I mercati emergenti si confermano la grande sorpresa delle piazze finanziarie nel 2025. Le obbligazioni in valuta locale hanno registrato un rialzo di circa il 16%, mentre il debito denominato in dollari è cresciuto del 12%, superando di gran lunga il guadagno del 3% del reddito fisso globale complessivo. A commentare il fenomeno è Patrick Zweifel, Chief Economist di Pictet AM: «Questa sovraperformance risulta particolarmente significativa perché arriva dopo un “decennio perduto”, segnato da delusioni che avevano portato molti investitori a dubitare che i mercati emergenti potessero essere ancora considerati un’asset class convenzionale».
Secondo Zweifel, la forte performance del debito dei Paesi emergenti si basa su cinque fattori chiave: la traiettoria dei tassi d’interesse, la forza del dollaro USA, le condizioni del commercio globale, i prezzi delle materie prime e la crescita economica in Cina. «Di questi, quattro sono ora positivi, creando così le condizioni più favorevoli degli ultimi vent’anni per le obbligazioni dei mercati emergenti», sottolinea l’economista.
Sul fronte della politica monetaria, le banche centrali emergenti stanno normalizzando i tassi. Il tasso medio ponderato delle banche centrali è sceso al 6,3%, ben sopra il tasso neutrale stimato a circa il 5,5%, mentre i tassi reali medi superano il 3%, un livello storicamente associato a periodi di forte performance per l’asset class.
La debolezza del dollaro rappresenta un ulteriore elemento favorevole. Dal 2025, il biglietto verde si è deprezzato del 9% rispetto a un paniere di valute ponderato per il commercio, trend destinato a proseguire secondo Pictet AM. «Il dollaro è probabilmente sopravvalutato», afferma Zweifel, «mentre le valute dei mercati emergenti rimangono sottovalutate dall’8% all’11%. Un ulteriore deprezzamento sembra quindi probabile e a beneficiarne saranno gli asset emergenti».
Il commercio globale ha inoltre mostrato resilienza, nonostante dazi e tensioni geopolitiche. Le esportazioni globali hanno superato i livelli pre-COVID, mentre quasi il 46% delle esportazioni dei mercati emergenti è ora indirizzato verso altri Paesi in via di sviluppo, a fronte del 23% del 2000. Anche i prezzi delle materie prime stanno vivendo una fase di rimbalzo, trainati dai metalli preziosi e industriali, sostenuti dalla transizione energetica e dagli investimenti in infrastrutture ad alta intensità di metalli.
La Cina rimane l’unico fattore neutrale nella valutazione complessiva, anche se il rallentamento controllato degli investimenti industriali e il sostegno fiscale alle famiglie offrono segnali positivi per i margini dei produttori asiatici.
Sul fronte degli investimenti, Zweifel indica opportunità sia nelle obbligazioni in valuta locale sia nel credito societario emergente. Paesi come Argentina, Nigeria e Costa d’Avorio mostrano segnali di riforma, mentre aziende solide in settori strategici – torri di comunicazione in Africa subsahariana, utility e banche in Messico, produttori di gas e miniere d’oro in Uzbekistan – offrono prospettive interessanti.
«I mercati emergenti stanno finalmente uscendo da un lungo periodo costellato da difficoltà», conclude Zweifel, «la loro recente sovraperformance non è un rimbalzo tecnico, bensì il riflesso di un mutamento più profondo della dinamica. Ciò potrebbe segnare l’inizio di un nuovo ordine mondiale, in cui i mercati emergenti smettono di essere un semplice riflesso del mondo sviluppato per diventare nuovamente la sua forza trainante».
