Il mercato dei metalli preziosi continua a essere sotto pressione, ma l’ultima fase di ribasso presenta un elemento insolito: i prezzi scendono senza che i consueti indicatori mostrino un’ondata di vendite altrettanto evidente da parte degli investitori. Mentre l’oro ha ritestato la soglia dei 4.000 dollari l’oncia e l’argento scende sotto i 55 dollari, rimane aperta una domanda fondamentale: chi sta vendendo?
Carsten Menke, Head Next Generation Research di Julius Baer, sottolinea come la dinamica osservata nelle ultime settimane sia difficile da ricondurre ai tradizionali fattori che influenzano le quotazioni dei metalli preziosi. «Le pressioni persistono, ma non ci è chiaro chi sia all’origine dell’ultima fase di ribasso», osserva l’esperto, evidenziando una divergenza tra l’andamento dei prezzi e quello delle consistenze dei prodotti garantiti da metalli fisici.
La correzione, del resto, non rappresenta una completa inversione della tendenza emersa dopo i massimi raggiunti all’inizio dell’anno. Il punto, secondo Julius Baer, è piuttosto capire quali flussi stiano alimentando le vendite e se la pressione possa intensificarsi ulteriormente nel breve periodo.
Oro, la divergenza tra prezzi e investimenti fisici
Uno degli elementi più significativi riguarda proprio i prodotti finanziari garantiti da oro fisico. In condizioni normali, i loro flussi tendono a essere strettamente correlati alle quotazioni: gli acquisti contribuiscono a sostenere i prezzi, mentre i riscatti e le vendite possono esercitare una pressione al ribasso.
Negli ultimi mesi, tuttavia, questa relazione si è indebolita. «Dall’estate, le consistenze dei prodotti garantiti da oro fisico sono aumentate di circa 70 tonnellate, mentre i prezzi sono scesi di oltre il 13%», rileva Menke. Si tratta di un andamento apparentemente contraddittorio, perché gli investitori continuano ad accumulare esposizione al metallo giallo proprio mentre le sue quotazioni perdono terreno.
Anche osservando il mercato dei futures non emergono segnali sufficientemente chiari da spiegare l’entità della correzione. Secondo l’analisi di Julius Baer, le vendite speculative non sembrano particolarmente significative, nonostante gli operatori sui mercati dei derivati rappresentino spesso una componente importante dei movimenti di breve periodo.
A rendere più difficile l’interpretazione della fase attuale contribuisce inoltre l’assenza di alcuni dei consueti fattori negativi. Negli ultimi giorni, infatti, il ribasso non è stato accompagnato dai tradizionali segnali di pressione sull’oro, come un rafforzamento marcato del dollaro statunitense o un aumento dei rendimenti dei titoli di Stato americani.
«Non abbiamo riscontrato vendite significative da parte degli operatori speculativi sui mercati dei futures», spiega Menke. Il quadro che emerge è quindi quello di una correzione la cui origine non appare immediatamente riconoscibile attraverso i principali indicatori di posizionamento.
La pista cinese e la necessità di reperire liquidità
Tra le possibili spiegazioni, Julius Baer prende in considerazione il comportamento degli investitori cinesi. La recente stretta di Pechino sulle attività di capitale detenute offshore potrebbe infatti aver aumentato il fabbisogno di liquidità di alcuni operatori, costringendoli a liquidare una parte degli investimenti per far fronte a nuovi obblighi finanziari e fiscali.
In questo scenario, anche le posizioni in oro e argento potrebbero essere finite sotto pressione. La necessità di reperire liquidità, infatti, può indurre gli investitori a vendere attività finanziarie che altrimenti continuerebbero a detenere, indipendentemente dalle prospettive di lungo periodo dei singoli mercati.
«Una possibile fonte di pressione sulle vendite potrebbe essere rappresentata dagli investitori cinesi costretti a reperire liquidità in seguito alla recente stretta del Paese sulle attività di capitale detenute offshore», osserva Menke.
L’esperto precisa che si tratta di un’ipotesi, non di una spiegazione definitivamente accertata. A sostenerla concorrono le notizie più recenti, la tempistica delle vendite, concentrate nelle prime ore della sessione europea, e le più ampie pressioni che stanno interessando gli asset cinesi.
Un elemento importante è che eventuali liquidazioni riconducibili a queste esigenze potrebbero non emergere immediatamente dai tradizionali dati sul posizionamento degli operatori. Ciò contribuirebbe a spiegare perché il mercato stia registrando un ribasso significativo senza che gli indicatori normalmente utilizzati per interpretare i movimenti dell’oro forniscano segnali altrettanto evidenti.
