L’alleggerimento monetario atteso dai mercati all’inizio dell’anno sembra già un ricordo. E secondo un’analisi di iBanFirst, il contesto economico globale sta virando verso un inaspettato ciclo di rialzo dei tassi d’interesse, a causa di un’inflazione che non accenna a rallentare.
Un’inflazione che non molla la presa
Il quadro delineato da Michele Sansone, country manager di iBanFirst Italia, parte da un dato centrale: “La prospettiva di un accordo tra Iran e Stati Uniti, ancora lontana dal dissipare tutte le incertezze, non modifica il nodo centrale della questione: l’inflazione è destinata a rimanere elevata e con ogni probabilità persisterà ancora per diversi trimestri.”
Non solo energia. Sansone spiega che molti Paesi hanno limitato l’export di materie prime strategiche, come l’Indonesia con il carbone. A questo si aggiunge ora il forte rincaro dei fertilizzanti e il rischio di un “Super El Niño” che potrebbe colpire i raccolti in Brasile, India, Cina e Africa occidentale, con conseguenze gravi sui prezzi alimentari.
Un breve ciclo di rialzi dei tassi
Contro le attese, le banche centrali potrebbero dunque tornare ad alzare i tassi. Secondo Sansone, il nuovo presidente della Fed Kevin Warsh, pur volendo ridurre i tassi per alleggerire il debito americano, “potrebbe presto trovarsi costretto ad aumentare i tassi, probabilmente di 25 punti base già questo mese o, al più tardi, a luglio”.
I mercati monetari hanno già incorporato questo scenario: “I currency swap attribuiscono ormai una probabilità dell’80% a un rialzo dei tassi Fed entro la fine del 2026”, si legge nel rapporto. Pochi mesi fa si attendevano tre tagli.
Ma perché tornare sui propri passi? “Perché le banche centrali vogliono evitare di ripetere l’errore del 2022, quando reagirono troppo lentamente allo shock inflazionistico provocato dall’invasione russa dell’Ucraina”, sottolinea Sansone.
Tuttavia, precisa il manager, “ciò non significa necessariamente la fine del ciclo di riduzione dei tassi”. Warsh ha infatti dichiarato: “L’intelligenza artificiale ridurrà il costo di quasi tutto. Siamo all’inizio di un boom della produttività. La crescita economica non sarà inflazionistica: stiamo entrando in una fase strutturale di calo dei prezzi”. Ma prima di arrivare a quel punto, i mercati dovranno convivere con tassi elevati per diversi mesi o trimestri.
Un mercato valutario disordinato
Il cambio di rotta della politica monetaria ha già scosso le valute. “All’inizio dell’anno gli investitori si aspettavano tagli dei tassi, contribuendo all’indebolimento del dollaro. Era la fase del cosiddetto debasement trade”, spiega Sansone. Nelle ultime settimane, invece, il dollaro ha recuperato attrattività.
Ma le fragilità abbondano: la banca centrale giapponese fatica a contenere il deprezzamento dello yen. “Secondo le metriche basate sulla parità di potere d’acquisto – osserva Sansone – lo yen giapponese risulta oggi più debole della lira turca”. Anche la sterlina resta sotto pressione per la crisi politica e il debito pubblico del Regno Unito.
In questo clima di incertezza, gli investitori si stanno rifugiando verso asset sicuri. Non tanto il dollaro, quanto il franco svizzero. “La valuta elvetica possiede infatti tutte le caratteristiche ricercate dagli investitori: inflazione sotto controllo, finanze pubbliche solide, la percezione di un forte legame tra oro e franco svizzero”, conclude Sansone. “Il franco svizzero potrebbe quindi emergere come il principale vincitore del nuovo scenario macro e finanziario che si sta delineando”.
