L’intelligenza artificiale continua a catalizzare l’attenzione degli investitori di tutto il mondo. Ma mentre negli Stati Uniti l’interesse dei retail è esploso, in Europa prevale la cautela. Per Frédéric Leroux, head of Cross Asset e fund manager di Carmignac, questa divergenza racconta un fenomeno più complesso di un semplice trend borsistico. Come spiega l’esperto, “i risparmiatori europei sono riluttanti a investire nei mercati azionari per paura di un imminente scoppio della bolla dell’IA”, mentre dall’altra parte dell’Atlantico è in corso un entusiasmo ben più marcato.
Le bolle tecnologiche del passato: una lezione ancora valida
La storia economica è costellata di episodi in cui l’irruzione di nuove tecnologie ha gonfiato bolle speculative. Leroux ricorda che “quasi tutti ricordiamo la bolla delle dot-com”, parallela a quella ferroviaria inglese dell’Ottocento. In entrambi i casi, valutazioni e investimenti smisurati hanno sì prodotto distorsioni, ma anche permesso una diffusione rapidissima dell’innovazione.
Secondo Leroux, è proprio questo uno dei paradossi necessari dell’economia dell’innovazione: “le bolle fanno parte di un processo deterministico”. Gli operatori, infatti, preferiscono assumersi rischi enormi piuttosto che diventare obsoleti di fronte ai progressi tecnologici dei concorrenti.
IA: siamo davvero di fronte a una nuova bolla?
Nonostante i parallelismi storici, Leroux osserva come l’attuale entusiasmo sull’intelligenza artificiale non presenti ancora gli eccessi delle precedenti bolle. I principali protagonisti del settore IA – da Microsoft ad Amazon, passando per Google e Meta – trattano oggi a multipli considerati sostenibili, compresi tra 26 e 33 volte gli utili stimati. Una distanza enorme rispetto agli eccessi del 2000.
Ma l’enigma principale riguarda i costi dell’espansione. Leroux sottolinea che “entro la fine del 2030 queste aziende avranno speso la maggior parte dei 5.000-7.000 miliardi di dollari necessari per l’implementazione dell’IA”, un investimento colossale che cambierà i loro modelli di business e la redditività futura.
Al centro di questo ecosistema c’è Nvidia, la prima società al mondo ad aver superato i 5.000 miliardi di dollari di capitalizzazione. Un’azienda che, secondo Leroux, è il “fornitore di pale e setacci per i grandi cercatori d’oro della corsa all’intelligenza artificiale”.Il ruolo di OpenAI e la guerra tecnologica globale
Leroux indica anche un fattore di incertezza peculiare: il peso di OpenAI, ancora formalmente non-profit e non quotata. La società è coinvolta in transazioni per 1,4 trilioni di dollari con i big dell’IA, una complessità che, secondo l’esperto, richiede tempo per essere compresa appieno: “Il tempo lo dirà. Il tempo farà la sua parte”.
In parallelo, la rivalità tra Stati Uniti e Cina sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale – tra modelli come DeepSeek e sistemi basati su hardware Nvidia – potrebbe ritardare l’inevitabile fase di disillusione che segue ogni grande ondata tecnologica.
L’effetto sull’occupazione: il cambiamento più rapido e profondo
La vera novità della rivoluzione IA, secondo Leroux, riguarda il suo potenziale impatto sull’occupazione, soprattutto nel settore terziario. La capacità dei modelli avanzati di sostituire attività complesse rischia di colpire per primi i giovani. “Che valore ha infatti un giovane appena formato ma senza alcuna esperienza aziendale rispetto a ciò che può offrire in molti settori un’IA ben addestrata?”, osserva.
I dati citati da Leroux sono significativi: l’85% dell’aumento recente della disoccupazione negli Stati Uniti riguarda i giovani; nella fascia 20-24 anni il tasso è passato dal 6% al 9,5% in tre anni.
Il rischio è evidente: senza un ingresso rapido dei giovani nel mondo del lavoro, l’adozione dell’IA potrebbe generare squilibri sociali prima ancora che economici. “Non ci sarà progresso in un mondo che invecchia così rapidamente senza la partecipazione attiva delle giovani generazioni alla produzione di ricchezza”, avverte Leroux.
Tra opportunità e responsabilità
La sfida, dunque, non è soltanto finanziaria. L’intelligenza artificiale promette efficienza, nuovi settori industriali e produttività, ma richiede una gestione attenta della transizione sociale che comporta. Per questo, conclude Leroux, gli investitori devono saper distinguere tra chi sarà penalizzato dalla diffusione dell’IA e chi saprà coglierne le opportunità.
La storia delle grandi innovazioni suggerisce che il potenziale di lungo periodo può superare gli eccessi del breve. Ma la rapidità e la profondità di questa rivoluzione impongono una vigilanza nuova, soprattutto verso chi oggi rischia di rimanere indietro.
