Cinque ragioni per non essere ribassisti su Wall Street

L’estate del 2026 si chiude con un paradosso che gli investitori conoscono ormai bene: il mondo trema, i gufi profetizzano sventure, eppure i mercati americani continuano a salire. A fotografare questa apparente contraddizione è Alfred Hoffmann, fondatore di Avalon Investment Research, che nell’ultima newsletter della sua società intitolata “Le sorprese che non sorprendono” traccia un quadro lucido e controcorrente della realtà economica statunitense.

“Nel corso di questi primi sette mesi del 2026 gli investitori hanno digerito numerose sorprese, perlopiù negative”, scrive Hoffmann aprendo l’analisi. E aggiunge: “Così come nel corso degli ultimi anni gli investitori hanno dovuto navigare tra diverse correnti incrociate che vanno dalla geopolitica instabile, alle catene di fornitura globali frammentate e disruption legate all’intelligenza artificiale”. Eppure, nonostante il coro di preoccupazioni dei pessimisti di mercato, “le previsioni catastrofiche dei ‘gufi’ non si avverano mai, deludendo e ‘sorprendendo’ gli orsi di mercato”.

Secondo il fondatore di Avalon, la chiave del successo negli investimenti sta proprio nella capacità di distinguere tra vere sorprese e sviluppi che tali appaiono solo a chi è strutturalmente ribassista sugli Stati Uniti. In questo spirito, Hoffmann ha delineato alcune “sorprese” che, a suo avviso, non dovrebbero affatto sorprendere gli investitori.

Il consumatore americano non molla

La prima “sorpresa” riguarda il consumatore americano. “Con grande ‘sorpresa’ di molti investitori, i consumatori americani continuano a spendere — anche di fronte all’inflazione in aumento, ai tassi di interesse più alti, ai saldi delle carte di credito in esplosione, ai livelli debilitanti del debito studentesco e alla fiducia dei consumatori vacillante”, osserva Hoffmann. Tutti questi fattori hanno dato sostegno a chi teme una recessione guidata dai consumatori.

Tuttavia, ciò che gli orsi non colgono è che “il serbatoio del potere d’acquisto dei consumatori americani rimane immenso, sostenuto dall’aumento del valore delle case, dall’apprezzamento degli asset finanziari, da solidi incrementi salariali e da un mercato del lavoro dinamico”. Hoffmann ammette che i prezzi più alti dell’energia hanno spinto i consumatori a orientarsi verso prodotti e servizi di fascia inferiore e che gli shock macroeconomici inducono a rinviare gli acquisti discrezionali, ma “la spesa per servizi e beni essenziali prosegue”. È proprio “questa capacità di adattamento, unita a un’eccezionale ricchezza sottostante, che ha reso perdente chi ha scommesso contro il consumatore americano”.

Il petrolio non spezza più l’America

La seconda sorpresa che non tale è riguarda il petrolio. “I prezzi del greggio contano, ma contano di meno in un’economia americana più efficiente dal punto di vista energetico e meno dipendente dalle forniture estere”, spiega Hoffmann, ricordando che siamo lontani dagli anni Settanta e Ottanta, quando gli Stati Uniti erano un grande importatore di energia e quindi vulnerabili a shock petroliferi che agivano come una tassa massiccia su famiglie e imprese.

“Grazie alla rivoluzione dello shale, gli Stati Uniti sono ora uno dei maggiori produttori di energia al mondo. Questo funge da ammortizzatore rispetto alla volatilità in Medio Oriente, nonché da cuscino per la crescita”. Quando i prezzi dell’energia salgono negli USA, prosegue Hoffmann, “interi segmenti dell’economia domestica — dai giacimenti del Texas ai fornitori di infrastrutture e attrezzature — prosperano”. Nel frattempo, l’energia rappresenta una quota molto più piccola della spesa delle famiglie rispetto a decenni fa, e i veicoli moderni sono drasticamente più efficienti, così come l’economia americana, che genera più output da servizi, software, sanità, finanza e tecnologia che da manifattura ad alta intensità energetica. “I prezzi più alti del petrolio continuano a far male ai consumatori alla pompa”, riconosce Hoffmann, “ma è importante ricordare — o non sorprendersi — che l’America è diventata significativamente meno vulnerabile agli shock petroliferi”.

Il dollaro USA resta il re

Il terzo pilastro della resilienza americana è il dollaro. “Scrivere il necrologio del dollaro americano è quasi un’industria artigianale negli Stati Uniti, quindi si può immaginare la ‘sorpresa’ ogni volta che il greenback rimbalza o diventa un asset rifugio per gli investitori nei momenti di difficoltà”, ironizza Hoffmann.

