Da giugno nei mercati fixed income si è assistito a un forte trend al rialzo dei rendimenti dei Paesi sviluppati. Secondo Stefano Fiorini, Global Fixed Income Fund Manager di Generali Asset Management, questo movimento si allinea con il trend di più lungo termine che ha visto i rendimenti governativi dei Paesi sviluppati registrare un minimo storico in concomitanza con la crisi Covid e da lì iniziare un costante processo di rialzo. Il movimento da luglio si inserisce quindi come una continuazione del trend di lungo periodo che ha caratterizzato gli ultimi anni del mercato obbligazionario, spiega Fiorini.
La particolarità di quest’ultimo movimento consiste nel fatto che, pur essendo un movimento globale, ha visto performance molto diverse tra le obbligazioni governative dei Paesi sviluppati e quelle dei Paesi in via di sviluppo. Come si vede nel grafico, il rialzo dei tassi di interesse è stato prevalente nei Paesi sviluppati, mentre molto più contenuto nei Paesi emergenti. In alcuni Paesi asiatici si è assistito addirittura a una discesa dei rendimenti durante questo periodo, seguendo l’esempio dei tassi cinesi, dove i rendimenti continuano a registrare minimi storici.

A cosa è dovuta questa marcata differenza nelle performance dei governativi globali
Ma a cosa è dovuta questa marcata differenza nelle performance dei governativi globali? Come spesso accade, non esiste una ragione singola, bensì una concomitanza di fattori. Da una parte, post-Covid, la politica fiscale dei Paesi sviluppati continua a essere estremamente aggressiva, con deficit pubblici consistenti, una massa di debito pubblico già estremamente elevata e la conseguente necessità di collocare sul mercato quantità crescenti di obbligazioni governative. Il fatto che questo fenomeno avvenga con tassi in rialzo non fa che pesare ulteriormente sui conti pubblici dei Paesi sviluppati, dove una percentuale crescente delle entrate pubbliche è utilizzata per pagare gli interessi.
Per contro, le metriche di debito/PIL sono generalmente più basse per i Paesi emergenti, e questo permette loro di conservare una certa flessibilità sia nella politica fiscale sia in quella monetaria. La mole di debito pubblico dei maggiori Paesi sviluppati è talmente elevata che non esistono più soluzioni comode, e il futuro sarà probabilmente caratterizzato da scelte difficili. Da una parte, oggi nessuna forza politica occidentale propone un ritorno all’austerity, vista l’impopolarità di questa soluzione; da qui la necessità di optare per una politica di crescita nominale aggressiva, per ridurre in termini relativi il peso del debito pubblico. Il rialzo dei tassi, però, non fa che alzare l’asticella di tale politica.
Il ruolo della politica monetaria e dei tassi reali
Un secondo fattore riguarda la politica monetaria degli anni scorsi. In molti Paesi sviluppati i tassi ufficiali sono stati tenuti bassi per facilitare la crescita economica, tollerando un’inflazione superiore ai target delle banche centrali. Ad esempio, sono 65 mesi consecutivi che il tasso di inflazione negli USA è superiore all’obiettivo del 2% della Federal Reserve. Gli investitori hanno registrato ritorni reali negativi sull’investimento obbligazionario negli ultimi anni, e oggi richiedono tassi reali più alti. A fronte di ciò, i Paesi emergenti continuano a offrire rendimenti reali elevati, riflesso di una politica monetaria molto più prudente. Tassi reali elevati aiutano a mantenere l’inflazione di questi Paesi sotto controllo e premiano l’investimento obbligazionario.

Probabilmente assisteremo alla continuazione di questo processo di convergenza tra tassi reali dei Paesi sviluppati e quelli dei Paesi emergenti nel prossimo futuro, conclude Fiorini.
