La deglobalizzazione? Per i mercati emergenti è solo una ricalibrazione

Il dibattito pubblico sulla deglobalizzazione tende spesso a concentrarsi sugli aspetti di rottura: l’aumento dei dazi, alleanze incrinate e un presunto allontanamento da decenni di integrazione commerciale. Tuttavia, per i mercati emergenti, la realtà appare molto più sfumata. “Piuttosto che una netta rottura con la globalizzazione, ciò a cui stiamo assistendo è una riconfigurazione delle relazioni commerciali”, spiega Gabriel Sacks, Investment Director, Emerging Market Equities di Aberdeen Investments.

Le recenti discussioni mettono in luce una duplice dinamica. Da un lato, i dazi e le tensioni geopolitiche introducono elementi di incertezza, in particolare per le economie trainate dalle esportazioni. Dall’altro, favoriscono una maggiore diversificazione, poiché sia le aziende che i paesi ricercano partner e fornitori alternativi. “Questo cambiamento sottolinea un punto fondamentale: la globalizzazione non sta finendo, ma sta evolvendo”, afferma Sacks.

La pressione sui margini e il potere di determinazione dei prezzi

L’aumento dei costi degli input, come i prezzi crescenti dell’energia, sta già pesando sugli esportatori, riducendo la redditività in tutti i settori. Tuttavia, l’impatto non è distribuito in modo uniforme. Le imprese di maggiore qualità, in particolare quelle con prodotti differenziati o strategici, riescono più facilmente a compensare queste pressioni. Le aziende con un forte potere di determinazione dei prezzi, come i produttori di semiconduttori, sono riuscite a trasferire l’aumento dei costi sui prezzi finali. Al contrario, nei settori più orientati alle materie prime come il tessile, la maggiore sostituibilità dei prodotti e la concorrenza più intensa fanno sì che l’onere dei dazi e degli aumenti dei costi venga ripartito lungo tutta la catena del valore. “Questa divergenza mette in luce un tema più ampio: in un contesto commerciale frammentato, la resilienza è sempre più legata alla capacità di differenziarsi”, sottolinea l’Investment Director, Emerging Market Equities di Aberdeen Investments.

I limiti del reshoring

Nei mercati sviluppati, il dibattito politico ha posto l’accento sul reshoring, ovvero il ritorno della produzione manifatturiera nei mercati domestici. Tuttavia, nella pratica, i vincoli strutturali limitano la portata e la velocità con cui questo cambiamento può avvenire. Le dinamiche dei costi rimangono un ostacolo fondamentale. È infatti improbabile che i settori ad alta intensità di manodopera, come il tessile, trasferiscano la produzione in regioni con costi più elevati. Anche nei settori strategici come tecnologia e intelligenza artificiale, la transizione non è né rapida né lineare. I poli produttivi già consolidati, in particolare in Asia, beneficiano di ecosistemi sviluppati, manodopera qualificata e infrastrutture specializzate difficili da replicare altrove in tempi brevi.

Diversificazione della supply chain: rischio o opportunità?

“Forse la caratteristica più distintiva dell’attuale contesto commerciale è la ricerca di alternative”, afferma Sacks. Con la progressiva riduzione della dipendenza da catene di approvvigionamento concentrate in un unico paese, in particolare in Cina, stanno emergendo nuovi beneficiari. Paesi come l’India e la Corea del Sud stanno già registrando un aumento della domanda, poiché le imprese cercano di diversificare sia la produzione sia le fonti di approvvigionamento. Una dinamica che non si limita alla produzione a basso costo ma si estende a settori più complessi e strategici, come la cantieristica navale e la manifattura avanzata, dove la geopolitica sta ridefinendo le decisioni di approvvigionamento. In alcuni casi, parallelamente alla diversificazione, si stanno rafforzando le partnership, consolidando i legami tra economie alleate e reindirizzando i flussi commerciali verso altri mercati.

Il trade-off per i consumatori

I dazi vengono spesso presentati come strumenti per proteggere le industrie nazionali. Tuttavia, i loro effetti lungo la catena del valore sono più difficili da ignorare. In molti casi, i dazi si traducono in costi più elevati per i consumatori finali, sia direttamente attraverso aumenti dei prezzi, sia indirettamente attraverso una minore efficienza. “Emerge così una contraddizione fondamentale, al centro della deglobalizzazione: mentre i governi possono dare priorità alla resilienza e all’autonomia strategica, i mercati rimangono sensibili ai costi e all’efficienza”, osserva Sack. Ne deriva un difficile equilibrio, in cui gli obiettivi economici e politici non sempre coincidono. Per gli esportatori dei mercati emergenti, questa dinamica può rappresentare sia una sfida che un’opportunità, a seconda della loro posizione nella catena del valore.

Venti contrari alla crescita?

Nonostante le preoccupazioni diffuse, finora l’impatto macroeconomico dei dazi e della frammentazione commerciale è stato più contenuto di quanto molti avessero previsto. La crescita e l’inflazione non hanno subito le forti turbolenze che inizialmente si temevano. La tendenza di fondo rimane però chiara: le barriere commerciali e la minore integrazione tendono a pesare sull’attività economica complessiva, rendendo la deglobalizzazione una forza sfavorevole per la crescita globale e i volumi degli scambi. “La distinzione riguarda l’orizzonte temporale. Sebbene gli effetti immediati possano essere contenuti, l’impatto cumulativo di tensioni commerciali prolungate potrebbe diventare più significativo nel tempo”, avverte Sacks.

In sintesi

“Dalla deglobalizzazione non emerge una narrativa di arretramento bensì una ricalibrazione”, conclude Sacks. Le sfide sono concrete, dalla pressione sui margini alle interruzioni della catena di approvvigionamento al rallentamento della crescita del commercio. Tuttavia, accelerano anche le tendenze che favoriscono l’adattabilità, il posizionamento strategico e la diversificazione regionale. Per i mercati emergenti, le implicazioni saranno tutt’altro che uniformi. Il contesto attuale non riguarda tanto la fine della globalizzazione quanto l’ingresso nella fase successiva: un sistema più frammentato, più influenzato dalla politica, ma comunque profondamente interconnesso. La domanda, quindi, non è se il commercio globale persisterà, ma quali mercati emergenti siano meglio posizionati per cogliere i flussi commerciali ridefiniti.