IA, il boom degli investimenti supera i confini Usa. Come muoverso secondo PIMCO

Il boom degli investimenti nell’intelligenza artificiale sta assumendo una dimensione sempre più globale, trasformandosi in un importante motore di crescita per gli Stati Uniti, l’Asia e le altre economie coinvolte nella costruzione delle infrastrutture tecnologiche. Allo stesso tempo, la crescente dipendenza dell’economia mondiale da questo ciclo di spesa rappresenta un nuovo fattore di rischio per le prospettive future.

Secondo Tiffany Wilding, economista di PIMCO, «l’intelligenza artificiale non è mai stata semplicemente una questione di investimenti statunitensi». La diffusione delle infrastrutture necessarie per sviluppare questa tecnologia sta infatti sostenendo non soltanto la domanda americana, ma anche la produzione industriale e gli scambi commerciali lungo l’intera catena di approvvigionamento globale.

Le dimensioni del fenomeno sono considerevoli. Gli investimenti in conto capitale annunciati dalle grandi società tecnologiche statunitensi superano i 1.000 miliardi di dollari per il 2026, con ulteriori esborsi previsti per circa 1.500 miliardi negli anni successivi. Una dinamica alimentata anche dalla crescente attenzione dei governi alla sicurezza tecnologica, alla disponibilità di energia e alla resilienza delle catene di fornitura, in un contesto internazionale caratterizzato da tensioni geopolitiche e frammentazione economica.

L’effetto dell’IA sulla crescita Usa è complesso

Il primo elemento da considerare è la differenza tra la spesa per gli investimenti e il contributo effettivo alla crescita del prodotto interno lordo. Una parte consistente delle apparecchiature acquistate dalle aziende statunitensi, infatti, proviene dall’estero.

Server, processori, schede grafiche e sistemi di rete destinati ai data center aumentano gli investimenti registrati negli Stati Uniti, ma quando vengono importati contribuiscono anche a incrementare le importazioni, che vengono sottratte nel calcolo del Pil basato sulla spesa. Di conseguenza, una parte dei benefici economici del boom tecnologico viene contabilizzata nei Paesi produttori.

«L’elevato contenuto di importazioni riduce sostanzialmente l’impatto diretto sulla crescita reale del Pil statunitense», osserva Wilding. Questo non significa, tuttavia, che gli investimenti nell’intelligenza artificiale abbiano un ruolo marginale per l’economia americana.

Secondo le stime di PIMCO, dall’inizio del 2025 gli investimenti legati all’IA hanno contribuito in media per circa 0,4 punti percentuali alla crescita reale annualizzata del Pil statunitense su base trimestrale, a fronte di un’espansione complessiva di circa il 2% nello stesso periodo. Il contributo alla domanda interna è stato invece molto più consistente: circa 1,2 punti percentuali rispetto a una crescita media annualizzata del 2,7%.

«La spinta alla spesa statunitense è stata molto più consistente di quella alla produzione statunitense», sottolinea l’economista, proprio perché una quota significativa degli acquisti è destinata a beni prodotti all’estero.

L’effetto ricchezza sostiene i consumi

L’impatto dell’intelligenza artificiale sull’economia statunitense non si esaurisce negli investimenti delle imprese. Un secondo canale di trasmissione passa dai mercati finanziari e dalla ricchezza delle famiglie.

Le aspettative di un aumento della produttività e degli utili futuri hanno contribuito a sostenere le valutazioni azionarie. Il conseguente incremento del patrimonio degli investitori può tradursi in una maggiore propensione ai consumi, rafforzando ulteriormente la domanda interna.

Wilding evidenzia che «gli investimenti diretti non sono l’unico canale attraverso il quale il boom dell’intelligenza artificiale sta sostenendo l’economia statunitense». L’ottimismo sulle prospettive della tecnologia contribuisce infatti a migliorare le condizioni finanziarie, alimentando un effetto ricchezza che si aggiunge allo stimolo generato dalla spesa in infrastrutture.

Le elaborazioni di PIMCO, basate sul modello della Federal Reserve per valutare l’impulso delle condizioni finanziarie alla crescita, stimano che il canale legato alla ricchezza azionaria abbia fornito un sostegno aggiuntivo di circa 0,5-0,7 punti percentuali. Si tratta di un contributo pari a circa una volta e mezza, nella stima superiore, quello riconducibile direttamente agli investimenti.

Nel complesso, quindi, l’IA sostiene l’economia americana sia attraverso la domanda di beni strumentali sia attraverso i mercati finanziari. Un meccanismo che amplifica gli effetti positivi del ciclo tecnologico, ma che rende la crescita più sensibile a eventuali correzioni delle valutazioni azionarie e a un ridimensionamento delle aspettative.

L’America investe, l’Asia produce

La componente internazionale del boom emerge soprattutto osservando le economie che forniscono i componenti e le apparecchiature necessari allo sviluppo dei data center. La domanda statunitense si traduce infatti in produzione, esportazioni e redditi per i Paesi inseriti nella filiera tecnologica.

«Ciò che fuoriesce dal Pil statunitense attraverso le importazioni non scompare dal Pil globale», spiega Wilding. I beni acquistati dalle imprese americane rappresentano produzione economica realizzata altrove, contribuendo a sostenere l’attività industriale delle economie esportatrici.

