Il 2025 si avvia alla conclusione come un anno da ricordare per i mercati finanziari. Performance elevate sui listini azionari globali, nuovi massimi per l’S&P 500 e risultati positivi per la maggior parte delle asset class hanno premiato gli investitori, almeno sulla carta. Ma dietro ai numeri da record si nasconde una realtà ben più complessa, fatta di scosse improvvise, tensioni politiche e forti oscillazioni.
“Se fossi stato su un’isola deserta negli ultimi dodici mesi e oggi guardassi solo il livello dell’S&P 500, penserei di trovarmi davanti a un anno eccezionale sotto ogni punto di vista”, osserva Michele De Michelis, responsabile investimenti di Frame AM. “Macroeconomia, microeconomia e perfino la geopolitica sembrerebbero raccontare una storia perfetta”.
Eppure il 2025 è stato tutt’altro che lineare. A stupire più di ogni altra cosa è stato l’andamento dell’oro, salito fino a sfiorare i 4.400 dollari l’oncia, con una performance vicina al 65%. “È un movimento sorprendente, perché il metallo giallo tende a brillare nei momenti di grande incertezza, non quando domina l’euforia”, sottolinea De Michelis. “Questo dato, da solo, racconta quanto il quadro fosse in realtà fragile”.
Le tensioni non sono mancate, a partire dal cosiddetto Liberation Day, quando l’annuncio dei nuovi dazi da parte di Donald Trump ha provocato un crollo improvviso dei mercati. “In meno di tre giorni l’S&P 500 arrivò a perdere circa il 20%”, ricorda De Michelis. “Ancora più impressionante fu però la gestione delle notizie nei giorni successivi, che portò a un rimbalzo violento, cancellando le perdite con la stessa rapidità con cui si erano formate”.
A questo si sono aggiunte le pressioni politiche sulla Fed. Nel corso del 2025 la banca centrale statunitense ha tagliato i tassi quattro volte, per un totale di un punto percentuale, in un contesto di economia ancora solida e inflazione solo recentemente in rallentamento. “Secondo Trump avrebbe dovuto fare molto di più, nonostante un mercato del lavoro resiliente e un’inflazione ancora appiccicosa”, spiega il responsabile investimenti di Frame AM.
Guardando al 2026, fare previsioni appare estremamente complesso. “Oggettivamente può accadere di tutto, non solo sull’azionario, ma anche su valute, obbligazioni e commodities”, avverte De Michelis. Ed è proprio per questo che, più che cercare di anticipare i movimenti dei mercati, diventa centrale un’altra riflessione.
“Oggi, più che in passato, la domanda cruciale è: che tipo di investitore sono?”, afferma. “Quale livello di volatilità sono davvero in grado di sopportare prima di farmi prendere dal panico?”.
La storia dei mercati insegna che dopo anni particolarmente brillanti possono arrivare fasi di correzione non necessariamente violente, ma lente e logoranti, come accaduto nel 2022. “Non sto dicendo che nel 2026 ci sarà un crollo”, precisa De Michelis. “Non ho però la minima idea di dove possano andare i mercati. Ed è proprio per questo che oggi ha più senso concentrarsi sulla preparazione”.
La metafora della montagna. “Non si parte sperando che il tempo resti bello”, conclude. “Si parte attrezzati per ogni eventualità. Perché il vero rischio, sui mercati come nella vita, non è ciò che non possiamo controllare, ma arrivare impreparati quando il sentiero diventa improvvisamente più ripido”.