Lo status di valuta di riserva mondiale del dollaro continua, a suo avviso, “in gran parte grazie al fatto che gli USA possiedono il più grande mercato obbligazionario governativo del mondo, i mercati dei capitali più profondi, i diritti di proprietà più solidi e la più ampia gamma di asset investibili”. Il dollaro è inoltre sostenuto dalla più grande e resiliente economia del mondo, che continua ad attrarre un flusso costante di capitali esteri verso i titoli americani. Il commercio globale, le materie prime, le banche e i contratti finanziari restano denominati in dollari perché i partecipanti si fidano delle istituzioni che stanno dietro alla valuta. Hoffmann non manca di sottolineare le debolezze altrui: “L’Europa è appesantita da sfide demografiche strutturali, crescita anemica e regolamentazioni rigide. La Cina affronta profonde vulnerabilità nel settore immobiliare, imprevedibilità normativa e mantiene un conto capitale chiuso. E i mercati emergenti portano con sé rischi valutari volatili e instabilità politica”. La conclusione per gli investitori, scrive, è che “restare long sugli asset denominati in dollari USA e non ‘sorprendersi’ della forza e dell’attrattiva durature del greenback” resta la scelta più razionale.

Il deficit non è l’Armageddon

Quarto punto: il deficit di bilancio. “I deficit da trilioni di dollari, il debito e i livelli di servizio del debito in aumento e il continuo ricorso al prestito da parte del Congresso continuano a generare ansia tra gli investitori e per buone ragioni”, ammette Hoffmann. “Ma ciò che conta di più è la capacità e l’abilità dell’America di far fronte al proprio deficit e al proprio debito. E su questa base gli Stati Uniti non sono con la pistola puntata alla tempia di un Armageddon finanziario”.

Gli Stati Uniti possiedono vantaggi di finanziamento unici: si indebitano nella propria valuta, il loro mercato del debito resta il parametro di riferimento globale per sicurezza e liquidità, e i Treasury rimangono l’asset di riserva preferito al mondo. Inoltre, la base patrimoniale americana è straordinaria. “L’economia resta la più grande e innovativa del pianeta, supportata da abbondanti risorse naturali, università di livello mondiale e un ecosistema imprenditoriale senza eguali”, scrive Hoffmann, che conclude: “Nell’ipotesi che il PIL nominale americano, gli utili societari, la produttività e le entrate fiscali continuino a crescere più rapidamente degli obblighi di finanziamento del governo, è probabile che i mercati del debito tollerino livelli di deficit/debito degli Stati Uniti che risulterebbero insostenibili quasi ovunque altrove”.

Gli utili delle aziende americane superano le aspettative

Il quinto e ultimo punto riguarda gli utili delle aziende americane. “Se c’è una previsione che ‘sorprende’ costantemente gli investitori al rialzo, è il potere di generare utili della Corporate America”, afferma Hoffmann. Quasi ogni rallentamento economico, scossa dei tassi di interesse, crisi geopolitica o allarme di policy è accompagnato da avvertimenti di utili al ribasso. “Eppure, volta dopo volta, la Corporate America ha dimostrato di essere straordinariamente abile nel superare le aspettative. Non c’è da sorprendersi, poiché le imprese americane sono tra le più adattive al mondo”.

Di fronte all’aumento dei costi, le aziende automatizzano, adottano nuove tecnologie, ristrutturano le operazioni, riqualificano i lavoratori, snelliscono le catene di fornitura, rivedono i prezzi e perseguono senza sosta guadagni di produttività. “Restare fermi non è un’opzione, né sperare in un salvataggio governativo o in una linea di credito favorevole. Nell’ecosistema americano, o ti adatti o muori”, sintetizza Hoffmann. Il risultato è un settore corporate che si reinventa continuamente più velocemente di quanto gli analisti rivedano le loro previsioni. Altrettanto importante, la composizione degli utili societari è cambiata: le maggiori aziende di oggi traggono valore da software, dati, proprietà intellettuale, brand, piattaforme e reti piuttosto che da asset fisici pesanti, consentendo scala, fossati competitivi e margini di profitto più elevati. “Questo spostamento strutturale ha aumentato la resilienza degli utili societari, con grande ‘sorpresa’ di molti investitori”, conclude Hoffmann.

L’America, la più resistente agli shock

Nella sua riflessione complessiva, il fondatore di Avalon Investment Research sottolinea come l’America resti “una delle economie più resistenti agli shock al mondo”. “Una pandemia, una guerra terrestre nel cuore dell’Europa, dazi americani di vasta portata sul sistema commerciale globale, la chiusura dello Stretto di Hormuz — cosa non è stato scagliato contro l’economia e i mercati dei capitali in questi ultimi anni”, si chiede Hoffmann.

Eppure, grazie alla capacità americana di guidare la produttività, abbracciare l’innovazione e reinventarsi senza sosta, il PIL nominale degli Stati Uniti finora negli anni 2020 è aumentato di 10,5 trilioni di dollari dall’inizio del decennio. Nel frattempo, nonostante i vari shock, l’S&P 500 ha continuato a salire: alla fine di luglio 2026, l’indice ha registrato un rendimento totale del 155%, equivalente a un rendimento annualizzato del 15,3%, superiore alla media storica dell’11,7% dal 1945. Hoffmann riconosce che “volatilità e incertezza sono diventate elementi quasi stabili di mercato nel breve termine”, ma invita a non sorprendersi “nel vedere il mercato aggiustarsi, resettarsi e continuare a salire nel lungo periodo”.

In un’epoca in cui il pessimismo fa spesso notizia, la voce di Alfred Hoffmann rappresenta un richiamo alla concretezza dei numeri e alla forza strutturale di un sistema che, nonostante tutto, continua a sorprendere solo chi non ha mai voluto guardare oltre il rumore di fondo.