Il rischio di un effetto domino sui mercati occidentali
La domanda successiva riguarda la capacità di queste vendite di determinare una discesa duratura delle quotazioni. Per Julius Baer, la risposta non è necessariamente affermativa: operazioni dettate da esigenze contingenti di liquidità non implicano, da sole, un deterioramento strutturale delle prospettive dei metalli preziosi.
Il rischio, tuttavia, è che la pressione iniziale si propaghi ad altri segmenti del mercato. Un ribasso persistente potrebbe infatti indurre anche gli investitori occidentali, compresi quelli esposti attraverso prodotti garantiti da metallo fisico, a ridurre le proprie posizioni.
«Vendite di questo tipo potrebbero spingere i prezzi dei metalli preziosi stabilmente più in basso? Probabilmente no», afferma Menke, che invita comunque a non sottovalutare gli effetti indiretti. «Potrebbero propagarsi ai mercati occidentali, inducendo anche gli investitori in metalli fisici a liquidare le proprie posizioni e aumentando così ulteriormente la pressione sui prezzi».
È proprio questo possibile effetto a catena a rappresentare uno dei principali rischi nel breve termine. Se le vendite iniziali dovessero alimentare un deterioramento del sentiment, la reazione degli investitori potrebbe amplificare la correzione anche in assenza di un peggioramento dei fondamentali.
Per l’oro, inoltre, la soglia psicologica dei 4.000 dollari l’oncia assume particolare rilevanza. Una discesa al di sotto di questo livello potrebbe innescare ulteriori liquidazioni, contribuendo ad accentuare la volatilità e la pressione ribassista.
Oro e argento, prospettive di lungo periodo differenti
Nonostante le incertezze attuali, Julius Baer mantiene una valutazione costruttiva sull’oro. Secondo Menke, nel breve periodo i rischi per le quotazioni restano prevalentemente orientati al ribasso, ma le prospettive strutturali continuano a essere interessanti.
Un fattore di sostegno per entrambi i metalli è rappresentato dalle preoccupazioni relative all’indebitamento degli Stati Uniti e al crescente onere degli interessi sul debito pubblico. In un contesto caratterizzato da dubbi sulla sostenibilità dei conti pubblici e sulla capacità dei governi di gestire l’evoluzione del debito, i metalli preziosi possono continuare a beneficiare della domanda di diversificazione e di protezione del patrimonio.
L’oro, tuttavia, presenta un elemento di forza aggiuntivo: gli acquisti delle banche centrali. La domanda proveniente dagli istituti centrali costituisce una fonte strutturale di sostegno al mercato e contribuisce a differenziare il metallo giallo dall’argento, che non può contare sullo stesso tipo di acquirenti istituzionali.
«Sia l’oro sia l’argento dovrebbero beneficiare delle preoccupazioni relative all’indebitamento degli Stati Uniti e al relativo onere degli interessi», sottolinea Menke. «L’oro, inoltre, può contare sugli acquisti delle banche centrali, una solida fonte strutturale di domanda, mentre lo stesso non vale per l’argento».
Questa differenza spiega perché Julius Baer continui a distinguere le prospettive dei due metalli, nonostante entrambi siano esposti agli stessi fattori macroeconomici e alle recenti pressioni sui prezzi.
La strategia di Julius Baer: costruttivi sull’oro, neutrali sull’argento
Le indicazioni operative della banca restano quindi invariate. Nel breve periodo, la possibilità di ulteriori liquidazioni e il rischio che la correzione si estenda agli investitori occidentali suggeriscono prudenza. La soglia dei 4.000 dollari per l’oro rappresenta un livello da monitorare con particolare attenzione, soprattutto per le possibili conseguenze sul comportamento degli operatori.
Sul più lungo orizzonte temporale, invece, la combinazione tra preoccupazioni sul debito pubblico americano, domanda delle banche centrali e ruolo dell’oro nella diversificazione dei portafogli continua a sostenere una lettura favorevole del mercato.
«Confermiamo le nostre valutazioni consolidate: visione costruttiva sull’oro e neutrale sull’argento», conclude Menke.
Il messaggio di Julius Baer è dunque duplice: la fase attuale richiede cautela, perché l’origine delle vendite resta incerta e il rischio di ulteriori ribassi non è esaurito; allo stesso tempo, la correzione non sembra sufficiente a compromettere le ragioni strutturali che sostengono l’oro nel lungo periodo. Per l’argento, invece, l’assenza di una fonte di domanda istituzionale paragonabile a quella delle banche centrali giustifica un approccio più equilibrato.
