si adeguino progressivamente a un regime di aumenti dei prezzi più elevati. In questo scenario, la componente psicologica può diventare importante quanto quella strettamente economica: se consumatori e imprese iniziano a considerare normale un’inflazione più alta, il processo di disinflazione può diventare più lungo e costoso.

Aspettative d’inflazione in aumento e fiducia dei consumatori ai minimi

Gli ultimi dati sulle aspettative d’inflazione confermano le preoccupazioni. L’indagine della Federal Reserve di New York ha mostrato un aumento delle attese a un anno al 3,9%, il livello più elevato dal maggio 2023. Anche le aspettative a tre anni sono salite al 3,25%, raggiungendo un valore che, salvo le rilevazioni di giugno e luglio, non si osservava dal giugno 2022.

Un segnale analogo è arrivato dall’indagine preliminare di ottobre dell’Università del Michigan. Le aspettative d’inflazione a cinque-dieci anni sono aumentate al 3,5% dal 3,4%, superando nettamente l’intervallo compreso tra il 2,8% e il 3,2% previsto nel 2024.

Parallelamente, l’indice generale della fiducia dei consumatori è sceso a 46,3 punti da 48,1. Escludendo il dato di maggio, quando aveva raggiunto quota 44,8, si tratta del livello più basso nella storia dell’indagine, avviata nel 1978.

Ancora più marcato il peggioramento della valutazione delle condizioni economiche correnti, scesa a 44,7 punti dai precedenti 50,9, un nuovo minimo storico. Le aspettative sono invece migliorate marginalmente, passando da 46,3 a 47,3 punti, pur rimanendo su livelli storicamente depressi.

Particolarmente significativa è la flessione dell’indicatore relativo alle condizioni di acquisto dei beni durevoli e degli articoli di grande valore per la casa, che ha raggiunto il minimo storico della rilevazione. Il fenomeno riflette il peso combinato del costo della vita e degli oneri finanziari, in un contesto nel quale il credito rimane oneroso.

«Il problema non riguarda più soltanto il livello attuale dell’inflazione, ma anche il rischio che gli aumenti dei prezzi si consolidino nelle aspettative future», osserva Tognoli. Una prospettiva che potrebbe indurre la Federal Reserve a mantenere i tassi elevati più a lungo, con conseguenze sulle valutazioni azionarie, sul costo del finanziamento per le imprese e sulla capacità di spesa delle famiglie.

La ricchezza finanziaria protegge i più abbienti, ma aumenta la fragilità del sistema

A rendere più complesso il quadro è la crescente divergenza tra le condizioni economiche delle famiglie. L’indagine dell’Università del Michigan mostra che il deterioramento del sentiment non è distribuito uniformemente tra le diverse fasce della popolazione.

Da gennaio, la fiducia dei consumatori meno abbienti, di quelli che non possiedono azioni e delle famiglie con portafogli azionari di dimensioni ridotte è diminuita di circa il 25%. Tra coloro che si collocano nel terzo medio e in quello superiore della distribuzione della ricchezza azionaria, invece, la flessione è stata inferiore al 10%.

La differenza riflette il diverso impatto dell’inflazione sui bilanci familiari. Per chi dispone di risorse limitate, l’aumento dei prezzi riduce progressivamente il potere d’acquisto e la sicurezza finanziaria. Chi possiede attività finanziarie, invece, può beneficiare dell’incremento del valore degli investimenti, che contribuisce ad attutire gli effetti dell’aumento del costo della vita.

Tuttavia, secondo Tognoli, questo meccanismo di protezione presenta un elemento di fragilità: «Il cuscinetto di ricchezza delle famiglie che dispongono di attività finanziarie dipende sempre più dalla crescita di un gruppo ristretto di titoli legati all’intelligenza artificiale».

Il punto è rilevante anche per le prospettive macroeconomiche. Negli ultimi anni, una parte significativa dei guadagni dei mercati azionari si è concentrata in un numero limitato di società tecnologiche, beneficiarie delle aspettative di crescita legate all’intelligenza artificiale. L’aumento del valore di questi titoli ha contribuito a sostenere la ricchezza finanziaria degli investitori e, indirettamente, la loro capacità di consumo.

Se questa dinamica dovesse interrompersi bruscamente, le conseguenze potrebbero andare oltre le perdite registrate in Borsa. Un ridimensionamento dei portafogli potrebbe infatti ridurre la propensione alla spesa delle famiglie, con ripercussioni sull’economia reale.

