Candriam: “Difesa e aerospaziale sono i settori su cui puntare in Europa”

L’Europa sta vivendo una svolta epocale nel modo di concepire la propria sicurezza e la propria industria. Quello che fino a pochi anni fa poteva apparire come un semplice aumento congiunturale delle spese militari, si sta rivelando un movimento ben più profondo e strutturale. A sostenerlo con convinzione è Quentin Duquesne, fund manager di Candriam, che in un suo intervento analizza le prospettive del Vecchio Continente in materia di difesa, aerospazio e spazio.

Secondo Duquesne, “l’impegno europeo nel settore della difesa non è più un ciclo di spesa temporaneo, ma un investimento industriale strutturale e pluridecennale”. Una presa di posizione netta, che arriva in un momento storico in cui gli equilibri globali stanno cambiando rapidamente e l’Europa cerca di affrancarsi da una dipendenza storica dagli Stati Uniti.

Il nodo dell’esecuzione e i ritardi negli appalti

Il primo tema affrontato da Duquesne riguarda la capacità effettiva di trasformare i fondi stanziati in mezzi e tecnologie operative. Il fondo del ragionamento è che oggi il denaro non manca, ma ciò che frena il passo è la lentezza burocratica e la difficoltà di esecuzione. Il manager di Candriam osserva che “la prova più evidente che la difesa europea è entrata in un vero e proprio ciclo di espansione industriale risiede nei portafogli ordini dei suoi principali appaltatori, che si sono moltiplicati in tutti i settori”. E aggiunge un dato significativo: tra i principali operatori europei quotati in borsa, il fatturato è cresciuto in media del 57% dal 2021.

Tuttavia, avverte Duquesne, “ora è l’esecuzione – in termini di componenti, manodopera e capacità produttiva – il fattore limitante”. I dirigenti delle aziende del comparto hanno chiesto pubblicamente ai governi procedure di appalto più rigorose e rapide, per giustificare gli investimenti in nuovi impianti. In altre parole, “l’allineamento politico e la rapidità degli appalti rimangono quindi i principali ostacoli che si frappongono tra gli impegni di capitale e la capacità effettiva, più ancora dei finanziamenti o della domanda”. Per l’esperto di Candriam, le società più solide saranno quelle capaci di combinare prodotti di importanza strategica con piani di produzione credibili, una gestione contrattuale rigorosa e rischi di programmazione gestibili. In questo settore, “l’analisi fondamentale delle società rimane importante quanto il tema generale”, sottolinea.

L’aerospaziale civile, un’eccellenza già autonoma

Se nella difesa l’autonomia è ancora in costruzione, nel settore aerospaziale civile l’Europa può vantare un primato mondiale. Duquesne ricorda che “l’Europa ospita una delle sole due aziende al mondo in grado di produrre su larga scala grandi aerei di linea commerciali”. E la domanda globale non è mai stata così forte, con un portafoglio ordini complessivo per i grandi aerei commerciali che supera i 16.000 esemplari, pari a circa 12 anni di produzione. La sfida, anche qui, è la produzione: “la carenza di motori e i colli di bottiglia più ampi nella catena di approvvigionamento relativi a pezzi forgiati, fusi e in titanio hanno ripetutamente ritardato l’aumento della produzione”.

Proprio nel cuore della tecnologia dei motori, secondo Duquesne, “si vede concretamente l’autonomia raggiunta dall’Europa nel settore aerospaziale civile”. Il riferimento è a CFM International, la joint venture al 50/50 tra Safran e GE Aerospace, che “equipaggia oltre il 60% della flotta mondiale di aerei a fusoliera stretta”. Un dato che assume un valore ancora più simbolico se si considera che, attraverso la variante Leap-1C, questo motore equipaggia anche il C919 cinese. Duquesne commenta con un fatto di portata storica: “persino il programma aeronautico di punta della Cina continua ad affidarsi alla tecnologia di propulsione franco-americana”. L’aerospaziale civile, conclude il manager, presenta un ciclo diverso da quello della difesa, determinato dal rinnovo della flotta, dalla domanda dei passeggeri e dai ricavi ricorrenti della manutenzione. Anche qui, l’attenzione va ai fornitori con solide capacità finanziarie e logistiche.

Lo spazio come nuova frontiera strategica

Il terzo pilastro dell’autonomia europea è lo spazio, che Duquesne definisce “la prossima infrastruttura strategica”. Le comunicazioni satellitari, la navigazione e l’osservazione della Terra sono ormai elementi essenziali per le infrastrutture civili, le operazioni militari e gli interventi di emergenza. Tuttavia, l’Europa “in diversi settori dipende ancora da tecnologie e costellazioni satellitari non europee”. Per colmare questo divario, sono in corso sforzi di consolidamento industriale e programmi pubblici di rilievo come Galileo, Copernicus e la costellazione IRIS2 per la connettività sicura. L’opportunità, spiega Duquesne, “non si limita ai produttori di satelliti, ma si estende anche ai componenti, alle comunicazioni sicure, all’elaborazione dei dati, ai sistemi di terra e ai servizi di lancio”. Secondo il fund manager, le aziende più resilienti saranno quelle che servono sia i governi sia i privati, perché “un’esposizione al settore dual-use può ridurre la dipendenza da un singolo programma, garantendo al contempo la partecipazione all’agenda europea per l’autonomia”.

Selettività e visione a lungo termine per gli investitori

In chiusura, Duquesne traccia le coordinate per chi vuole investire in questo scenario in rapida evoluzione. Il riposizionamento strategico dell’Europa, dice, “dovrebbe influenzare gli investimenti industriali ben oltre l’attuale ciclo politico”. La difesa e l’aerospaziale rappresentano priorità sostenute da un impegno senza precedenti, ma l’entusiasmo deve fare i conti con i ritardi negli appalti, i vincoli delle catene di fornitura e i rischi ingegneristici. Per questo, “per gli investitori, ciò significa che la selettività è fondamentale”. L’opportunità non consiste semplicemente nell’ottenere un’esposizione a livelli di spesa più elevati, ma “nell’identificare aziende dotate di una tecnologia sostenibile, di competenze strategicamente rilevanti e della capacità di trasformare la domanda a lungo termine in una crescita redditizia”. Un messaggio che suona come un invito a guardare oltre il breve termine, puntando su quei campioni europei capaci di costruire, pezzo dopo pezzo, l’autonomia del continente.