L’abbraccio mortale tra Usa e Giappone: quando il debitore corre in soccorso del creditore

La notizia che ha scosso le fondamenta dei mercati finanziari nel mese appena concluso è l’ammissione da parte del Ministero del Tesoro USA riguardo alla necessità di introdurre ufficialmente il controllo della curva dei tassi. Secondo Maurizio Novelli, gestore di Lemanik, questa decisione rivela una verità inquietante: “gli Stati Uniti, come il Giappone dal 1990 al 2020, hanno bisogno di introdurre ufficialmente il controllo della curva dei tassi”. Novelli sottolinea tuttavia che “tale meccanismo è già iniziato sotto il precedente ministro del Tesoro Yellen ed è in corso da almeno 5/6 anni in modo non ufficiale”.

Il sistema finanziario globale, avverte l’esperto, “traballa da tutte le parti e i due principali pilastri del Dollar Standard, Giappone e Stati Uniti, sono ora in strutturale difficoltà nel perseguire le politiche necessarie ad evitare una crisi finanziaria globale”. La dinamica che si è innescata tra Tokyo e Washington rappresenta un pericoloso cortocircuito: il Giappone, dopo trent’anni di stagnazione, ha scelto di reflazionare l’economia svalutando lo Yen, innescando inflazione e un crollo dei titoli di stato giapponesi. Le istituzioni nipponiche, cariche di bond a lunga scadenza, hanno iniziato ad accumulare perdite colossali.

L’abbraccio mortale tra Stati Uniti e Giappone

La situazione è precipitata a luglio, quando è diventato chiaro che per fermare il crollo dei JGB, la Bank of Japan avrebbe dovuto alzare i tassi in modo aggressivo. Ma ecco il paradosso evidenziato da Novelli: “una BOJ con una politica restrittiva credibile per i mercati avrebbe procurato uno Yen forte, ma uno Yen forte avrebbe innescato una probabile rottura dei carry trades con conseguenti vendite di Treasuries e relativo aumento dei tassi sul debito USA”.

Il gestore di Lemanik descrive la situazione come un “abbraccio finanziario ormai mortale”: “il debitore (USA) corre in soccorso al suo principale creditore (Giappone), acquistando Yen e cercando di mettere uno stop agli accadimenti in corso, a condizione però che BOJ non aumenti i tassi come richiesto dal mercato per fermare l’inflazione”. Si tratta, secondo Novelli, di un “delirio di onnipotenza” che pervade le menti confuse dei policy maker, i quali pretendono tassi in discesa nonostante il debito cresca in modo insostenibile.

La bolla dell’IA e i profitti virtuali

Chiuso il capitolo sullo Yen e sul controllo della curva americana, Novelli affronta il tema del mercato azionario e della bolla dell’AI. Secondo l’esperto, “la narrazione che sostiene la bolla speculativa è ormai entrata nella fase più critica, quella della credibilità di ciò che si racconta”. Il problema emerge dall’analisi dettagliata delle trimestrali delle società tecnologiche: “i profitti sono stati prodotti in modo consistente (in media il 65% del risultato) da rivalutazioni sulla carta di partecipazioni finanziarie. Senza tali rivalutazioni i profitti dichiarati sarebbero stati platealmente deludenti”.

Novelli denuncia una “colossale operazione contabile” che maschera la realtà: “Grazie a questi profitti (virtuali) non realizzati e probabilmente non realizzabili, Wall Street è riuscita a sostenere la narrazione che tutto procede secondo i piani stabiliti”. A ciò si aggiunge il problema dei debiti fuori bilancio, stimati tra 2 e 3,5 trilioni di dollari, finanziati tramite Special Purpose Vehicle che non compaiono nei bilanci delle società committenti. “Il capex dichiarato nelle trimestrali è decisamente sottostimato e il cash flow che vedi in bilancio, probabilmente è già negativo da tempo se dovessi consolidare in bilancio il debito dei SPV”, avverte il gestore.

L’economia circolare del debito tecnologico

Un altro aspetto critico riguarda la cosiddetta “circular economy” che sostiene investimenti e profitti del settore tech. Novelli spiega che “una parte rilevante dei profitti è in realtà credito commerciale erogato dalle società che forniscono l’hardware per sostenere il capex AI di società che non hanno il cash flow per pagare tali forniture”. Queste fatture vengono poi scontate presso le banche che le cartolarizzano negli ABS, distribuendo il rischio nello Shadow Banking System. “L’intera impalcatura del Capex AI, si basa su debito esplosivo e artifici contabili mirati a far credere che, nonostante trilioni di investimenti, nessuno paga i costi mentre i profitti salgono in tandem con il capex”, sintetizza l’esperto.

Lo Shadow Banking System: il vero pericolo per il sistema

Novelli conclude con un’analisi che mette in guardia gli investitori: “il vero settore finanziario USA non è la Borsa, che con la bolla attuale capitalizza 70 trilioni di dollari (150% del PIL), ma lo Shadow Banking System, che vale oltre 120 trilioni di dollari (300% del PIL)”. In questo settore non regolamentato circola tutto il credito speculativo: “oggi l’ammontare di credito speculativo detenuto dallo Shadow Banking System ha raggiunto circa 12 trilioni di dollari , pari al 36% del PIL”.

La situazione è peggiore rispetto al 2008, quando il credito speculativo era pari al 28% del PIL. Le crisi sistemiche, ricorda Novelli, “sono sempre partite da tale settore”. E le prospettive sono fosche: “l’attuale fase di esuberanza del capex sul settore tecnologico, sostenuta da artifici contabili non sostenibili, sia l’ultima fase per posticipare la crisi”. Al termine di questa ulteriore esasperazione del ciclo speculativo, l’economia si troverà a fronteggiare “il più elevato rischio di insolvenza sistemica mai registrato nella storia”.

Il quadro dipinto da Novelli è quello di un sistema finanziario che vive sulla finzione contabile, dove i policy maker, “pur essendo consapevoli dei rischi, sono cornered, cioè nell’angolo senza uscita, non dormono di notte e cercano di trasmettere (falsa) sicurezza che tutto è ok”. Una situazione che, secondo l’esperto, non potrà reggere ancora a lungo senza un’inversione di rotta che però, paradossalmente, innescherebbe una crisi dalle proporzioni sconosciute.