La nuova mappa delle catene di approvvigionamento ridisegna i mercati emergenti

Cathy Hepworth, Head of EMD di PGIM, osserva che i mercati emergenti hanno superato il vecchiocopione: manodopera a basso costo e sensibilità ai prezzi delle materie prime non bastano più a distinguere i vincitori. “La prossima forza destinata a ridisegnare l’asset class è la riconfigurazione delle catene di approvvigionamento globali”, spiega Hepworth, sottolineando come dazi e conflitti geopolitici abbiano messo in luce la fragilità di un modello orientato alla minimizzazione dei costi e fondato su una produzione concentrata.

Le aziende stanno diversificando le proprie sedi in base a energia, risorse, allineamento geopolitico, domanda interna e costo del lavoro. “I mercati emergenti offrono non solo siti produttivi e lavoratori, ma anche tecnologia, competenze e capitale finanziario e umano”, aggiunge Hepworth.

Prendono forma catene di produzione regionali

Se da un lato l’esposizione complessiva ai mercati azionari e la localizzazione dei nuovi progetti infrastrutturali forniscono prove visibili degli spostamenti nelle supply chain, dall’altro dicono poco sulla profondità o sulla durata di tali cambiamenti. “Il segnale più forte è se un’economia stia costruendo capacità produttiva interna, reti di fornitori e competenze”, afferma Hepworth, “dal momento che i guadagni basati in larga misura su flussi commerciali semplicemente dirottati possono svanire quando le regole di origine si inaspriscono”.

La questione più complessa è capire quali economie siano in grado di convertire la migrazione delle attività manifatturiere, il capitale umano e la tecnologia in valore duraturo trasversale alle asset class, costruendo asset fissi, reti di fornitori e competenze che accrescano il valore aggiunto interno, rafforzino i saldi con l’estero e rendano più profondi i mercati dei capitali locali, invece di limitarsi a cambiare l’etichetta d’origine delle esportazioni.

Il lavoro del FMI sull’ASEAN è illuminante in questo senso: la regione ha contemporaneamente guadagnato quote delle importazioni statunitensi e aumentato le proprie importazioni di beni intermedi cinesi, ma è cresciuto anche il suo valore aggiunto interno, il che indica un reale approfondimento delle competenze e della produzione. “I progressi dell’ASEAN nelle supply chain globali dal 2018 riflettono sia una reale formazione di capacità produttiva sia la delocalizzazione, da parte della Cina, delle produzioni a minor valore aggiunto, man mano che i suoi costi aumentano e l’industria nazionale risale la catena del valore”, spiega Hepworth. Spostamenti analoghi si osservano anche altrove, come il trasferimento della produzione tessile e dell’abbigliamento dalla Turchia all’Egitto. “Il segnale per gli investimenti è l’accumulo di asset fissi, reti di fornitori e competenze, non la sola crescita delle esportazioni”, precisa.

Si stanno delineando tre sistemi produttivi regionali. Il Nord America si sta integrando sempre più attorno al Messico. L’Europa sta aggiungendo capacità nell’Europa centrale e orientale, nei Balcani occidentali e in Nord Africa. L’Asia sta adottando un modello China-plus-many, in cui la Cina resta essenziale per gli input e la manifattura avanzata, mentre ASEAN e India intercettano la capacità aggiuntiva.

I flussi di capitale lo riflettono già. I dati dell’UNCTAD mostrano che nel 2025 le economie emergenti e in via di sviluppo hanno attratto circa 901 miliardi di dollari di investimenti diretti esteri, con settori strategici quali infrastrutture per l’AI, semiconduttori, minerali critici e tecnologie per la transizione energetica che rappresentano ora il 44% del valore globale dei progetti greenfield, rispetto ad appena il 16% nel 2020.

Tuttavia, la frammentazione non è un vantaggio incondizionato. “I mercati emergenti non ne beneficeranno in blocco, perché la frammentazione modifica la distribuzione di guadagni e perdite”, avverte Hepworth. Alcuni Paesi si aggiudicheranno stabilimenti, reti di fornitori e competenze, mentre altri dovranno fare i conti con costi di importazione più elevati o con la perdita di produzione. Le catene di approvvigionamento dell’AI illustrano questa dispersione, con Corea e Taiwan che occupano posizioni cruciali nell’ecosistema dei semiconduttori.

L’ecosistema dell’AI

L’espansione delle infrastrutture per l’AI sta ridisegnando il ventaglio di opportunità nei mercati emergenti. Anziché concentrarsi soprattutto sui temi consueti dei consumi interni e dell’approfondimento finanziario, gli investitori hanno sempre più accesso a società dei mercati emergenti integrate nell’infrastruttura globale su cui poggia l’adozione dell’AI.

Taiwan e Corea sono al centro di questo ecosistema grazie alla leadership nei semiconduttori avanzati, nelle memorie e nelle tecnologie di packaging, con una capacità produttiva che resta difficile da replicare altrove nonostante gli sforzi per espandere la manifattura nei mercati sviluppati; ne beneficiano anche altri produttori di elettronica e i loro fornitori.

