Rivoluzione Usa e nuovo ciclo economico: ecco perché il 2026 sarà decisivo

Il 2026 potrebbe rappresentare un punto di svolta per l’economia globale, in un contesto segnato da forti tensioni geopolitiche e da un profondo riassetto dell’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti. A delineare questo scenario è Antonio Tognoli, responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim, secondo cui “probabilmente il 2026 sarà un anno di svolta. È un periodo di grande incertezza geopolitica, dovuta soprattutto al fatto che gli Stati Uniti stanno smantellando il proprio ordine globale”.

Una trasformazione che, secondo Tognoli, non è solo percepita ma supportata da dati concreti: “Il Paese più potente del mondo è nel pieno di una rivoluzione politica. E non lo diciamo a caso. Queste affermazioni sono supportate da indicatori basati su sondaggi dell’incertezza di imprese e consumatori, rimasti su livelli estremamente elevati dalle elezioni del 2024”.

Questo passaggio storico si intreccia con il concetto del Fourth Turning, la Quarta Svolta, che identifica cicli di profondo cambiamento negli Stati Uniti ogni quattro generazioni. Le precedenti svolte, dalla Guerra d’Indipendenza alla Guerra Civile, dalla Grande Depressione alla Seconda guerra mondiale, hanno tutte segnato snodi cruciali nella storia americana. Non a caso, come osserva Tognoli, “Eurasia propone un confronto esteso tra le azioni radicali intraprese dall’ultimo presidente della Quarta Svolta, Franklin Roosevelt, e quelle del presidente Trump più recentemente”.

Ciò che sorprende, in questo quadro di elevata incertezza, è la distanza tra il sentiment negativo e la reale performance dell’economia. Dopo gli annunci sui dazi del Liberation Day dello scorso aprile, molti economisti avevano rapidamente aumentato le probabilità di recessione e rivisto al rialzo le stime di inflazione. “Queste preoccupazioni si sono però rivelate esagerate”, sottolinea Tognoli. “Dal Liberation Day l’economia statunitense è cresciuta più rapidamente, senza un aumento percepibile dell’inflazione”.

Anche considerando l’impatto del prolungato government shutdown, la crescita media del PIL nei nove mesi successivi al Liberation Day si è attestata intorno al 3,5%, ben al di sopra del 2% atteso dal consenso. Sul fronte dei prezzi, il temuto shock inflazionistico legato ai dazi non si è materializzato. “I catastrofisti non hanno colto l’effetto di compensazione”, spiega Tognoli. “L’aumento dei prezzi di alcuni beni è stato bilanciato da forti tendenze disinflazionistiche in aree molto più rilevanti per i bilanci delle famiglie, come energia e abitazione”.

Il risultato è una combinazione favorevole di crescita sostenuta e inflazione sotto controllo. Un contesto rafforzato dal miglioramento della produttività, alimentato dallo spostamento delle politiche economiche dalla spesa pubblica agli investimenti privati e dall’accelerazione legata all’intelligenza artificiale. “Gli ultimi dati mostrano una crescita della produttività superiore al 4% dallo scorso aprile”, osserva Tognoli, “in netto contrasto con l’idea di una stagnazione secolare”.

Una produttività più elevata ha contribuito a ridurre i costi del lavoro per unità di prodotto e a riportare l’inflazione verso l’obiettivo del 2% della Fed. Anche il mercato del lavoro appare più equilibrato, con un rallentamento dell’inflazione salariale nonostante la minore offerta di lavoro. “Ci sono pochi segnali di surriscaldamento”, afferma Tognoli, “e questo rende improbabile una svolta restrittiva della politica monetaria nel breve termine”.

Con una politica monetaria destinata a restare accomodante, importanti tagli fiscali, deregolamentazione e un boom dell’IA, lo scenario per il 2026 appare favorevole. L’unico freno resta il cosiddetto wall of worry, il muro di preoccupazioni che ha smorzato la fiducia dopo il panico del Liberation Day. Ma, come conclude Tognoli, “non è stato sufficiente a contrastare i forti venti favorevoli di politica economica, sempre più visibili nei risultati finanziari delle aziende e nella solida crescita del PIL”.

Segnali positivi emergono anche dalle revisioni sugli utili societari, in aumento a livello globale e ai massimi da quattro anni. Particolarmente forti i dati di Stati Uniti e Giappone, ma miglioramenti significativi si registrano anche in Cina, India e in altri mercati asiatici. Un trend che coinvolge sempre più settori ciclici e value, suggerendo che la fase espansiva si sta ampliando oltre i grandi titoli tecnologici e potrebbe sostenere una crescita più diffusa nel nuovo ciclo economico.