Mercati, con l’IA la sfida non è più tra growth e value

Il rally dell’intelligenza artificiale ha riacceso il confronto tra titoli growth e value, ma la tradizionale contrapposizione tra i due stili rischia di non descrivere più adeguatamente la realtà dei mercati. Il ribilanciamento degli indici ha infatti portato alcuni dei principali protagonisti della rivoluzione tecnologica anche all’interno dei panieri value, mentre le valutazioni del settore tech, pur superiori alla media del mercato, restano lontane dai picchi storici.

La questione, quindi, non sarebbe tanto decidere se essere growth o value, quanto individuare le società in grado di beneficiare della nuova fase di sviluppo dell’intelligenza artificiale.

È questa la lettura di Tomasz Godziek, portfolio manager del fondo JSS Sustainable Equities – Tech Disruptors di J. Safra Sarasin, secondo cui “il rally trainato dall’AI ha riacceso il dibattito tra growth e value, ma i dati suggeriscono che questa visione dicotomica sia incompleta”. Per Godziek, “la vera opportunità risiede nella selezione dei titoli anziché nella rotazione di stile”.

La tecnologia non è più soltanto growth

La frenesia iniziata con il lancio di ChatGPT nel novembre 2022 ha alimentato una forte rivalutazione dei titoli tecnologici e, parallelamente, la convinzione che il comparto sia ormai sinonimo di growth e di valutazioni eccessive. In quest’ottica, un eventuale cambiamento del ciclo dovrebbe favorire una rotazione verso i titoli value.

Ma la composizione degli indici racconta una storia più complessa. L’indice MSCI World IT tratta attualmente a un rapporto prezzo/utili di 20,8 volte, con un premio del 14% rispetto all’MSCI World. Si tratta tuttavia di un livello significativamente inferiore al premio medio del 43% registrato negli ultimi cinque anni.

Anche alcuni dei nomi più direttamente associati all’intelligenza artificiale presentano valutazioni che non possono essere semplicemente liquidate come eccessive. Nvidia, per esempio, spesso considerata il simbolo della corsa all’AI e principale componente dell’MSCI World Growth, tratta a un P/E di 17,7 volte, un multiplo inferiore a quello medio del mercato.

“Ridurre l’intero settore tecnologico a un’unica categoria di titoli growth sopravvalutati sembra essere un’eccessiva semplificazione”, sottolinea Godziek.

A rendere ancora più sfumata la distinzione tra growth e value è la composizione stessa degli indici. Alla fine di agosto 2026, le prime tre posizioni dell’MSCI World Value erano Microsoft, Meta e Micron. Si tratta di due grandi operatori del cloud e di un produttore di memorie, tutte società strettamente legate allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Una rotazione verso il value, dunque, non implica necessariamente l’abbandono dell’AI o della tecnologia.

Una sovraperformance che va oltre l’AI

Secondo Godziek, inoltre, assumere una posizione strutturalmente contraria alla tecnologia si è storicamente rivelato costoso. La forte sovraperformance degli ultimi anni potrebbe essere stata alimentata dall’entusiasmo per l’AI, ma l’orizzonte temporale cambia significativamente la prospettiva.

Guardando agli ultimi decenni, infatti, il settore tecnologico ha mostrato una capacità persistente di sovraperformare il mercato nel suo complesso. L’intelligenza artificiale rappresenta quindi l’ultima frontiera di una sequenza di innovazioni che hanno progressivamente trasformato l’economia.

” Sebbene l’AI sia l’attuale motore della crescita degli utili, essa rappresenta semplicemente l’ultimo di una lunga serie di temi tecnologici dirompenti”, osserva Godziek.

Alla crescita si aggiunge poi un altro elemento: la qualità. Molte società tecnologiche presentano infatti elevati livelli di redditività e una quota significativa di ricavi ricorrenti. Una combinazione che, secondo il portfolio manager, garantisce una visibilità sui flussi di cassa futuri difficilmente riscontrabile in altri settori.

L’adozione dell’AI è ancora nelle fasi iniziali

La tesi di lungo periodo si basa anche sulla dimensione ancora relativamente contenuta dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Nonostante la crescita molto rapida dei ricavi di aziende private come Anthropic e OpenAI, la spesa delle imprese per l’AI appare ancora nelle prime fasi del suo sviluppo.

Attualmente, secondo i dati citati da Godziek, un’azienda americana media spende circa 12,5 dollari per dipendente in applicazioni di intelligenza artificiale, con una parte consistente della spesa concentrata su una piccola percentuale di utenti intensivi.

Anche dal lato dei consumatori il tasso di penetrazione rimane limitato: solo il 2,2% dei consumatori statunitensi paga oggi per servizi di AI, nonostante la percentuale sia in rapida crescita.

