L’evoluzione della crisi iraniana resta uno dei principali fattori di rischio per i mercati finanziari internazionali. Michaël Nizard, Head of Multi-Asset & Overlay, e Nabil Milali, Multi-Asset & Overlay Portfolio Manager di Edmond de Rothschild Asset Management, delineano tre possibili traiettorie, ciascuna con implicazioni rilevanti su petrolio, inflazione e asset allocation.
Secondo i due esperti, l’analisi deve necessariamente ponderare scenari molto diversi tra loro, in un contesto in cui la visibilità resta limitata e il premio per il rischio geopolitico continua a influenzare le decisioni di investimento.
Lo scenario del caos: rischio guerra civile e shock petrolifero persistente
Lo scenario più temuto, a cui viene attribuita una probabilità del 20%, è quello del caos, paragonabile alla situazione della Libia dopo la caduta di Gheddafi. In caso di crollo dell’attuale regime, le alternative non appaiono evidenti e il vuoto istituzionale potrebbe sfociare in una guerra civile tra le diverse fazioni della società iraniana.
“In questo caso l’instabilità potrebbe durare per molti anni, con conseguenze significative data l’importanza strategica dell’Iran nella regione”, spiegano Michaël Nizard e Nabil Milali.
L’eventuale formazione di milizie aumenterebbe ulteriormente il livello di rischio. Queste potrebbero interrompere in modo permanente il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz o colpire con regolarità gli impianti petroliferi dell’area, risultando difficili da neutralizzare, come dimostrato dal precedente dei ribelli Houthi.
“In uno scenario di questo tipo, il premio di rischio geopolitico rimarrebbe elevato e persistente nei prezzi del petrolio greggio, con un rischio significativo di una nuova spirale inflazionistica”, sottolineano gli esperti.
Le ricadute sarebbero ampie: cautela più prolungata sugli asset rischiosi e sui titoli di Stato a lungo termine, tensioni sul debito privato statunitense legate all’aumento dei costi di capitale e possibili interrogativi sull’emissione di debito da parte degli operatori dell’intelligenza artificiale, che nei prossimi due anni dovranno finanziare investimenti significativi.
Guerra di logoramento: mesi di tensioni prima di una distensione
Lo scenario considerato più probabile, con una probabilità del 50%, è quello di una guerra di logoramento destinata a protrarsi per diversi mesi prima di una distensione, eventualmente avviata da Donald Trump.
Il regime iraniano potrebbe rivelarsi più resistente del previsto. La storia, ricordano Nizard e Milali, dimostra quanto sia complesso rovesciare un regime senza un intervento terrestre, opzione che Trump ha escluso categoricamente per l’elevato rischio di perdite umane. Inoltre, secondo indiscrezioni di stampa, il comando iraniano non sarebbe più centralizzato, con unità operative che agiscono in modo relativamente autonomo, rendendo più difficile una destabilizzazione definitiva.
“Se il conflitto dovesse arenarsi, anche con la struttura del regime ancora intatta, Trump potrebbe essere tentato di dichiarare vittoria, enfatizzando l’eliminazione della Guida Suprema e la distruzione delle capacità militari iraniane”, osservano.
Il presidente statunitense, impegnato nella corsa alle elezioni di medio termine, non avrebbe interesse a un ulteriore rialzo dei prezzi del petrolio. In questo contesto, un ritorno graduale allo status quo, con tensioni a intensità ridotta, favorirebbe una discesa delle quotazioni del greggio rispetto ai picchi della crisi, pur senza tornare ai livelli precedenti.
“Un simile contesto sarebbe sufficiente per alimentare un rinnovato appetito per il rischio sui mercati finanziari”, spiegano i due gestori.
Cambio di regime: la svolta strategica auspicata da Washington
Il terzo scenario, con una probabilità stimata al 30%, è quello auspicato da Stati Uniti e Israele: un cambio di regime, sotto forma di transizione democratica o di un nuovo assetto autoritario più conciliante verso Washington.
Se gli Stati Uniti raggiungessero i propri obiettivi, si tratterebbe di una svolta storica per la regione, ponendo fine a un ciclo iniziato con la rivoluzione islamica del 1979. L’Iran verrebbe ulteriormente isolato rispetto ai Paesi del Golfo Persico, con un consolidamento degli Accordi di Abramo e la prospettiva di un arco panarabo favorevole agli investimenti diretti.
“In questo scenario assisteremmo a un forte calo del Brent e a un significativo ritorno dell’appetito per il rischio, con un impulso importante all’attrattività della regione per gli investimenti esteri”, affermano Nizard e Milali.
Il contesto resterebbe quello di un boom inflazionistico sostenuto da politiche monetarie e fiscali ancora accomodanti nelle principali aree economiche, dagli Stati Uniti all’Europa, dalla Cina al Giappone fino al Regno Unito. Ciò favorirebbe la ricerca di opportunità nell’azionario e nel credito, con una preferenza per la rotazione internazionale verso Giappone e mercati emergenti.
Asset allocation e ruolo della Fed
Alla luce dell’incertezza, l’approccio suggerito è prudente e flessibile. “Data la mancanza di visibilità sull’esito della crisi, riteniamo opportuno ponderare ciascuno di questi scenari”, spiegano gli esperti di Edmond de Rothschild Asset Management.
Nei portafogli restano attive coperture opzionali e CDS creditizi introdotti prima dell’escalation. È stata chiusa la posizione sottopesata sul dollaro, che ha recuperato le sue caratteristiche di bene rifugio, mentre l’esposizione azionaria è stata ridotta privilegiando il settore petrolifero. Le attese indicano un ulteriore rialzo del Brent, senza tuttavia superare la soglia simbolica dei 100 dollari al barile.
I prezzi dell’energia dovrebbero rimanere sostenibili per l’economia globale, limitando il rischio di un brusco rallentamento della crescita, ma contribuendo a una nuova pressione inflazionistica che rappresenta una sfida per le banche centrali.
In particolare, la Federal Reserve si avvicina al 2026 in una posizione delicata. Pur mantenendo una retorica leggermente accomodante e lasciando intravedere possibili tagli dei tassi nel corso dell’anno, l’istituto deve confrontarsi con un’inflazione più ostinata del previsto e un mercato del lavoro ancora robusto.
“La Fed monitora attentamente le tensioni nel credito privato e i rischi legati al Medio Oriente, ma al momento non vede motivi per un cambiamento radicale di rotta”, osservano.
Gli spread creditizi restano lontani dai livelli di crisi, ma mostrano un trend rialzista da settimane. In questo contesto, secondo Nizard e Milali, Kevin Warsh potrebbe sostenere un taglio dei tassi nonostante prezzi del petrolio elevati: “Uno shock petrolifero prolungato rischia di frenare i consumi delle famiglie e pesare sulla crescita, giustificando un maggiore sostegno monetario per compensare il freno all’attività economica”.
