Negli ultimi venticinque anni, i mercati emergenti hanno compiuto un balzo in avanti epocale abbracciando in modo diffuso l’ortodossia monetaria. Un cambiamento che, se da un lato ha permesso di controllare l’inflazione e sviluppare mercati interni, dall’altro inizia a mostrare il conto salato da pagare in termini di stress aziendale e insolvenze. Questa l’analisi di Polina Kurdyavko, senior portfolio manager e Head of BlueBay Emerging Markets di RBC BlueBay, che di seguito delinea opportunità e rischi in un panorama in rapida evoluzione.
«Guardando indietro agli ultimi 25 anni, uno dei cambiamenti più significativi nei mercati emergenti è stata l’adozione diffusa dell’ortodossia monetaria, che ha consentito ai paesi di avere una maggiore influenza sulle dinamiche inflazionistiche locali», afferma l’esperta. Questo percorso ha ridotto la dipendenza dal debito estero – «oltre il 90% di tutto il debito dei mercati emergenti è ora emesso a livello locale» – mitigando la vulnerabilità agli shock finanziari globali. «Tuttavia – avverte Kurdyavko – anche le politiche che hanno buone intenzioni possono avere conseguenze indesiderate».
Il Brasile è un caso emblematico. Per domare un’inflazione surriscaldata da un mercato del lavoro robusto e politiche fiscali, la banca centrale ha alzato i tassi di 425 punti base, portandoli al 15%. La mossa ha funzionato contro l’inflazione, ma ha paralizzato le aziende. «Le società brasiliane con un livello di indebitamento superiore a 3x ora spendono il 60% del loro EBITDA per pagare gli interessi», sottolinea Kurdyavko. Anche realtà investment grade hanno visto il loro indebitamento quasi raddoppiare, con il risultato che «a giugno 2025 il 31% di tutte le aziende brasiliane era in ritardo con i pagamenti dei prestiti».
Un fenomeno non isolato: la Turchia, con tassi saliti al 50% nel 2024, vive tensioni simili. E le prospettive? «Guardando al 2026, prevediamo un aumento dei casi di insolvenza delle aziende, in particolare in alcune parti del mercato brasiliano», afferma la manager. Ciononostante, un barlume di ottimismo rimane: «La qualità complessiva degli attivi delle società brasiliane rimane solida, offrendo opportunità di performance positive per gli investitori più accorti».
Accanto allo stress da tassi, un altro fronte caldo è la crescita esplosiva dei mercati del debito locale, un universo che vale ormai oltre 25.000 miliardi di dollari. In Brasile, il debito corporate interno sfiora i 400 miliardi di dollari, trainato anche dai risparmiatori retail attraverso prodotti strutturati complessi come i COE (Certificados de Operações Estruturadas). «Questi strumenti possono includere specifici trigger di prezzo attraverso una componente derivata aggiuntiva, in grado di aumentare la volatilità di mercato quando viene attivata», spiega Kurdyavko. Un meccanismo che, in condizioni di stress, innesca vendite forzate e distorsioni: «Obbligazioni investment grade sono state scambiate a rendimenti a doppia cifra a causa di questi fattori tecnici, piuttosto che di preoccupazioni sui fondamentali».
L’Argentina, con la sua recente liberalizzazione valutaria, offre un ulteriore studio di caso. Le misure del governo hanno inizialmente provocato deflussi, «poiché gli investitori stranieri hanno colto l’occasione per uscire dalle loro attività argentine, data l’incertezza». Senza adeguate riserve della banca centrale, avverte Kurdyavko, la transizione rischia nuova volatilità. Tuttavia, le aziende locali più prudenti, con basso indebitamento e cash flow interno, «vedono questa situazione come una grande opportunità per acquisire attività a valutazioni interessanti».
In conclusione, per Polina Kurdyavko i mercati emergenti, pur avendo costruito fondamentali più resilienti, non sono immuni da nuove vulnerabilità. La sfida per gli investitori è navigare con attenzione in un sistema più sofisticato, ma anche più interconnesso e soggetto a rischi tecnici imprevedibili.
