Gli investimenti nelle infrastrutture legate all’intelligenza artificiale restano il principale motore della crescita negli Stati Uniti, sostenendo il settore manifatturiero, la domanda di lavoro e gli utili societari. “Anche i consumi delle famiglie si dimostrano resilienti nonostante il calo dei redditi reali disponibili”, spiega Philipp E. Bärtschi, Chief Investment Officer di J. Safra Sarasin, “una dinamica supportata dagli effetti ricchezza e da una riduzione del tasso di risparmio”. La capacità di spesa delle famiglie americane continua quindi a sorprendere positivamente, alimentata da un patrimonio che cresce e da una minore propensione al risparmio.
La Fed vira verso una politica restrittiva
Con il progressivo aumento delle pressioni sui prezzi, la Fed ha di fatto abbandonato il proprio orientamento di politica monetaria accomodante. “Alla sua prima riunione come nuovo presidente della Fed, Kevin Warsh non si è opposto alla svolta del FOMC verso un’impostazione più restrittiva”, afferma Bärtschi, “confermando l’obiettivo di inflazione al 2% e lasciando aperta la possibilità di ulteriori rialzi dei tassi di interesse”. La banca centrale americana sembra quindi determinata a mantenere una linea dura per fronteggiare le pressioni inflazionistiche, nonostante le incertezze sull’effettiva portata dell’AI come fattore disinflazionistico.
AI e inflazione: un legame ancora incerto
Sebbene l’adozione diffusa dell’intelligenza artificiale possa rivelarsi nel tempo un fattore disinflazionistico, “le indicazioni attuali suggeriscono che le sue applicazioni concrete siano ancora indietro rispetto al potenziale teorico e che, pertanto, difficilmente influenzeranno la politica monetaria nel breve periodo”. Il divario tra le promesse dell’AI e la sua effettiva implementazione rimane ampio, lasciando i banchieri centrali con pochi strumenti per contare su un suo effetto moderatore sui prezzi.
Eurozona: l’anello debole delle economie sviluppate
“L’Eurozona continua a rappresentare l’anello debole tra le principali economie sviluppate”, sottolinea l’esperto. La crescita rimane modesta, l’output gap è negativo e lo stimolo fiscale derivante dal pacchetto di rilancio dell’economia tedesca si è finora rivelato inferiore alle attese. L’inflazione, tuttavia, resta troppo elevata, inducendo la Banca Centrale Europea ad aumentare i tassi di interesse a giugno. “Ci aspettiamo comunque un solo ulteriore rialzo, poiché le condizioni economiche sono decisamente meno favorevoli alla persistenza dell’inflazione rispetto al 2022”. La fragilità della ripresa europea limita la capacità della BCE di proseguire sulla via dei tightening monetario.
Svizzera e Regno Unito: due storie divergenti
“La Svizzera continua a mostrare una resilienza relativa”, osserva Bärtschi. La Banca Nazionale Svizzera ha mantenuto il tasso di riferimento al limite inferiore dello zero, ha rivisto solo marginalmente al rialzo le proprie previsioni di inflazione e ha segnalato una maggiore disponibilità a intervenire sul mercato valutario, pur considerando tali interventi “uno scenario di rischio piuttosto che lo scenario centrale”.
Diversa la situazione nel Regno Unito, dove l’economia continua a confrontarsi con una combinazione sfidante di crescita debole e inflazione persistente. “Tuttavia, il rallentamento dell’attività economica sta consentendo un graduale raffreddamento del mercato del lavoro, rendendo potenzialmente non necessari ulteriori irrigidimenti della politica monetaria”. In vista dell’imminente avvicendamento alla guida del Paese con Andy Burnham, “i mercati attendono maggiori dettagli sul suo programma economico, elemento che potrebbe aumentare la volatilità della sterlina nel breve termine”.
