I mercati finanziari globali guardano con un misto di attesa e trepidazione ai prossimi dati in arrivo dagli Stati Uniti. Sotto la lente degli investitori c’è il mercato del lavoro americano, le cui condizioni potrebbero innescare un terremoto sui listini azionari e obbligazionari. Un interrogativo su tutti domina le sale operative: “Siamo alle soglie di un importante cambiamento nell’allocazione degli asset?”
A porselo è Ronald Temple, Chief Market Strategist di Lazard Asset Management, che di seguito traccia uno scenario denso di insidie per chi investe in Borsa.
I primi segnali della settimana sono arrivati dal report JOLTS di martedì, che ha mostrato un lieve indebolimento del mercato del lavoro, ma la vera prova del nove è l’attesissimo report sulle buste paga non agricole (nonfarm payroll). Le stime indicano una disoccupazione stabile al 4,1% e la creazione di circa 90.000 nuovi posti di lavoro a settembre. Un dato apparentemente positivo, nettamente superiore alla media di quest’anno, ma che nasconde un’arma a doppio taglio.
“Sebbene la crescita dell’occupazione sia un segnale di forza economica, in questo caso potrebbe non essere una buona notizia per gli investitori”, avverte Temple. Il paradosso si spiega con lo spettro del carovita: “Un report significativamente più forte del previsto potrebbe aumentare il rischio che l’inflazione statunitense riprenda ad accelerare, partendo da livelli già ben al di sopra dell’obiettivo del 2% della Fed”, spiega lo strategist di Lazard.
Il timore è che una banca centrale già alle prese con l’aumento degli affitti, dell’energia e dei semiconduttori si ritrovi nuovamente in ritardo, scatenando il panico sul mercato del debito. “Ritengo che questo rischio di sell-off sia significativo – sottolinea Temple – considerati i recenti segnali di aumento dei salari negli Stati Uniti”. I dati della Fed di Atlanta e del Bank of America Institute confermano infatti che i lavoratori stanno ottenendo gli aumenti salariali più elevati degli ultimi anni. “Se le nostre aspettative si dimostrassero corrette, le implicazioni per l’inflazione potrebbero essere più ampie, poiché il recupero del potere contrattuale da parte dei lavoratori spinge i costi verso l’alto in diversi settori”.
In un simile scenario, Wall Street potrebbe presto trovarsi sul banco degli imputati. Per comprendere le dinamiche attuali, Temple invita a guardare al recente passato: l’anno domini è il 2023. Allora, mentre il rendimento dei Treasury a 10 anni si impennava dal 3,3% al 5%, l’indice S&P 500, dopo aver toccato valutazioni elevate (con un rapporto P/E vicino a 19,7x), subì un brusco calo dell’11% tra luglio e ottobre. Il motivo? I grandi investitori, come i fondi pensione, preferirono spostarsi sul più sicuro e redditizio debito corporate.
“L’attuale configurazione del mercato è simile”, osserva l’esperto di Lazard Asset Management. “Il rendimento dei Treasury statunitensi a 10 anni si sta avvicinando al 5,3%, un livello che non si vedeva dal giugno 2007, il rendimento del Moody’s Baa Corporate Bond Index si attesta al 6,7% e l’indice S&P 500 viene scambiato a un rapporto P/E prospettico di circa 19,0x”.
La conseguenza logica di questi numeri potrebbe essere un massiccio spostamento di portafogli. “In questo contesto – prevede Temple – potremmo assistere a una riallocazione del capitale da parte degli investitori, dalle azioni più costose e rischiose verso le obbligazioni con rendimenti più elevati“.
C’è un porto sicuro in questa tempesta?
Secondo l’analista, i mercati extra-statunitensi subirebbero il colpo, ma risulterebbero “meno esposti al rischio di downside grazie a valutazioni più basse, che offrono una migliore protezione al ribasso, e a un contesto inflazionistico meno problematico”.
L’avvertimento finale dello strategist suona come un richiamo alla massima prudenza, a prescindere dai numeri di questa settimana: “Non vi è alcuna garanzia che il report metta in allarme i mercati ma, anche se i dati dovessero rivelarsi benigni, riteniamo che gli investitori azionari dovrebbero prestare attenzione al crescente rischio rappresentato dall’aumento dei tassi di interesse statunitensi a lungo termine”.