«Il rischio è sempre più circolare», avverte Tognoli. Gli investimenti nell’intelligenza artificiale richiedono capitali ingenti e un accesso continuativo alle risorse finanziarie; allo stesso tempo, i rialzi dei mercati contribuiscono a sostenere la ricchezza e i consumi che alimentano l’attività economica. Un’interruzione di questo circuito potrebbe quindi trasmettersi rapidamente dai mercati finanziari all’economia.

IA, perché la diversificazione diventa fondamentale

Alla luce di queste considerazioni, la risposta per gli investitori non consiste necessariamente nel ridurre o abbandonare l’esposizione all’intelligenza artificiale. Il settore continua a offrire opportunità strutturali, ma la concentrazione degli investimenti in pochi titoli rende opportuno affiancare al tema altre fonti di rendimento, caratterizzate da dinamiche economiche e finanziarie differenti.

«Gli investitori non dovrebbero abbandonare il tema dell’intelligenza artificiale, ma integrarlo con investimenti i cui risultati siano guidati da forze economiche e di mercato diverse», afferma Tognoli. Tra le opportunità da considerare rientra anche il possibile trasferimento di una parte del valore generato dalla nuova tecnologia verso le imprese che la utilizzano per migliorare produttività, processi e modelli di business, anziché concentrarsi esclusivamente sui suoi sviluppatori e fornitori.

Una strategia di questo tipo consentirebbe di partecipare alla trasformazione tecnologica senza dipendere esclusivamente dall’andamento di un ristretto gruppo di società. La diversificazione può inoltre contribuire a ridurre la vulnerabilità del portafoglio a un eventuale cambiamento delle aspettative sui tassi, sulle valutazioni azionarie o sulla redditività futura degli investimenti in intelligenza artificiale.

Tognoli richiama anche il legame tra tecnologia e ciclo economico. «Non riteniamo che la spesa per l’intelligenza artificiale sia indipendente dal ciclo economico», osserva. Lo sviluppo e l’implementazione di questa tecnologia richiedono investimenti di capitale sempre maggiori, rendendo il settore potenzialmente sensibile alle condizioni di finanziamento e alla disponibilità di risorse.

Un aumento dei tassi da parte della Fed non determina automaticamente un esito negativo per i mercati, ma storicamente può accrescere i rischi finanziari. Il costo del capitale più elevato può incidere sulle valutazioni delle società caratterizzate da utili attesi molto lontani nel tempo e rendere più oneroso finanziare infrastrutture, data center e altri progetti collegati all’intelligenza artificiale.

Se a ciò si aggiunge la concentrazione dei rialzi azionari in un numero limitato di società, diventa evidente come una correzione possa avere effetti più ampi di quelli suggeriti dalla sola performance dei singoli titoli.

«La diversificazione è sempre importante, ma oggi lo è ancora di più, proprio per la concentrazione degli investimenti legati all’intelligenza artificiale negli Stati Uniti e nel resto del mondo», sottolinea Tognoli.

Come costruire un portafoglio meno esposto alle oscillazioni dell’IA

Per gli investitori, la priorità diventa quindi costruire un portafoglio capace di cogliere le opportunità offerte dall’innovazione tecnologica senza dipendere in misura eccessiva da un singolo tema. Questo significa valutare strumenti e asset class che rispondano a fattori differenti, considerando con attenzione il rischio di concentrazione, le valutazioni di mercato e la sensibilità ai tassi d’interesse.

L’obiettivo non è prevedere con certezza quando l’entusiasmo per l’intelligenza artificiale potrà attenuarsi, né stabilire se le società protagoniste del settore siano destinate a perdere il proprio ruolo. Si tratta, piuttosto, di evitare che un cambiamento delle condizioni di mercato comprometta l’equilibrio complessivo degli investimenti.

«Il messaggio per gli investitori non è quello di rinunciare all’intelligenza artificiale, ma di evitare di legare il proprio portafoglio e il proprio futuro finanziario a una manciata di titoli», conclude Tognoli. Le opportunità alternative esistono e una corretta diversificazione può consentire di partecipare alla crescita della nuova tecnologia, mantenendo al contempo una maggiore capacità di tenuta nel caso in cui le aspettative del mercato dovessero ridimensionarsi.

In un contesto nel quale la crescita economica americana resta solida, ma le pressioni inflazionistiche potrebbero spingere la Fed verso ulteriori rialzi dei tassi, la gestione del rischio torna dunque centrale. La sfida non consiste soltanto nell’individuare i settori destinati a crescere, ma anche nel costruire portafogli in grado di affrontare scenari diversi, senza dipendere eccessivamente da un’unica fonte di rendimento.