Azioni in festa, obbligazioni in allarme: il muro di preoccupazione si alza

La corsa delle azioni statunitensi non si ferma. Dopo sette settimane consecutive di guadagni che avevano già spinto l’S&P 500 a un rally di circa il 20%, la scorsa settimana l’indice ha chiuso nuovamente in territorio positivo, allungando la striscia vincente a otto settimane. Si tratta della serie più lunga dal 2023. Tuttavia, la fiducia degli investitori si scontra con un nuovo fattore di rischio: l’aumento dei tassi di interesse.

La resilienza del rally è incoraggiante, ma l’aumento dei tassi aggiunge un altro tassello al muro di preoccupazione del mercato, spiegano gli analisti. La domanda, ora, è fino a che punto i rendimenti potranno salire prima di cominciare a frenare la corsa dei listini.

Un muro di preoccupazioni costruito su petrolio, debito e inflazione

Finora, i mercati azionari hanno potuto contare su una crescita trainata dagli utili e dal settore tecnologico. Parallelamente, i mercati obbligazionari hanno focalizzato l’attenzione su rischi ben diversi: l’aumento dei prezzi del petrolio, l’inflazione persistente, il peso del debito pubblico e l’incertezza sulle prossime mosse della Fed.

Con i rendimenti che si avvicinano ai livelli che in passato hanno innescato ondate di volatilità, gli investitori si interrogano sul possibile punto di svolta. Secondo Antonio Tognoli, responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim, il contesto attuale va letto con attenzione, distinguendo tra spinte positive e negative.

“Riteniamo che tale decisione rifletta sia fattori ‘positivi’, tra cui una crescita resiliente, investimenti più consistenti e una produttività in miglioramento, sia fattori ‘negativi’, tra cui la rinnovata pressione inflazionistica, l’aumento del debito pubblico e l’incertezza in merito alla politica monetaria”, spiega Tognoli.

Perché i rendimenti salgono: energia, inflazione e debito pubblico

Dall’inizio di marzo, il rendimento dei titoli del Tesoro statunitensi a 30 anni ha toccato il livello più alto dal 2007. Un movimento simile si osserva anche in Giappone e nel Regno Unito, dove i rendimenti a lungo termine sono prossimi ai massimi pluridecennali.

A spingere i tassi al rialzo contribuiscono diversi fattori. L’aumento dei prezzi dell’energia sta esercitando una pressione significativa sull’inflazione: l’indice dei prezzi al consumo (CPI) è cresciuto del 3,8% ad aprile, il ritmo più rapido dal 2023, mentre i prezzi alla produzione sono aumentati del 6%, segnale che le pressioni potrebbero estendersi oltre il comparto energetico.

Per gli investitori obbligazionari, un’inflazione più persistente riduce la fiducia in un rapido allentamento della politica monetaria. “All’inizio dell’anno, gli investitori si sono concentrati principalmente sui tempi e sull’entità dei potenziali tagli dei tassi da parte della Fed. Dall’inizio del conflitto, le aspettative del mercato si sono spostate verso la possibilità di un aumento dei tassi entro gennaio”, osserva Tognoli.

Il lato positivo della crescita americana

Non mancano, tuttavia, aspetti favorevoli. L’economia statunitense si è dimostrata più solida del previsto. I consumatori continuano a spendere nonostante le incertezze geopolitiche, le imprese investono massicciamente nell’intelligenza artificiale e gli utili aziendali sono in forte crescita. Anche indicatori come l’indice economico della Fed di Dallas e il modello GDPNow della Fed di Atlanta segnalano un trimestre robusto.

“Questo è l’aspetto più positivo dell’aumento dei rendimenti. Una crescita più robusta e una maggiore produttività possono accrescere le aspettative sul potenziale di crescita a lungo termine dell’economia”, afferma Antonio Tognoli. “Se l’economia riuscirà ad espandersi senza un significativo sostegno da parte delle banche centrali, i tassi di interesse potrebbero non dover essere ridotti nella misura precedentemente prevista”.

Non solo Stati Uniti: il rialzo è globale

L’aumento dei rendimenti obbligazionari non riguarda solo gli USA. In Europa, gli analisti si attendono che la Banca Centrale Europea aumenti i tassi in uno dei prossimi due meeting in risposta all’inflazione crescente. In Giappone e nel Regno Unito, l’aumento dei rendimenti a lungo termine è stato in parte determinato dalle preoccupazioni relative al debito pubblico e alla politica fiscale.