“I beneficiari più diretti sono le società dei mercati emergenti che forniscono input critici agli hyperscaler, la cui spesa per investimenti sostiene la visibilità degli utili”, afferma Hepworth. In alcuni segmenti della catena di approvvigionamento dei semiconduttori e delle memorie, il rapporto tra crescita degli utili e valutazioni sta creando opportunità, ma ciò richiede un’attenta analisi a livello di singolo emittente.

Al di là dei semiconduttori, l’opportunità d’investimento si estende all’intera infrastruttura fisica necessaria per sostenere l’AI e l’elettrificazione. Produttori di apparecchiature elettriche, fornitori di infrastrutture di rete, aziende di componentistica elettrica industriale e produttori di metalli critici come il rame stanno beneficiando della crescente domanda di elettricità trainata da data center, automazione industriale e transizione energetica.

I mercati emergenti restano centrali in queste catene di approvvigionamento, in qualità sia di produttori sia di fornitori di componenti essenziali. Ciò ha creato anche opportunità selezionate in Cina, in particolare nell’automazione industriale, nella robotica e nella produzione di componenti specializzati, ambiti in cui le aziende cinesi occupano posizioni importanti all’interno delle catene globali del valore.

“L’esposizione più diretta dei mercati emergenti alla crescita di lungo periodo dell’AI si trova tra le aziende che forniscono componenti, infrastrutture e materiali scarsi, dove una domanda strutturale e utili in miglioramento possono sostenere interessanti opportunità d’investimento”, spiega Hepworth.

La dipendenza dalla Cina viene ridistribuita più che eliminata. Lo scenario di policy più probabile è un de-risking selettivo: i governi cercheranno alternative per gli input critici, continuando però ad acquistare dalla Cina beni più economici e meno strategici. Sul fronte interno, i controlli sulle esportazioni stanno spingendo i laboratori cinesi verso tecnologie e strumenti di test locali, consentendo ai produttori locali di apparecchiature di guadagnare quote di mercato e ridistribuendo le dipendenze nel settore dei semiconduttori all’interno della Cina.

I mercati africani e latinoamericani importano sempre più pannelli solari, veicoli e beni di consumo cinesi, mentre le catene di produzione dell’ASEAN si integrano sempre più strettamente con i beni intermedi e i beni strumentali cinesi. I dazi sui componenti cinesi e sui punti di trasbordo potrebbero rafforzare i blocchi commerciali, spingendo le economie escluse dal mercato statunitense verso un interscambio più intenso tra mercati emergenti.

Ciò aiuta a spiegare perché il reshoring sia selettivo e non un trasferimento generalizzato di posti di lavoro verso i mercati sviluppati o emergenti: governi e aziende stanno concentrando capitali scarsi su beni sensibili per la sicurezza, come semiconduttori, lavorazione dei minerali critici e forniture esposte al rischio di interruzioni.

Inoltre, il rischio geopolitico estremo, in particolare legato a Taiwan, resta davvero difficile da prezzare nelle catene di approvvigionamento tecnologiche globali. “Gli investitori possono valutare in modo più diretto il ritmo e la credibilità della capacità alternativa che si sta costruendo altrove come forma di autoassicurazione”, osserva Hepworth.

La spesa europea per la difesa sta già generando un nuovo ciclo di politica industriale, sostenuto da nuovi meccanismi di finanziamento e da una più stretta integrazione regionale. Poiché le catene di approvvigionamento della difesa richiedono finanziamenti stabili e di lungo periodo e input sicuri, è probabile che rafforzino la riconfigurazione nei settori della manifattura strategica, dell’acciaio, dell’elettronica e delle tecnologie a duplice uso.

I produttori già attivi nella difesa o in settori ad essa collegati in Polonia, Repubblica Ceca, Turchia e Corea del Sud sono tra i potenziali beneficiari nei mercati emergenti. L’Europa centrale e orientale potrebbe trarre ulteriori vantaggi se la capacità produttiva, le competenze ingegneristiche e le reti di fornitori del settore automobilistico potessero essere riconvertite alla produzione per la difesa.

Implicazioni per gli investimenti

Nei periodi di tensione, le correlazioni tra i singoli titoli azionari dei mercati emergenti tendono ad aumentare in misura meno marcata rispetto alle correlazioni all’interno degli indici dei mercati sviluppati, a riprova della maggiore dispersione tra le economie emergenti. “La riconfigurazione delle catene di approvvigionamento potrebbe ampliare ulteriormente tale dispersione, creando opportunità nell’azionario dei mercati emergenti, nel debito sovrano e societario, nelle valute e nel real estate”, afferma Hepworth. “Riteniamo che, a livello di fondamentali azionari, l’espressione più forte di questa riconfigurazione si trovi nei colli di bottiglia della filiera (chip avanzati, memorie, apparecchiature elettriche, componenti di precisione), dove la capacità limitata sta alimentando il potere di determinazione dei prezzi e le revisioni al rialzo degli utili.”

“L’allocazione attiva è fondamentale per distinguere i beneficiari strutturali dai semplici canali di transito temporanei e per cogliere tale dispersione”, conclude Hepworth. Le prospettive d’investimento poggiano quindi su una selezione attiva di Paesi ed emittenti, fondata sulla capacità industriale locale, sulla credibilità delle politiche e sulle vulnerabilità esterne.