La recente frenata del settore tecnologico viene spesso attribuita all’esito delle elezioni americane e ai timori di una stretta normativa sull’intelligenza artificiale. Tuttavia, questa lettura rischia di essere riduttiva. Come sottolinea Donatella Principe, Head of Global Strategy di Intermonte, “la politica offre una spiegazione immediata, ma rischia di nascondere il punto”. La correzione in corso racconta infatti una storia più profonda, che riguarda il passaggio dall’entusiasmo per le potenzialità dell’AI alla richiesta di risultati concreti.
La cronologia della correzione
Per comprendere appieno la dinamica, è fondamentale ripercorrere le tappe della debolezza del comparto. “Attribuire la frenata del settore all’esito elettorale significa, anzitutto, trascurarne la cronologia”, afferma Principe. I primi segnali di cedimento sono emersi già in estate, a partire dai segmenti più speculativi come il mercato coreano rappresentato dal Kospi, mentre gli Stati Uniti hanno mostrato una maggiore capacità di tenuta. “Le elezioni si sono quindi inserite in una correzione già in corso, ma non l’hanno inaugurata”, precisa l’esperta.
Il nodo politico tra Washington e gli Stati
Anche sul fronte politico è necessario operare delle distinzioni. A livello federale, lo scenario di una svolta legislativa ostile all’AI appare improbabile. “Il veto presidenziale rappresenta un ostacolo decisivo”, spiega Principe, ricordando che i Democratici non dispongono dei voti necessari per superarlo in nessuna delle due Camere. Il rischio di una stretta federale appare dunque contenuto. Più concreto è invece il nodo dei singoli Stati, dove l’onda blu porta l’attenzione sulle scelte dei governatori, chiamati a confrontarsi con il costo crescente dell’acqua e dell’elettricità e con le pressioni legate all’espansione dei data center.
Tuttavia, secondo Principe, esiste anche un limite politico: “Per i Democratici, che guardano alle presidenziali del 2028, ostacolare l’AI significherebbe rischiare di indebolire un motore della crescita americana e di lasciare alla Cina un vantaggio nella competizione tecnologica”. Una contraddizione difficile da ignorare.
La prova dei fondamentali
È sul terreno dei fondamentali delle imprese che si concentra la prova più impegnativa. La prima fase della correzione ha colpito i produttori di chip, beneficiari diretti della corsa agli investimenti nell’intelligenza artificiale. I grandi gruppi con attività più diversificate, come Amazon e Microsoft, hanno inizialmente trovato negli altri business una protezione; ora, però, il mercato guarda con maggiore attenzione anche alla capacità dei protagonisti dell’AI di sostenere la spesa. “Per il momento non prevale una lettura sistemica del rischio: gli investitori continuano a distinguere tra società e modelli di business”, osserva Principe.
Il contrasto tra i credit default swap di CoreWeave e quelli di Amazon rende evidente questa selettività. “I primi esprimono timori molto elevati fino al default, i secondi una percezione del rischio assai più contenuta. Non tutta l’AI, insomma, viene giudicata allo stesso modo”, chiarisce l’esperta.
Liquidità, debito e la delusione dei Magnifici Sette
L’attenzione si sposta dunque sulla liquidità degli hyperscaler, già scesa in territorio negativo nel corso dell’anno, e sull’aumento del debito, tanto quello iscritto in bilancio quanto quello meno visibile. La stagione delle trimestrali doveva offrire rassicurazioni, ma i Magnifici Sette hanno deluso il banco di prova: crescita degli utili inferiore alle attese e, per la prima volta dalla fine del 2022, un ritmo di espansione più basso rispetto a quello delle altre 493 società dell’S&P 500.
Il cambiamento non riguarda soltanto gli utili. La corsa alla spesa in conto capitale rende le società tecnologiche più esposte al ciclo dei tassi d’interesse, proprio mentre lo scenario resta quello di tassi elevati più a lungo. “Anche il sostegno finanziario alle quotazioni cambia direzione: al ruolo dei riacquisti di azioni proprie si contrappone ora il ricorso a nuove emissioni di capitale e di debito”, sottolinea Principe. Per il mercato, la promessa di crescita deve fare i conti con il costo necessario a finanziarla.
La domanda decisiva
La domanda decisiva, dunque, non è soltanto che cosa farà la politica con l’AI, bensì anche che cosa l’intelligenza artificiale riuscirà a restituire agli azionisti dopo investimenti così imponenti. “L’entusiasmo non è necessariamente finito, ma la pazienza si sta assottigliando”, conclude Principe. E a Wall Street, quando le promesse non bastano più, a parlare devono essere i numeri.
