Non sono attese grandi rivoluzioni sul fronte macroeconomico nell’ultima parte dell’anno. “Non prevediamo grandi cambiamenti nell’economia statunitense e in quella globale nell’ultimo trimestre del 2026”, spiega Nicolas Bickel, Group Head of Investment & CIO Private Banking di Edmond de Rothschild. Gli Stati Uniti dovrebbero registrare una crescita del PIL leggermente inferiore al 2%, nonostante un’inflazione persistente e un rallentamento della domanda globale. Secondo l’esperto, la crescita americana “rimarrà probabilmente solida, grazie all’attuale ciclo di investimenti nel settore IT e alla tenuta dei consumi”.
Europa in affanno, Cina sotto le attese
Il quadro europeo appare decisamente più debole. “L’Europa dovrebbe registrare una crescita dello 0,5% o inferiore, alla luce dei dati di crescita deboli, come quelli della Francia, che nel secondo trimestre non ha registrato alcuna crescita”, osserva Bickel. Sul fronte globale, “la crescita del PIL globale dovrebbe attestarsi leggermente al di sopra del 2%, influenzata dalla crescita del 4,3% registrata in Cina nel secondo trimestre (inferiore all’obiettivo del governo)”. A pesare sulle prospettive potrebbe essere la politica monetaria: “Tale crescita potrebbe subire ulteriori ripercussioni a causa di un potenziale aumento dei tassi di interesse in Europa o negli Stati Uniti, a seguito della volontà delle banche centrali di contrastare l’inflazione; prevediamo infatti due aumenti dei tassi sia negli Stati Uniti che in Europa”.
La resilienza delle imprese sostiene le Borse
Nonostante le turbolenze, le aziende hanno dimostrato una notevole capacità di tenuta. “Riconosciamo la forte capacità di adattamento degli attori economici in questo contesto, messa in evidenza dalle impressionanti stagioni degli utili, sia negli Stati Uniti che in Europa”, sottolinea il CIO di Edmond de Rothschild. “Nonostante le interruzioni nella catena del valore legate alle tensioni geopolitiche, all’elevata inflazione, all’aumento dei tassi di interesse, ecc., le aziende sono state in grado di registrare un forte aumento complessivo delle vendite, dei margini e degli utili e di presentare previsioni migliori per il terzo trimestre, il che dovrebbe continuare a sostenere le prospettive del mercato azionario nei prossimi trimestri”.
Uno sguardo al 2027 tra speranze e incognite
Guardando più avanti, le prospettive dipendono in larga misura dall’evoluzione dello scenario geopolitico. “Se le tensioni in Medio Oriente dovessero attenuarsi, la crescita dovrebbe riprendere nel 2027, anche se il trend al rialzo potrebbe essere contenuto a causa di una politica monetaria più restrittiva, degli elevati tassi di interesse in un contesto caratterizzato da un enorme fabbisogno di finanziamenti legato al superciclo degli investimenti in IA, nonché dal deterioramento del mercato del lavoro e da un potenziale rallentamento dei consumi”, avverte Bickel.
Midterm americane: la storia premia i mercati
In vista delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti, l’analisi storica offre spunti interessanti. “Storicamente, i mercati statunitensi sono stati influenzati maggiormente dai fondamentali macroeconomici e dagli utili societari piuttosto che dall’esito delle Midterm”, ricorda l’esperto. “Dal 1970, i mesi che precedono il voto sono stati generalmente caratterizzati da una maggiore volatilità e da una performance media dei titoli azionari leggermente negativa, a testimonianza dell’incertezza elettorale. Tuttavia, i sei mesi successivi alle elezioni si sono sempre rivelati positivi per l’indice S&P 500, con un rendimento medio del 13,2%, rispetto al 4,4% registrato in media nei periodi di sei mesi a partire dal 1970”. Un fenomeno che resta rilevante anche in tempi più recenti: “Dal 2000, questo rimbalzo post-elettorale è rimasto significativo, sebbene più moderato, attestandosi in media intorno all’8,4%”.
Governo diviso, il miglior scenario per Wall Street
Lo storico dei mercati indica inoltre che la configurazione politica può fare la differenza. “Le migliori performance storiche dell’S&P 500 si sono registrate in contesti di governo diviso, in particolare quando un presidente repubblicano si trovava di fronte ad almeno una camera controllata dai democratici: in quei casi, i titoli azionari sono cresciuti in media del 16,7% nei sei mesi successivi alle elezioni”, evidenzia Bickel. Infine, un accenno ai mercati obbligazionari e valutari: “Anche i rendimenti dei titoli di Stato statunitensi a 10 anni e il dollaro hanno mostrato una tendenza al ribasso in prossimità delle Midterm, sebbene questa correlazione sia meno solida e potrebbe essere messa in discussione nel 2026 da deficit elevati, livelli di debito e tassi di interesse reali”.
