La rivalità strategica è tornata al centro della scena, così come il perseguimento dell’interesse nazionale, mentre le istituzioni create per governare un mondo più cooperativo mostrano evidenti segnali di affaticamento. Secondo Andy Budden, investment director di Capital Group, “nulla di tutto ciò è improvviso. Le pressioni si accumulano dalla crisi finanziaria globale, ma il loro impatto sui mercati sta diventando sempre più difficile da ignorare”.
Per gli investitori, il risultato è un mondo più frammentato e guidato dalle politiche pubbliche, in cui “gli esiti sono più disomogenei e meno prevedibili e nel quale la resilienza assume un’importanza maggiore che in passato”. Questa trasformazione rappresenta una sfida epocale per chi opera nei mercati finanziari, abituato a valutare i rischi su orizzonti temporali definiti e con modelli consolidati.
Una transizione strutturale, non una singola rottura
Gli ordini mondiali tendono a seguire uno schema ricorrente: stabilità, graduale indebolimento, crisi e rinnovamento. Anche il sistema emerso dopo la Guerra Fredda ha seguito questo percorso, “non attraverso una frattura improvvisa e decisiva, bensì mediante una trasformazione strutturale alimentata da una serie di shock”.
L’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) nel 2001 ha accelerato un processo di integrazione globale che ha prodotto benefici significativi, ma che ha anche “allungato le catene di approvvigionamento, favorito la delocalizzazione di posti di lavoro e spinto i governi a interrogarsi sulla propria dipendenza da fornitori esteri per beni e tecnologie strategiche”. Gli eventi successivi, dall’ascesa delle minacce non statali fino alle azioni della Russia in Ucraina, hanno ulteriormente eroso la fiducia nell’ordine liberale e ridotto la capacità di istituzioni come le Nazioni Unite (ONU) e la WTO di coordinare una risposta efficace quando emergono crisi internazionali.
A che punto siamo
L’attuale fase di transizione si manifesta principalmente in tre direzioni, come evidenziato dall’analisi di Capital Group.
In primo luogo, le istituzioni create per gestire le sfide transfrontaliere stanno perdendo efficacia, poiché i governi attribuiscono crescente priorità all’occupazione, alla sicurezza e alla resilienza interna, “privilegiando sempre più accordi tra gruppi ristretti di Paesi rispetto a un consenso su scala globale”.
In secondo luogo, la competizione si sta spostando sul piano economico, con dazi, sanzioni, controlli sulle esportazioni e restrizioni agli investimenti utilizzati come strumenti per orientare gli equilibri strategici. “Il vero vantaggio competitivo risiede sempre più nel controllo delle reti attraverso cui circolano merci, capitali e tecnologie”.
In terzo luogo, il potere si sta distribuendo tra molteplici poli regionali, piuttosto che convergere verso un nuovo centro dominante. Sempre più Paesi stanno diversificando le proprie catene di approvvigionamento, i sistemi di pagamento e le rotte commerciali per ridurre la dipendenza da un unico sistema.
Come si stanno riposizionando le principali potenze
I Paesi stanno reagendo a questa trasformazione di fondo in modi differenti. “Stati Uniti e Cina rimangono al centro dei mercati globali, con politiche economiche, catene di approvvigionamento e competizione tecnologica che continuano a determinare gli equilibri internazionali”. La Russia e gli Stati del Golfo tendono invece a trasmettere gli shock attraverso i mercati dell’energia, delle materie prime e delle tensioni geopolitiche. L’Unione europea, il Giappone e l’India risultano maggiormente influenzati dalle politiche interne, dalle riforme strutturali e dalle dinamiche di crescita regionale.
Secondo Budden, “per gli investitori è più utile comprendere quali siano gli obiettivi perseguiti da ciascun attore, gli strumenti utilizzati per raggiungerli e i principali punti di vulnerabilità, piuttosto che limitarsi a osservare le singole iniziative adottate”. Questo approccio richiede una profonda conoscenza delle dinamiche politiche ed economiche dei diversi Paesi, nonché la capacità di valutare l’impatto delle decisioni strategiche sui mercati finanziari.
Cosa significa per gli investitori
Dall’analisi di Capital Group emergono tre implicazioni principali per gli operatori dei mercati finanziari.
Innanzitutto, il rischio geopolitico non rappresenta più un fenomeno episodico. “La variabile chiave è diventata la sua durata. Storicamente i mercati si sono dimostrati più efficaci nel prezzare lo shock iniziale che nel valutare la persistenza delle tensioni”. Questo significa che gli investitori devono sviluppare modelli in grado di valutare non solo l’impatto immediato degli eventi, ma anche le loro conseguenze a medio e lungo termine.
In secondo luogo, il rischio si concentra sempre più nei colli di bottiglia anziché nella sola disponibilità dell’offerta. “Gli investitori devono quindi guardare oltre il tradizionale equilibrio tra domanda e offerta per comprendere il grado di dipendenza da rotte strategiche, nodi logistici, fornitori critici e fonti di finanziamento”. La pandemia di Covid-19 ha reso evidente come la frammentazione delle catene di approvvigionamento possa generare crisi in settori apparentemente solidi.
Infine, la crescente divergenza delle politiche economiche sta ampliando la dispersione dei rendimenti. “La selezione di Paesi e settori diventa quindi sempre più importante, poiché le imprese allineate alle priorità strategiche nazionali tendono a beneficiare di questo contesto, mentre quelle che dipendono da catene di approvvigionamento globali orientate esclusivamente alla minimizzazione dei costi potrebbero incontrare maggiori difficoltà”.
Prospettive future
In questo scenario di crescente frammentazione, la capacità di adattamento diventa un elemento distintivo per gli investitori. La resilienza, intesa come la capacità di resistere agli shock e di cogliere le opportunità in un contesto in rapido mutamento, assume un’importanza fondamentale. Come sottolinea Budden, “la resilienza assume un’importanza maggiore che in passato”, e questo richiede un ripensamento profondo delle strategie di investimento tradizionali.
Le istituzioni finanziarie e gli operatori di mercato dovranno sviluppare nuovi strumenti per valutare i rischi geopolitici, monitorare le vulnerabilità delle catene di approvvigionamento e identificare le opportunità derivanti dalle politiche industriali dei diversi Paesi. In un mondo sempre più frammentato, la capacità di comprendere le dinamiche politiche ed economiche dei diversi attori globali diventa un vantaggio competitivo essenziale per navigare con successo in un panorama finanziario in continua evoluzione.