Gli investitori obbligazionari, inoltre, si oppongono sempre più a ulteriori stimoli fiscali. Deficit più elevati e maggiori emissioni potrebbero richiedere rendimenti più alti per attrarre acquirenti, soprattutto sulla parte lunga della curva.

Perché oggi non è come nel 2022

L’attuale contesto inflazionistico ricorda il 2022, ma con differenze cruciali. Allora i tassi Fed erano prossimi allo zero con un CPI vicino all’8%; oggi i tassi sono in gran parte allineati con l’inflazione, riducendo l’urgenza di reazioni aggressive a ogni sorpresa al rialzo.

“La politica monetaria non è semplice”, sottolinea Tognoli. Un’altra differenza rilevante è il mercato del lavoro: non più surriscaldato come nel 2022, quando i posti di lavoro vacanti erano circa il doppio dei disoccupati. Oggi la disoccupazione è in aumento, le assunzioni rallentate e la crescita salariale non sta riaccelerando in modo tale da spingere significativamente l’inflazione dei servizi.

Inoltre, il sostegno fiscale post-pandemia, che nel 2022 aveva incrementato la domanda in un contesto di catene di approvvigionamento limitate, oggi è molto più contenuto. “Per questi motivi, riteniamo che Fed rimarrà vigile, ma è improbabile che reagisca in modo eccessivo a quello che potrebbe rivelarsi un picco inflazionistico temporaneo, trainato dal settore energetico e in gran parte al di fuori del loro controllo”, spiega l’analista.

Lo scenario base: Fed ferma, nessun taglio imminente

Lo scenario base della maggioranza degli analisti prevede che la Fed manterrà i tassi invariati quest’anno. Non si attendono tagli a breve termine negli Stati Uniti, ma la soglia per un eventuale rialzo rimane elevata.

“Se la situazione si normalizzasse intorno allo Stretto di Hormuz, i prezzi del petrolio scenderebbero, contribuendo ad attenuare parte della recente pressione sull’inflazione complessiva”, aggiunge Tognoli.

Cosa fare con i portafogli: azioni sì, ma con cautela

L’aumento dei rendimenti si sta avvicinando a livelli che potrebbero iniziare a pesare sulla performance azionaria, soprattutto dopo il forte rally degli ultimi due mesi. Tassi più elevati possono esercitare pressione sulle valutazioni e rendere le obbligazioni più competitive. Tuttavia, secondo Tognoli, non è ancora il momento di abbandonare le azioni.

“Non riteniamo che la mossa sia sufficiente a far deragliare il mercato rialzista. Parte dell’aumento dei rendimenti riflette una crescita solida, una maggiore domanda di investimenti e un miglioramento della produttività. Nel frattempo, gli utili rimangono il principale supporto per le azioni, con i profitti del primo trimestre in crescita al ritmo più veloce dal 2021”.

Il principale punto debole è la leadership ristretta degli Stati Uniti, con alcuni settori tecnologici che potrebbero aver bisogno di una pausa. Gli analisti continuano a privilegiare i titoli azionari statunitensi a grande e media capitalizzazione, combinando l’esposizione alla crescita delle mega-cap trainata dall’intelligenza artificiale con settori più ciclici a valutazioni inferiori.

Sulla duration, la prudenza rimane consigliata. “Non riteniamo che sia ancora il momento di estendere significativamente la duration, data l’inflazione ancora sostenuta, la crescita resiliente e le preoccupazioni relative al debito pubblico”, chiarisce Tognoli. “Tuttavia, i rendimenti a lungo termine elevati potrebbero rappresentare un punto di partenza più interessante qualora le condizioni dovessero cambiare”.

Monitorare i tassi, senza farsi prendere dal panico

La raccomandazione finale è di tenere sotto controllo l’evoluzione dei rendimenti obbligazionari, senza però cedere all’allarmismo. “Ai livelli attuali, riteniamo che l’aumento dei tassi sia più una fonte di preoccupazione che un motivo per abbandonare le azioni”, conclude Tognoli. “A nostro avviso, la diversificazione rimane un’alleata in questo contesto e sfrutteremmo i periodi di debolezza del mercato come opportunità per incrementare selettivamente il portafoglio man mano che le condizioni di ipercomprato si attenuano”.