Taiwan e Corea del Sud sono tra i principali beneficiari di questa dinamica. Secondo le elaborazioni di PIMCO sui dati commerciali, le esportazioni legate all’intelligenza artificiale rappresentano un’esposizione lorda pari a circa il 30% del Pil per Taiwan e a oltre il 15% per la Corea del Sud. Anche il Messico svolge un ruolo importante nella catena di approvvigionamento nordamericana.

Questi indicatori misurano il valore lordo delle esportazioni rispetto al Pil e non il contributo effettivo in termini di valore aggiunto domestico. Restituiscono comunque un’indicazione significativa della portata raggiunta dal ciclo tecnologico e della sua importanza per le economie coinvolte.

Come sottolinea l’economista, «il boom degli investimenti in conto capitale negli Stati Uniti sta quindi sostenendo sempre più un ciclo produttivo e commerciale molto più ampio, in particolare lungo la catena di approvvigionamento tecnologica asiatica».

Il risultato è una redistribuzione geografica dei benefici economici dell’IA: gli Stati Uniti rappresentano uno dei principali centri della domanda e degli investimenti, mentre numerose economie asiatiche forniscono i beni necessari per realizzare le infrastrutture.

Il ciclo degli investimenti si allarga a Cina e Medio Oriente

La crescita del settore, inoltre, non dipende più soltanto dalla domanda americana. La Cina è stata tra le prime economie a investire nello sviluppo di capacità tecnologiche proprie, mentre altre aree dell’Asia e del Medio Oriente stanno aumentando gli investimenti in potenza di calcolo, data center e infrastrutture energetiche.

Secondo Wilding, «gli Stati Uniti non sono più l’unica fonte significativa di domanda di infrastrutture per l’IA». Sempre più Paesi cercano infatti di sviluppare capacità di calcolo interne, considerate strategiche non soltanto per la competitività economica, ma anche per la sicurezza nazionale e l’autonomia tecnologica.

Questa tendenza amplia la base geografica degli investimenti e rafforza il legame tra sviluppo dell’intelligenza artificiale, politica industriale e sicurezza economica. La costruzione di nuovi data center richiede inoltre infrastrutture energetiche adeguate e catene di fornitura affidabili, generando ulteriori ricadute su diversi comparti industriali.

I dati sulla produzione industriale globale mostrano già una dinamica particolarmente favorevole per computer, prodotti elettronici e apparecchiature correlate, anche in presenza di una crescita complessiva più moderata della produzione manifatturiera mondiale.

«Si sta creando un ciclo industriale globale ben distinto che sta sostenendo la produzione mondiale», osserva Wilding. Un fenomeno che coinvolge un numero crescente di economie e che rende l’espansione dell’IA un fattore sempre più importante per l’andamento del commercio internazionale.

Il rischio di una nuova concentrazione ciclica

L’espansione degli investimenti nell’intelligenza artificiale rappresenta dunque un sostegno importante per la crescita globale, ma comporta anche una maggiore esposizione a un unico grande ciclo tecnologico. Più aumenta il numero di economie che dipendono dalla domanda di infrastrutture per l’IA, più un eventuale rallentamento può propagarsi attraverso produzione industriale, esportazioni, investimenti e mercati finanziari.

Il punto centrale, secondo PIMCO, non è necessariamente il rischio di un crollo della spesa. Anche investimenti che rimangono su livelli elevati possono fornire un contributo progressivamente minore alla crescita se il loro ritmo di espansione rallenta.

«Non è necessario che lo sviluppo delle infrastrutture subisca un crollo affinché l’impulso alla crescita si affievolisca. È sufficiente che subisca un rallentamento», avverte Wilding.

La distinzione è fondamentale: il Pil risente della variazione della spesa, non soltanto del suo livello assoluto. Se le imprese tecnologiche dovessero ridurre il ritmo di crescita degli investimenti, le conseguenze potrebbero quindi manifestarsi anche senza una contrazione effettiva della spesa in conto capitale.

A questo rischio si aggiunge la necessità che i guadagni di produttività promessi dall’intelligenza artificiale si concretizzino con sufficiente rapidità. Se i benefici economici tardassero ad arrivare, le aspettative che oggi sostengono gli investimenti e le valutazioni azionarie potrebbero rivelarsi eccessivamente ottimistiche.

Un motore globale, ma anche un fattore di vulnerabilità

Il boom dell’intelligenza artificiale sta contribuendo a ridefinire la geografia della crescita economica. Gli Stati Uniti beneficiano della domanda di investimenti e dell’effetto ricchezza generato dai mercati azionari; l’Asia trae vantaggio dalla produzione di componenti e apparecchiature; altre economie si stanno aggiungendo al ciclo attraverso nuovi progetti infrastrutturali.

«Le stesse forze che hanno reso l’espansione globale più resiliente hanno quindi anche creato una nuova fonte di concentrazione ciclica», conclude Wilding.

Per gli investitori e per chi analizza le prospettive macroeconomiche, il tema non riguarda dunque soltanto la capacità dell’intelligenza artificiale di sostenere gli utili delle aziende tecnologiche. Occorre valutare anche la durata del ciclo degli investimenti, la distribuzione internazionale dei benefici e la velocità con cui gli aumenti di produttività si tradurranno in risultati economici concreti.

L’IA è ormai un motore della crescita mondiale, ma proprio la sua crescente importanza rende più rilevanti le conseguenze di un eventuale rallentamento. La sfida sarà capire se i ritorni economici generati dalla tecnologia riusciranno a consolidare l’espansione attuale prima che venga meno la spinta degli investimenti.