T. Rowe Price: “I mercati si stanno preoccupando del rischio sbagliato”

Le azioni statunitensi si trovano attualmente vicine ai massimi storici, ma gli indicatori tradizionali raccontano una storia complessa e, secondo alcuni analisti, potenzialmente fuorviante. Sébastien Page, Co-Head of Global Investments e Cio di T. Rowe Price, mette in guardia contro una lettura troppo semplicistica dei dati. “Il rapporto prezzo/utili rettificato per il ciclo si attesta intorno a 40 volte, il premio per il rischio azionario è di fatto pari a zero e le azioni Usa valgono circa 2,4 volte il PIL”, afferma Page, sottolineando come queste metriche non tengano conto di quanto sia cambiato il mercato.

Secondo l’analista, l’S&P 500 è diventato a tutti gli effetti un indice tecnologico, caratterizzato da margini di profitto quasi raddoppiati e da una crescita degli utili sostenibile e più forte rispetto al passato. “Se si rettificano le valutazioni in base alla crescita degli utili prevista, utilizzando le stime a cinque anni, il quadro si inverte: il rapporto prezzo/utili/crescita è pari a circa 0,7, il minimo da 30 anni”, spiega Page. Mentre una metrica indica che le azioni sono estremamente costose, un’altra indica che sono molto convenienti. “I grafici storici non raccontano sempre tutta la verità”, conclude l’esperto.

Gli utili sostengono il mercato azionario

Nonostante le preoccupazioni sulle valutazioni, il mercato si attende per il terzo trimestre una crescita degli utili di circa il 30% su base annua. La ricerca fondamentale di T. Rowe Price evidenzia una situazione di forza nei segmenti legati ai colli di bottiglia dell’IA, nell’energia e nei titoli bancari, sebbene il settore immobiliare rimanga debole.

“L’entità degli investimenti nell’intelligenza artificiale sta contribuendo a sostenere l’attività economica, consentendo ai mercati di assorbire tassi di interesse più elevati”, osserva Page. L’aumento dei tassi, da solo, non fa necessariamente deragliare l’azionario quando gli utili rimangono solidi. Tuttavia, la domanda cruciale rimane la sostenibilità di questa forza. “La vera domanda è se questa forza degli utili possa continuare”, si chiede l’autore.

Lo shock petrolifero potrebbe trasformarsi in inflazione

È proprio sul fronte dell’inflazione che i mercati potrebbero peccare di eccessivo compiacimento. Nonostante uno shock petrolifero del 40%, i tassi di inflazione di pareggio si attestano intorno al 2,4% e gli inflation swap intorno al 2,6%, a fronte di un’inflazione al 3,4% registrata negli ultimi 12 mesi.

“Gli shock energetici richiedono però tempo per propagarsi nell’economia”, avverte Page. Quando il prezzo del diesel aumenta, il trasporto delle merci diventa più costoso; inizialmente le aziende possono assorbire i costi, ma alla fine subiscono la pressione a ritoccare i listini. “Storicamente, uno shock petrolifero del 40% è stato seguito da un’inflazione core al 4,9% nei 12 mesi successivi”, ricorda l’esperto.

Oggi l’economia è meno sensibile al petrolio rispetto agli anni ’70 e gli analisti prevedono che i prezzi del greggio si normalizzeranno nel corso del prossimo anno. Tuttavia, il danno inflazionistico potrebbe essere già stato fatto. “Vi è poi un’ulteriore potenziale complicazione: l’IA richiede enormi quantità di energia per alimentare i data center”, sottolinea Page. Petrolio e intelligenza artificiale possono sembrare temi di investimento distinti, ma a un certo punto potrebbero entrare in rotta di collisione.

Il rialzo dei rendimenti crea opportunità

Diversi fattori stanno spingendo al rialzo i rendimenti dei titoli di Stato a lungo termine: crescita, inflazione, emissioni governative, deficit fiscali e tassi esteri. Tuttavia, l’aumento dei rendimenti non è necessariamente una cattiva notizia per gli investitori obbligazionari. “Quando i rendimenti salgono, i prezzi delle obbligazioni scendono; ciò che spesso si dimentica è che aumentano anche i rendimenti attesi”, spiega Page.

Il comitato di asset allocation ha recentemente ridotto di circa la metà il proprio sottopeso sulla duration, acquistando Treasury lungo tutta la curva, con la possibilità di azzerare la rimanente quota di sottopeso qualora i rendimenti continuassero a salire. Anche il credito high yield rimane interessante. “I titoli high yield core offrono rendimenti intorno all’8%, la recessione non rappresenta lo scenario di base e le previsioni sui tassi di default rimangono basse”, afferma l’esperto. Il mercato presenta inoltre una qualità superiore rispetto al passato, con circa il 60% dell’indice oggi con rating BB, rispetto al 30%-40% di due decenni fa.

Cosa conta davvero adesso

La solidità degli utili continua a sostenere le azioni, mentre i rendimenti più elevati creano opportunità nelle obbligazioni. Anche le small-cap rimangono interessanti dopo la recente sottoperformance, supportate da valutazioni, crescita degli utili e segnali macroeconomici.

Tuttavia, l’inflazione resta il rischio in grado di mutare lo scenario. “I mercati si interrogano se le azioni siano troppo costose; il problema principale è se lo shock petrolifero manterrà l’inflazione elevata, spingendo i tassi al rialzo e finendo per minare la crescita degli utili che sostiene il mercato azionario”, conclude Page.