Il ritorno di “TINA”: ma le azioni non sono l’unica alternativa, anche se sembra così

TINA è tornata. E no, non parliamo di una vecchia conoscenza, ma di un acronimo che ha segnato un’epoca: “There is no alternative” (non c’è alternativa). Coniato dallo stratega di mercato Jason Trennert di Strategas Research Partners negli anni dei tassi allo zero, il “mercato Tina” descriveva la mentalità per cui le azioni sembravano l’unica scelta ragionevole per gli investitori. Oggi, mentre l’S&P 500 tocca nuovi record, TINA sta vivendo una nuova primavera.

“L’ultima argomentazione a favore di TINA proviene da un’analisi recentemente aggiornata”, scrive Jason Zweig, editorialista finanziario del Wall Street Journal, “secondo cui i risparmiatori previdenziali non dovrebbero detenere alcuna obbligazione. Invece, dovrebbero investire un terzo dei propri risparmi in azioni statunitensi e due terzi in azioni internazionali, detenendo azioni per tutta la vita”.

La ricerca, condotta da Scott Cederburg dell’Università dell’Arizona e colleghi, analizza i rendimenti di 39 paesi dal 1890 al 2023. La scoperta principale? “Storicamente, le obbligazioni hanno sempre avuto la tendenza a salire e scendere in sincronia con le azioni per lunghi periodi“, spiega Zweig, “offrendo rendimenti bassi: solo lo 0,95% annuo dopo l’inflazione, contro il 7,74% delle azioni USA“.

Il messaggio arriva mentre gli investitori spingono TINA al limite. “Alla chiusura record di ottobre”, nota Zweig, “le azioni statunitensi erano valutate 40,5 volte i loro utili a lungo termine, il rapporto più alto dallo scoppio della bolla del 2000“. E Cederburg avverte: “Considerando le valutazioni attuali, questo potrebbe rivelarsi un contesto di investimento più difficile. Non stiamo cercando di far finta che investire tutti i propri risparmi pensionistici in azioni non sia rischioso. È una proposta incredibilmente rischiosa”.

La storia conferma i pericoli. In uno studio precedente, su tutti i possibili orizzonti trentennali dal 1841, un portafoglio interamente azionario ha avuto performance inferiori all’inflazione nel 12% dei casi. “Negli Stati Uniti”, osserva Zweig, “le azioni hanno sovraperformato l’inflazione in ogni periodo di 30 anni, ma hanno reso meno delle obbligazioni nel 25% di questi intervalli”.

La differenza la fa la fortuna. Zweig porta un esempio: due investitori con 1 milione di dollari nell’S&P 500 che prelevano il 4% annuo per 20 anni. “Chi andò in pensione a fine 1999 finì con 890.000 dollari. Chi partì a fine 2002, dopo il crollo, avrebbe oltre 4 milioni”.

“Ecco perché possiedo ancora alcune obbligazioni”, rivela Jason Zweig, “e penso che dovresti farlo anche tu. Tina si sente a suo agio mentre le azioni sfiorano i massimi. Ma investire come se non ci fossero alternative richiederà la pazienza di una tartaruga e le emozioni di una pietra”.

Conclude l’editorialista: “Il problema di TINA è questo: supponiamo che le probabilità che le azioni superino le obbligazioni in futuro – se, ma solo se, il futuro assomiglia al passato – siano circa cinque su sei. Resta quel sesto caso in cui la storia prende una strada diversa. E nella pianificazione previdenziale, ignorare quel rischio potrebbe costare caro“.