«L’economia globale ha vissuto un’era paragonabile a una festa barocca», osserva Daniel Zanin, analista di Invesco. «Liquidità, tassi a zero, stimoli fiscali e monetari scorrevano nelle economie come il vino in un banchetto di Rubens».
Quell’epoca di abbondanza, segnata da politiche ultra-espansive e da mercati euforici, ha però raggiunto il suo punto di saturazione. Dopo anni di “vino e brindisi”, spiega Zanin, il sistema si ritrova con un metabolismo lento: inflazione ancora persistente, crescita debole, produttività stagnante. «Ciò che doveva nutrire, ora sembra soffocare», sintetizza l’analista.
Il “Paradox of Plenty”: troppo può fare male
Zanin richiama il concetto formulato dall’economista Richard Auty nel 1993, il Paradox of Plenty o Resource Curse. «È il paradosso dei Paesi ricchi di risorse naturali che crescono meno di quelli poveri», spiega.
L’eccesso di rendite, infatti, tende a distorcere l’economia: riduce l’incentivo all’innovazione, alimenta inefficienze e, nel lungo periodo, indebolisce la produttività. Un caso emblematico è la “Dutch disease”, osservata nei Paesi Bassi negli anni ’70, quando l’abbondanza di gas naturale finì per danneggiare il manifatturiero.
Dall’oro nero alla liquidità: la maledizione dell’eccesso
Oggi, secondo Zanin, lo stesso schema si ripete su scala più ampia. «Che si tratti di petrolio, di stimoli monetari o fiscali, o semplicemente di informazioni, l’abbondanza tende a disinnescare la tensione creativa che alimenta il progresso».
Come nelle tele barocche, dove il pieno invade ogni spazio, anche i mercati sembrano soffrire di una sovrabbondanza che appiattisce contrasti e profondità. «Gli anni dell’espansione monetaria e dei tassi a zero hanno lasciato in eredità un paesaggio saturo», afferma l’analista.
L’economia nella “zona grigia” del ciclo
La fase attuale, spiega Zanin, non è né euforica né recessiva. «Ci troviamo in una zona grigia del ciclo: l’inflazione arretra ma non scompare, i tassi restano alti ma non frenano del tutto la domanda».
Le banche centrali, dopo anni di stimoli, avanzano ora con cautela: «Un eccesso di “cura” rischierebbe di generare nuovi squilibri». Nel frattempo, le imprese affrontano una domanda incerta, gli Stati faticano a sostenere la spesa pubblica e gli investitori si muovono in un contesto di liquidità abbondante ma di minore slancio.
«Non manca la liquidità», osserva Zanin, «manca forse il desiderio di usarla».
Dall’espansione alla selezione
In questo scenario, la chiave diventa la qualità. «L’attenzione si sposta sulla selezione dei modelli di business sostenibili, delle aziende con pricing power, dei settori che innovano davvero», spiega Zanin.
Il 2025, secondo l’analista di Invesco, «si avvia a chiudersi con crescita fragile, multipli in risalita e volatilità contenuta ma latente». L’Europa mostra segnali di resilienza, grazie a politiche industriali più assertive e valutazioni ancora interessanti. Gli Stati Uniti restano la locomotiva globale, ma con un ritmo meno brillante, mentre la Cina alterna fasi di slancio e di rallentamento.
Oltre l’abbondanza: il valore del limite
Dopo anni di eccessi, la lezione è chiara: «La sfida non è produrre di più, ma dare valore a ciò che già c’è», conclude Zanin.
Il “paradosso dell’abbondanza” mostra che la prosperità duratura non nasce dall’espansione illimitata, ma dalla capacità di rigenerarsi, di mantenere equilibrio tra desiderio e misura.
In un sistema dove il capitale è abbondante ma immobile, il futuro non dipenderà più solo dalla liquidità, ma da ciò che la muove: idee, disciplina e tempo.
