Il 2026 è iniziato portandosi dietro le stesse domande e perplessità che attanagliavano gli investitori sul finire del 2025. Con molte variabili in movimento per le prospettive di quest’anno, è necessario fare chiarezza. “Nel tentativo di fare chiarezza su ciò che ci attende, vediamone alcune”, afferma Antonio Tognoli, responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim, che delinea un decalogo di temi cruciali.
Partendo dagli Stati Uniti, per Tognoli c’è molta “benzina” nel serbatoio dei consumatori per alimentare la crescita. “Le dinamiche di consumo a K probabilmente resteranno in vigore“, spiega, con le famiglie più abbienti sostenute dall’effetto ricchezza e da rimborsi fiscali consistenti, a differenza di quelle a basso reddito sotto pressione.
Sul fronte occupazionale, il mercato del lavoro “continuerà ad ammorbidirsi“, ma agiscono forze contrastanti: dalle carenze di manodopera in alcuni settori alle difficoltà di ingresso per i giovani, fino al 66% delle aziende che, secondo un’indagine Yale, pianifica licenziamenti o il mantenimento dell’organico. “Gli effetti dell’IA sui lavori impiegatizi saranno una variabile chiave da monitorare“.
Proprio l’Intelligenza Artificiale resta un motore potente, con il boom delle infrastrutture destinato a proseguire “per il semplice fatto che la domanda di energia continua a superare l’offerta”. La spesa in data center sarà un pilastro, ma “una variabile importante da osservare nel 2026 sarà il finanziamento a leva del capex per le infrastrutture IA e il relativo rischio di una ‘bolla’”. Con la Fed pronta a tagliare i tassi, però, le probabilità di una stretta creditizia sul settore “sono basse”.
Sull‘impatto dell’IA sulla produttività USA, “il verdetto è ancora aperto”, ma i tassi di adozione, ora al 18%, sono destinati ad accelerare. “Nel 2026, ci aspettiamo che il tema degli investimenti in IA si ampli e si evolva dagli innovatori agli abilitatori fino agli adottanti”, prevede Tognoli.
Per quanto riguarda le materie prime, l’analista si aspetta la continuazione del rialzo di oro e metalli, sostenuto da “aspettative di inflazione globale più alte del previsto, livelli elevati di debito sovrano, diversificazione dei portafogli e geopolitica”.
Sul dollaro, la previsione è di un ulteriore indebolimento, seppur graduale, favorito dai tagli dei tassi Fed. Tuttavia, “l’economia statunitense resta la più dinamica al mondo” e il boom dell’IA guidato dagli USA “va in senso contrario rispetto alla strategia di ‘svalutazione del dollaro’”. L’Eurozona che fatica, il Giappone fragile e la Cina con il conto capitale chiuso suggeriscono che il biglietto verde “manterrà il suo status di valuta di riserva nel medio termine”.
Proprio la Cina è uno dei punti dolenti: “Difficile” che il consumatore cinese esca dal letargo nel 2026. “La combinazione di un mercato del lavoro debole e di un mercato immobiliare depresso resta il principale vincolo”, sottolinea Tognoli, che si aspetta una crescita ancora trainata da esportazioni e investimenti, “perpetuando le tensioni commerciali”.
Un’altra grande incognita è la Fed, con l’attesa nomina di un nuovo presidente. “Sarà probabilmente un anno movimentato”, avverte l’analista, ma l’indipendenza dell’istituto non è a rischio perché “una Fed che si piega all’occupante della Casa Bianca invita volatilità di mercato, aspettative d’inflazione fuori controllo e l’ira dei ‘vigilantes’ del mercato obbligazionario”. Tuttavia, “la Fed di per sé rappresenta una significativa incognita di mercato quest’anno”.
Dall’altra parte del Pacifico, i timori che l’aumento dei rendimenti dei bond giapponesi (JGB) scateni un rimpatrio di capitali dagli USA sono giudicati “improbabili”. “Non ci aspettiamo un esodo di massa dagli asset USA: gli investitori istituzionali giapponesi tendono ad aggiustare le allocazioni nell’arco di anni, non di mesi”, rassicura.
Infine, il debito sovrano globale, ai massimi record di circa 106 trilioni di dollari, pone un rischio “marginale” per il 2026, ma “la volatilità legata alla sostenibilità del debito pubblico potrebbe emergere in Paesi come Regno Unito, Francia e Giappone e forse negli USA”. La performance delle obbligazioni globali a lunga scadenza “sarà determinante per i rendimenti di molte diverse classi di attivo”, conclude Tognoli, tracciando una mappa di un anno che si preannuncia ricco di sfide per i mercati.