Giappone: vento in poppa tra normalizzazione e debolezza dello yen
L’economia giapponese continua a beneficiare di consistenti misure fiscali, della crescita dei salari reali e della forte domanda di semiconduttori. “Lo yen debole sostiene le esportazioni, mentre i sussidi energetici hanno limitato l’impatto dell’aumento dei prezzi del petrolio sull’inflazione”. La Banca del Giappone dovrebbe proseguire gradualmente il processo di normalizzazione della politica monetaria, motivo per cui prevediamo che la debolezza dello yen persista ancora per qualche tempo. “Non escludiamo ulteriori interventi sul mercato dei cambi, considerato che la dinamica dei rendimenti globali continua a penalizzare la valuta giapponese”.
Cina e Asia: tra slancio frenato e catene del valore
In Cina, dopo il vigoroso primo trimestre, la crescita ha perso slancio. “Le esportazioni legate all’intelligenza artificiale e alle filiere della transizione energetica rimangono solide, ma la domanda interna, la fiducia dei consumatori e gli utili aziendali si sono indeboliti”. Anche il processo di consolidamento del settore immobiliare prosegue, sebbene con minore intensità rispetto ai mesi precedenti.
Nel resto dell’Asia, “le economie integrate nelle catene del valore dell’intelligenza artificiale continuano a beneficiare di prospettive relativamente migliori rispetto ai Paesi importatori di energia, che hanno risentito maggiormente dello shock petrolifero conseguente al conflitto con l’Iran”.
Obbligazioni: la preferenza per le scadenze intermedie
“Il primo rialzo dei tassi da parte della BCE e il cambio di orientamento della Fed confermano che il principale rischio si è spostato dai temporanei colli di bottiglia dell’offerta verso pressioni inflazionistiche più persistenti”. Nonostante il calo dei prezzi del petrolio, prevediamo che la FED torni ad aumentare i tassi di interesse entro la fine dell’anno. “Continuiamo pertanto a privilegiare le obbligazioni con scadenze intermedie, dove il rendimento da carry e il beneficio derivante dal roll-down rimangono interessanti”. Gli spread creditizi sono scesi a nuovi minimi ciclici, sostenuti dal sentiment positivo degli investitori. “Manteniamo tuttavia una posizione neutrale sulle obbligazioni societarie, privilegiando il segmento high yield e le obbligazioni bancarie Additional Tier 1 (AT1)”.
Azioni: dollaro forte e rotazione difensiva
Nelle ultime settimane i mercati azionari si sono mossi prevalentemente in modo laterale. Mentre alcuni indici, come lo SMI, hanno raggiunto nuovi massimi, altri mercati hanno registrato leggere flessioni. “Questa dinamica riflette, da un lato, il rafforzamento del dollaro statunitense e, dall’altro, una rotazione degli investitori verso comparti più difensivi”. Riteniamo che i mercati azionari emergenti possano continuare a essere sotto pressione nei prossimi mesi. “In primo luogo, un dollaro più forte tende generalmente a penalizzare la performance dei mercati emergenti, favorendo il rientro dei capitali verso attività denominate in valuta statunitense. In secondo luogo, le azioni cinesi restano condizionate dalla debolezza della domanda interna e dal deterioramento degli utili societari. Infine, anche i precedenti motori della crescita dei mercati emergenti – Corea del Sud e Taiwan – stanno risentendo dell’attuale rotazione settoriale”.
Sebbene il tema strutturale dell’intelligenza artificiale rimanga pienamente intatto, “riteniamo probabile che il processo di consolidamento del settore tecnologico prosegua”. Per questo motivo “continua a essere fondamentale adottare un approccio selettivo, individuando le società meglio posizionate lungo la catena del valore dell’AI”.
Nel complesso, “continuiamo a prevedere un ulteriore potenziale di rialzo per i mercati azionari entro la fine dell’anno, sostenuto dalla solidità degli utili societari, dai continui investimenti nell’intelligenza artificiale e da valutazioni leggermente più contenute sul mercato statunitense”.
