IA: boom o bolla? Il dilemma degli investitori

Un’ondata di ottimismo sta percorrendo i mercati finanziari globali, con rendimenti azionari che sfiorano o superano il 20% in diverse piazze borsistiche. Gli Stati Uniti guidano questa corsa, con l’S&P 500 che si appresta a chiudere il suo terzo anno consecutivo con guadagni superiori a questa soglia, creando una ricchezza “sulla carta” di migliaia di miliardi di dollari. A trainare il rally, un mix di tassi d’interesse in calo e, soprattutto, l’ondata di investimenti alimentata dal boom dell’intelligenza artificiale.

 I nuovi motori della crescita

Alla base di questa performance eccezionale, c’è una ridefinizione dei driver della crescita. Accanto a politiche economiche complessivamente di sostegno, emerge con forza un protagonista assoluto: l’IA.

“Considerando i motori della crescita economica statunitense, il boom dell’IA merita di essere considerato un driver a sé”, afferma Chris Iggo, Chief Investment Officer di AXA IM Core, sottolineando che è “uno dei maggiori responsabili dell’effetto ricchezza”. In questo contesto, prosegue Iggo, “il quadro delle politiche economiche resta complessivamente di sostegno”, riflettendo policy monetarie e fiscali accomodanti.

La corsa agli investimenti non si ferma

Il messaggio che arriva dal recente trimestre delle Big Tech è chiaro: la febbre per l’IA non dà segni di cedimento. Le principali aziende del settore hanno annunciato piani per aumentare ulteriormente le spese in conto capitale per soddisfare la domanda. Tuttavia, questo entusiasmo per gli investimenti futuri si scontra con una domanda cruciale.

“Resta la domanda fondamentale: i profitti futuri giustificheranno gli enormi investimenti di oggi?”, si chiede Iggo. “Le reazioni diversificate delle quotazioni azionarie agli annunci sugli utili – osserva – mostrano quanto il sentiment del mercato sia sensibile al bilanciamento tra investimenti e risultati attesi”.

Numeri da capogiro e l’impatto sull’economia

Le cifre in gioco sono astronomiche e testimoniano un impegno senza precedenti. Le maggiori società tecnologiche stanno investendo somme che, aggregate, hanno un impatto macroeconomico significativo.

“Le otto maggiori società dell’S&P 500 stanno investendo complessivamente l’equivalente di quasi il 10% dell’intero investimento fisso privato degli Stati Uniti”, spiega Chris Iggo. “In pratica quasi un dollaro su dieci di investimento proviene dalle Big Tech”. Con Meta, Microsoft e Alphabet che hanno riportato spese in conto capitale per miliardi di dollari solo nell’ultimo trimestre, “è difficile sottovalutare l’impatto di questi investimenti sulle filiere e sull’economia nel suo complesso”.

Come finanziare la rivoluzione: contanti e debito

Per sostenere questa corsa, le aziende attingono alle loro immense riserve di liquidità, ma iniziano anche a bussare alle porte del mercato del debito. L’annuncio di Meta di un’emissione obbligazionaria da 30 miliardi di dollari, accolta con una domanda record, segna un cambio di passo.

“La corsa all’IA richiede sempre più investimenti – che vanno finanziati”, commenta Iggo. Questo solleva un interrogativo per gli investitori: “Oggi, un’obbligazione Meta al 5,75% con scadenza 2065 è un investimento più interessante rispetto a un’azione che rende lo 0,3% di dividendo? Gli investitori obbligazionari vogliono la loro parte dei ricavi futuri attesi da tutti questi investimenti in conto capitale, e la vogliono sotto forma di cedole”.

La ricchezza creata (ma non per tutti)

Nonostante l’altalena dei titoli tech, il mercato nel suo insieme continua a macinare guadagni, con la capitalizzazione delle prime 10 aziende dell’S&P 500 che è aumentata di oltre 5.000 miliardi di dollari nel 2025. Un risultato “un ottimo risultato per i risparmi nei fondi pensione e nei conti di investimento degli americani”, come nota Iggo.

Tuttavia, questa ricchezza non è equamente distribuita e il sentiment non è universalmente euforico. “Il sentiment non è euforico”, avverte l’esperto, citando i dati che mostrano un calo della fiducia dei consumatori, scesa a 71,5 punti. “Tuttavia, per chi guadagna oltre 125.000 dollari l’anno, l’indice di fiducia ha registrato un netto aumento nel mese di ottobre, mentre è diminuito per le famiglie con un reddito inferiore a 50.000 dollari”.

Tassi e obbligazioni: una tregua incerta

Sul fronte monetario, la Fed ha tagliato i tassi come atteso, ma ha iniettato una dose di incertezza sul futuro. Le divisioni al suo interno e i commenti cauti del Presidente Powell hanno raffreddato gli entusiasmi.

“La mancanza di dati ufficiali accresce l’incertezza sulle prossime mosse”, rileva Chris Iggo. “Powell ha detto chiaramente che un altro taglio a dicembre non è scontato – di conseguenza, i prezzi delle obbligazioni sono leggermente calati”. Inoltre, lo stesso boom dell’IA potrebbe rappresentare un rischio per i rendimenti obbligazionari. “Nel lungo periodo, l’IA potrebbe ridurre l’inflazione”, conclude Iggo, “ma la significativa domanda di capitale e l’effetto a catena sull’economia potrebbero generare l’effetto opposto. I bond hanno seguito un buon percorso da maggio, ma ora potrebbe essere il momento di una fase di stabilizzazione”.