Il dibattito sull’impatto dell’intelligenza artificiale si fa sempre più acceso. Da un lato, i visionari che vedono nell’IA una forza capace di rivoluzionare (se non sostituire) interi settori e professionalità; dall’altro, gli scettici che avvertono il rischio di una bolla speculativa destinata a scoppiare. A provare a fare chiarezza è Francesco Manfredini, analista e gestore azionario Usa di Comgest, secondo cui l’esito più probabile si colloca a metà strada tra i due estremi.
Un déjà-vu che viene da lontano
«Abbiamo già assistito a questo dibattito in passato», spiega Manfredini. «Amazon era vista come una minaccia per Walmart, Salesforce avrebbe sostituito Oracle e PayPal avrebbe superato Visa. In ogni caso, i nuovi concorrenti sono diventati realtà aziendali di rilievo, ma gli operatori storici si sono adattati e sono sopravvissuti». Oggi, avverte l’esperto, l’intelligenza artificiale viene spesso descritta come una forza in grado di sostituire un’ampia gamma di lavori e aziende basati sulla conoscenza. Ma i precedenti invitano alla cautela.
La contraddizione alla base del boom
Secondo Manfredini, l’attuale euforia nasconde una contraddizione di fondo. «Si presume infatti che gli hyperscaler genereranno una crescita sostenuta vendendo infrastrutture e strumenti alle grandi aziende consolidate, mentre allo stesso tempo si ipotizza che proprio quei clienti subiranno pressioni sui ricavi, sul potere di determinazione dei prezzi e sull’organico man mano che le efficienze derivanti dall’IA prenderanno piede». Il gestore di Comgest è netto: «Nel lungo periodo, entrambe queste ipotesi non possono reggere. Se l’IA dovesse erodere la redditività in settori come quello bancario, la capacità di tali aziende di investire maggiormente nei servizi di IA rischia di indebolirsi».
Gli scettici, intanto, puntano il dito su valutazioni ai massimi storici – tra cui i 750 miliardi di dollari per OpenAI – e su una spesa in conto capitale stimata di 650 miliardi di dollari per gli hyperscaler nel 2026. A questi si aggiungono criticità persistenti come le «allucinazioni» dei modelli, elementi che alimentano i timori di una bolla.
Ostacoli pratici e freni normativi
La tesi del boom, osserva Manfredini, presuppone anche una risposta normativa limitata. «Tuttavia, in economie come quella statunitense, dove la crescita è trainata dai consumi, una disruption su larga scala comporta conseguenze sociali e politiche. Se l’IA dovesse indebolire l’occupazione o i redditi delle famiglie, è probabile che ne seguano interventi normativi». A ciò si aggiungono vincoli materiali: il fabbisogno energetico dei data center, l’aumento dei costi della memoria e la carenza di talenti specializzati. «Nessuno di questi ostacoli è insormontabile se considerato isolatamente, ma nel loro insieme potrebbero indicare un ritmo di adozione più moderato rispetto a quanto suggerisce la narrativa del boom».
La via di mezzo: niente crolli, niente euforie
Quale scenario, allora, è più credibile? «L’esito più plausibile potrebbe trovarsi a metà strada tra questi due estremi», afferma Manfredini. «A nostro avviso, questa “via di mezzo” si traduce in una diffusione più graduale dell’IA come tecnologia commercialmente utile, in cui i vincitori si distinguono per capacità di attuazione, margine di profitto e domanda, piuttosto che per le speculazioni di mercato».
In questo quadro, l’adozione dell’IA difficilmente convergerà su un’unica piattaforma dominante. Come insegna il cloud computing, i clienti tendono a combinare diversi fornitori. «Un modello di IA “sufficientemente valido” si rivelerà spesso adeguato per molte attività», sottolinea l’analista. «Questa possibilità apre la strada a una serie di fornitori che possono integrare l’IA nei prodotti e nei flussi di lavoro esistenti, anziché lasciare il campo libero a un’unica piattaforma dominante».
Le aziende non sono vittime passive
Manfredini invita infine a non sottovalutare la capacità di adattamento degli operatori storici. «Gli scettici tendono a pensare alle aziende come entità statiche mentre la tecnologia si evolve. Secondo la nostra esperienza, le migliori aziende tendono ad adattarsi integrando le innovazioni, trasferendo i guadagni di produttività ai propri clienti e, di fatto, rivoluzionando sé stesse». I loro punti di forza – scala, dati, relazioni consolidate, risorse finanziarie – rappresentano un vantaggio non trascurabile. «Non si tratta di aziende in attesa di essere rivoluzionate. Sono loro stesse a rivoluzionare il mercato».
Conclusivamente, per Francesco Manfredini, «la via di mezzo può non avere il fascino delle narrazioni di boom o di crollo. Tuttavia, se la storia ci insegna qualcosa, è proprio lì che alla fine si trovano le aziende più resilienti e i rendimenti più sostenibili».