“Il potenziale di crescita rimane notevole”, afferma Godziek.

A differenza delle precedenti rivoluzioni informatiche, inoltre, l’intelligenza artificiale potrebbe non essere vincolata allo stesso modo dai limiti fisici della capacità umana. Il numero di smartphone che una persona può utilizzare o il numero di righe di codice che un programmatore può scrivere ogni giorno sono necessariamente limitati. Gli agenti AI, al contrario, possono operare in modo continuativo e su una scala molto più ampia.

Dagli utenti agli agenti autonomi

È proprio l’affermazione degli agenti autonomi a rappresentare, secondo Godziek, uno dei possibili passaggi decisivi per l’evoluzione del settore.

Il traffico generato dalle macchine ha infatti raggiunto una dimensione tale da superare quello prodotto direttamente dagli esseri umani. Il fenomeno è destinato ad avere conseguenze rilevanti sull’infrastruttura digitale globale.

Godziek richiama in questo senso una recente osservazione del CEO di Cloudflare, secondo cui gli esseri umani saranno presto “un errore di arrotondamento nell’utilizzo globale di Internet”.

L’aumento dell’attività machine-to-machine richiederà una capacità infrastrutturale molto maggiore: più potenza di calcolo, memoria, storage, reti di comunicazione e soprattutto energia.

Gli hyperscaler aumentano gli investimenti

Le prime indicazioni arrivate dalla stagione degli utili del secondo trimestre 2026 sembrano confermare questa dinamica. Prima della pubblicazione dei risultati erano circolati timori sulla possibilità che i grandi hyperscaler statunitensi del cloud potessero ridimensionare la spesa in conto capitale dopo gli ingenti investimenti effettuati per costruire l’infrastruttura necessaria all’AI.

Il quadro emerso dai risultati è stato invece diverso: le principali società hanno continuato ad aumentare la spesa, contemporaneamente accelerando la crescita dei ricavi e ampliando i margini.

Per Godziek, questi risultati mostrano “il potere di fissazione dei prezzi e la capacità di monetizzare i loro ingenti investimenti nelle infrastrutture AI”.

La conseguenza è che il tema dell’intelligenza artificiale non riguarda più soltanto i produttori di chip direttamente associati all’AI, ma un’intera filiera infrastrutturale.

La nuova frontiera è lungo tutta la catena del valore

È proprio qui che entra in gioco la selezione dei titoli. Con l’indebolimento del predominio delle cosiddette Magnifiche Sette dalla fine del 2024, la dispersione delle performance è aumentata e stanno emergendo nuovi potenziali beneficiari della crescita dell’AI.

Un esempio è il passaggio dalle GPU alle CPU. Se Nvidia rimane uno dei principali protagonisti della fase iniziale dell’AI, la diffusione degli agenti autonomi aumenta anche l’importanza delle unità di elaborazione centrale necessarie per orchestrare carichi di lavoro sempre più complessi.

Un altro segmento è quello delle memorie e dello storage. Settori considerati tradizionalmente ciclici stanno beneficiando dell’aumento della quantità di dati generati e dell’allungamento dei cicli di aggiornamento legati all’intelligenza artificiale.

Anche il networking assume un ruolo centrale, perché la crescita dei carichi di lavoro AI richiede infrastrutture capaci di trasferire enormi quantità di dati rapidamente.

Infine, c’è il tema dell’energia. La proliferazione dei data center sta imponendo una profonda riorganizzazione delle infrastrutture elettriche, creando opportunità anche per i produttori di semiconduttori di potenza.

Dalla rotazione di stile alla selezione dei titoli

È quindi lungo l’intera catena del valore che, secondo Godziek, deve concentrarsi l’analisi degli investitori. La domanda strutturale legata all’AI è accompagnata da barriere all’ingresso elevate e da fondamentali che, in numerosi casi, continuano a distinguersi rispetto ad altri settori, soprattutto in termini di crescita degli utili e marginalità.

“Alla tecnologia non è mai mancata una nuova frontiera”, conclude Godziek.

L’AI rappresenta oggi il principale motore dell’innovazione, ma non necessariamente l’ultimo. Robotica, tecnologia spaziale e quantum computing sono già alcune delle aree che potrebbero alimentare le prossime fasi di trasformazione tecnologica.

La questione per gli investitori, dunque, non sembra essere semplicemente scegliere tra growth e value. La progressiva contaminazione tra i due stili e la presenza di società tecnologiche all’interno degli stessi indici value rendono infatti sempre più sfumati i confini tradizionali. In questo scenario, la discriminante diventa la capacità delle singole aziende di trasformare l’innovazione in crescita degli utili, margini e flussi di cassa sostenibili.