La crescita economica degli Stati Uniti viaggia ormai allo stesso ritmo di quella cinese. Almeno sulla carta. Il dato sul PIL americano del terzo trimestre, pari al 4,3%, ha riacceso il dibattito sulla reale solidità dell’economia globale e sulla credibilità delle statistiche ufficiali. Un dibattito che, secondo Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy di Lemanik, non può più essere eluso.
«La pubblicazione del dato sul PIL USA del terzo trimestre conferma che ora gli Stati Uniti crescono come la Cina: 4,3%», osserva Novelli, sottolineando però come «molti non hanno ritenuto credibile questo dato, così come pochi hanno creduto al recente calo dell’inflazione». A suo avviso, le incongruenze non sono episodiche ma strutturali: «È ormai da molti mesi che continuo a sottolineare la totale inaffidabilità dei dati macro e che dal 2021 non raccontano più la reale situazione dell’economia».
Secondo Novelli, la discrepanza tra crescita dichiarata e condizioni reali è evidente se si guarda alle politiche economiche adottate. «È interessante osservare che la presunta forza dell’economia USA richiede comunque stimolo fiscale costante, ripresa del QE e riduzione dei tassi», afferma. Un paradosso che riguarda anche Pechino: «Anche la Cina, con un PIL al 4,3%, necessita di stimolo fiscale continuo e supporto monetario».
Il gestore di Lemanik va oltre e mette in discussione le stime ufficiali delle principali economie avanzate. «Secondo le mie analisi, la reale crescita degli Stati Uniti sarebbe al massimo intorno all’1,5%, quella della Germania circa a –2%, quella del Regno Unito a –1,5% e quella della Cina non oltre il 2,5-3%», sostiene, parlando apertamente di dati “costruiti” attraverso revisioni, destagionalizzazioni arbitrarie e assunzioni creative. «È come se un malato grave, anziché curarsi, manipolasse la cartella clinica per apparire sano».
In questo contesto, formulare previsioni di mercato diventa, secondo Novelli, un esercizio quasi privo di senso. «Dazi, guerre commerciali, debiti fuori controllo, inflazione, conflitti e pandemie non hanno più alcun effetto sulle variabili finanziarie», spiega. Il motivo è chiaro: «I mercati sono di fatto nazionalizzati».
Un’affermazione che, ammette lo stesso Novelli, può risultare scomoda in un settore che continua a difendere la narrazione del libero mercato. «I tassi sui Treasury sono sottoposti a un feroce controllo della curva e il buy on dip non è certo opera dell’investitore retail», afferma, evidenziando il ruolo crescente degli interventi pubblici e dei derivati nel day trading. «Pensare che il piccolo investitore possa sostenere flussi di risk off da centinaia di miliardi di dollari all’ora è poco credibile».
Non a caso, ricorda Novelli, il bull market di Wall Street è stato definito da alcuni analisti americani una questione di sicurezza nazionale. «Sono assolutamente d’accordo», afferma. «Un’economia basata su debito speculativo, leverage e finanza spregiudicata ha come unico obiettivo quello di gonfiare bolle, nella speranza di creare una ricchezza che non riesce più a produrre con l’economia reale».

Il parallelo con la Cina è esplicito. «Anche lì i mercati azionari sono controllati, le società pubbliche vengono sostenute nei buyback e i dati macro non sono più pubblicati con il dettaglio necessario», osserva. «La differenza è che i cinesi non hanno vergogna a dirlo, mentre per la finanza americana ammettere di essere sotto controllo statale è un’onta indicibile».
Secondo Novelli, questa situazione conferma che senza supporto pubblico l’economia reale non sarebbe in grado di giustificare le attuali valutazioni di mercato. «Perfino le trimestrali non sono più credibili», afferma, ricordando come la SEC abbia dovuto imporre ai CEO una conferma ex post dei dati pubblicati, proprio a causa delle continue rettifiche.
Alla luce di tutto questo, lo scenario si restringe drasticamente. «L’unico outlook possibile si basa su due ipotesi: o il mercato “nazionalizzato” riesce ancora a evitare tutti i black swan, oppure scoppia una crisi e tutto scappa di mano», spiega. Non esistono vie di mezzo. «O sali o scendi».
Il vero rischio, secondo Novelli, è che gli Stati Uniti siano ormai ostaggio della propria bolla speculativa. «Devono gonfiarla ad oltranza, perché un suo cedimento avrebbe ripercussioni devastanti», avverte. Una fragilità aggravata dalla consapevolezza diffusa del rischio: «Tutti partecipano al gioco con l’intenzione di uscirne prima che finisca male».
Sul fondo del sistema, infine, si staglia l’ombra dello shadow banking. «Con oltre 100 trilioni di dollari di asset speculativi, rappresenta il vero black swan che spaventa la FED e il Tesoro», afferma Novelli. L’espansione del credito verso questo comparto, favorita anche dall’allentamento dei vincoli di Basilea III, non risolve i problemi strutturali. «Serve solo a rinnovare debiti insolvibili».
La concentrazione della redditività in poche grandi aziende, l’uso massiccio dei buy back e l’ennesima scommessa sul ciclo dell’intelligenza artificiale completano un quadro che, secondo Novelli, resta intrinsecamente instabile. «Siamo nella trappola dell’espansione ad oltranza del debito pubblico e del QE», conclude. «Non per stimolare la crescita, ma per prevenire una crisi. E più lungo e ampio è il ciclo finanziario che stai sostenendo artificialmente, più grande sarà la crisi quando finirà».
