A cura di Arif Husain, Head of Global Fixed Income, Chief Investment Officer, Fixed Income, T. Rowe Price
Ripensando alle mie previsioni per il 2026 formulate circa sei mesi fa, la mia visione complessivamente positiva sull’economia statunitense rimane invariata. C’è stato però uno sviluppo importante e inatteso – la guerra in Medio Oriente – che ha influenzato i mercati, senza tuttavia compromettere in modo significativo la domanda negli Stati Uniti.
A gennaio avevo espresso una prospettiva negativa di lungo periodo per il dollaro USA. Tale tesi si basava principalmente sul fatto che l’orientamento sempre più isolazionista della politica economica dell’amministrazione statunitense stava erodendo il ruolo dominante del dollaro come valuta di riserva globale.
Il nuovo presidente della Fed sostiene il dollaro USA
La mia opinione di lungo termine sul biglietto verde resta negativa, anche se alcuni fattori di breve periodo potrebbero sostenere la valuta statunitense nei prossimi mesi. Innanzitutto, il mandato di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve si è finora rivelato favorevole al dollaro. I mercati hanno ampiamente interpretato il suo orientamento come restrittivo (hawkish) e hanno iniziato a prezzare rialzi dei tassi entro la fine dell’anno, uno scenario che, a parità di altre condizioni, sostiene il dollaro.
Personalmente, non condivido necessariamente questa interpretazione restrittiva del mercato. Pur non avendo trasmesso un messaggio accomodante (dovish), questo non equivale a inviare un segnale restrittivo. Ritengo inoltre che le decisioni complessive del Federal Open Market Committee (FOMC) siano più indicative della posizione del solo presidente della Fed. Ciononostante, i mercati hanno fatto propria l’interpretazione più aggressiva. In un contesto caratterizzato da una minore forward guidance, mi aspetto che le aspettative sulla Fed diventino più volatili e seguano più da vicino la pubblicazione dei dati macroeconomici, che purtroppo sono essi stessi sempre più volatili e potenzialmente di qualità inferiore.
In secondo luogo, la continua espansione fiscale negli Stati Uniti è stata un altro fattore chiave alla base della solidità sia dell’economia americana sia del dollaro. L’amministrazione statunitense intende mantenere l’economia su un percorso di crescita fino alle elezioni di medio termine di novembre, ma mi aspetto che questo impulso inizi gradualmente a esaurirsi. La domanda è se gli investimenti in conto capitale (capex) riusciranno a colmare questo vuoto.
USA: meglio il mercato dei tassi
Nel frattempo, ritengo che esistano modi più efficaci per esprimere una visione positiva di breve termine sull’economia statunitense rispetto a un sovrappeso sul dollaro. Ad esempio, nel mercato obbligazionario mi aspetto che la combinazione di una crescita economica solida e di una persistente espansione fiscale spinga al rialzo i rendimenti dei titoli a più lunga scadenza, favorendo in particolare posizioni corte sui Treasury USA a 10 e 30 anni.
Dollaro ed elezioni mid-term: i fattori negativi di lungo periodo
Guardando alla fine del 2026 e oltre, mi aspetto che la fase di forza del dollaro – iniziata intorno a gennaio 2026 – perda slancio con il venir meno dello stimolo fiscale statunitense.
La mia opinione è che la spinta fiscale che precede le elezioni di medio termine stia mascherando i fattori strutturalmente negativi per il dollaro, tra cui la tendenza globale a diversificare le riserve valutarie riducendo la dipendenza dal dollaro USA. Ad esempio, diverse banche centrali al di fuori degli Stati Uniti hanno aumentato gli acquisti di oro per diversificare le proprie riserve.
Anche l’attuale orientamento della politica economica statunitense influenza la mia prospettiva di lungo periodo sul dollaro. Uno spostamento duraturo verso politiche più restrittive in materia di immigrazione e commercio potrebbe ridurre nel tempo la capacità del Paese di attrarre lavoratori altamente qualificati e attività imprenditoriali. Se ciò dovesse incidere negativamente sulla produttività e sulla crescita di lungo periodo, potrebbe anche diminuire gradualmente l’attrattività degli asset statunitensi per gli investitori internazionali, creando così un ulteriore fattore di pressione sul dollaro USA.
