Obbligazioni: rendimenti attesi inferiori nel 2026. Ecco perchè

I mercati obbligazionari hanno concluso il 2025 con dinamiche divergenti tra Stati Uniti, Regno Unito ed Europa. A tracciarne un quadro è Alex Rohner, Fixed Income strategist di J. Safra Sarasin, il quale afferma che “i mercati obbligazionari statunitensi e britannici hanno registrato performance nettamente superiori alle attese”, grazie a un forte ridimensionamento delle aspettative sui tassi di riferimento. Più contenuto, invece, il movimento dell’area euro e della Svizzera, dove gran parte dei tagli era già avvenuta in precedenza.

Secondo Rohner, “le aspettative sui tassi di riferimento implicite nel mercato sono ora più vicine alle nostre previsioni”, con il rischio che quelle statunitensi siano addirittura troppo basse. Da ciò deriva la convinzione che non ci sia più molto spazio per ulteriori ribassi dei tassi a breve. Di conseguenza, “anche in questo scenario i rendimenti obbligazionari non hanno margine per scendere in modo significativo”; per i Treasury USA a 10 anni è atteso un lieve aumento nel 2026.

Sostenibilità del debito e premi a termine elevati

Pur non prevedendo forti rialzi dei rendimenti, Rohner evidenzia come gli ultimi 12-24 mesi abbiano visto un marcato aumento dei premi a termine, accompagnato da un significativo irripidimento delle curve. Un fenomeno guidato soprattutto dalle preoccupazioni sulla sostenibilità del debito pubblico. “La maggior parte dei Paesi del G7 non è in grado di attuare in modo credibile gli aggiustamenti fiscali necessari”, sottolinea lo strategist.

Per attenuare tali timori, Rohner si aspetta una combinazione di interventi:

  • “alcuni modesti aggiustamenti fiscali”, come aumenti delle imposte o dazi;
  • emissioni concentrate su scadenze più brevi;
  • maggiore regolamentazione per spingere il settore privato a detenere più titoli di Stato;
  • possibili riacquisti di obbligazioni a lungo termine da parte di Tesori o banche centrali.

Queste misure potrebbero contribuire a ridurre i premi a termine e stabilizzare le curve.

Il ruolo dell’inflazione e la nuova Fed

Finora l’inflazione non sembra essere stata il motore dell’aumento dei premi a termine: le aspettative a lungo termine basate sul mercato sono persino diminuite. Tuttavia, Rohner avverte che “se i governi tenteranno di alleviare le preoccupazioni sulla sostenibilità del debito senza un effettivo consolidamento fiscale, esiste un chiaro rischio che le aspettative di inflazione aumentino”, soprattutto in caso di crescita economica superiore alle attese.

A ciò si aggiunge un elemento politico: il nuovo presidente della Federal Reserve nominato dall’amministrazione Trump, percepito come potenzialmente più accomodante. Tutti fattori che mantengono elevata la probabilità di nuove inclinazioni verso l’alto delle curve dei rendimenti.

Strategie per il 2026: privilegiare le scadenze intermedie

Il 2025 ha premiato le scadenze brevi e medie. E anche per il 2026 lo strategist vede opportunità nella parte intermedia della curva (5-7 anni), che a suo avviso:

  • “beneficia di curve più ripide e dei relativi rendimenti roll-down”;
  • offre sufficiente duration per trarre vantaggio da eventuali ribassi dei tassi;
  • garantisce un carry adeguato come protezione.

Per Rohner, “il carry dovrebbe essere il principale fattore di rendimento nel 2026”, insieme ai rendimenti da roll-down, con un profilo risk/reward particolarmente favorevole.

Credit market: tensioni sotto la superficie

Sul fronte del credito, i premi di rischio restano vicini ai minimi ventennali. Le valutazioni non sono particolarmente attraenti e i rischi di ampliamento degli spread sono aumentati, ma lo scenario base della banca non prevede una recessione. Secondo Rohner, “i rendimenti attuali offrono probabilmente un margine sufficiente per proteggersi dalle perdite”, pur osservando segnali di tensione, soprattutto nei mercati del credito privato.

L’aumento dei casi di insolvenza — concentrati finora nel segmento dei prestiti auto subprime — e la debolezza delle BDC potrebbero prefigurare un maggiore stress futuro. Per ora, però, “non è giustificato un sottopeso strutturale nel credito”.

Mercati emergenti: attesi nuovi flussi

Guardando ai mercati emergenti, Rohner prevede un 2026 positivo grazie a crescita resiliente, dollaro debole e tassi USA più bassi. Storia insegna che la debolezza del dollaro favorisce i flussi verso queste economie, in particolare America Latina e Asia emergente (esclusa la Cina). Anche i rendimenti elevati di Paesi come Brasile, Sudafrica e Messico continuano ad attrarre investitori in cerca di carry.

Inoltre, l’allentamento monetario e gli investimenti globali nell’intelligenza artificiale sosterranno ulteriormente la domanda di bond emergenti in valuta locale.