Trump–Xi, Ubp: “Il vero nodo è su tariffe e materiali critici”

I mercati finanziari guardano con attenzione al nuovo incontro tra Donald Trump e Xi Jinping, nella speranza che il vertice possa favorire un clima più disteso tra Washington e Pechino. Tuttavia, secondo Carlos Casanova, senior economist Asia di Union Bancaire Privée (Ubp), le aspettative degli investitori dovrebbero essere ridimensionate.

“Sul meeting Trump/Xi i mercati sono pronti a una reazione ‘risk-on’, ma le aspettative dovrebbero essere stemperate”, osserva Casanova. “Lo Stretto di Hormuz rimane chiuso, e l’idea che Pechino possa sbloccare la pace in Iran è fuori luogo”.

Secondo l’economista, gli sviluppi più realistici riguardano piuttosto piccoli passi sul fronte commerciale e della gestione delle forniture strategiche, senza un reale cambio di paradigma geopolitico. “Gli esiti più plausibili del meeting sono graduali: passi cauti verso una riduzione delle tensioni tariffarie e segnali riguardo alla fornitura di materiali critici, piuttosto che una svolta sulla sicurezza in Medio Oriente”, spiega.

Il peso energetico della Cina

Uno degli elementi centrali dell’analisi riguarda la crescente dipendenza energetica cinese dal Medio Oriente. Tra il 2000 e il 2024 la quota della Cina nelle importazioni mondiali di petrolio è passata dal 6% al 25%, mentre quella statunitense si è quasi dimezzata, scendendo dal 25% al 13%.

Oggi circa il 60% del greggio importato da Pechino arriva dal Medio Oriente, consolidando quello che Casanova definisce un asse energetico “Est-Est”, fondato sul legame tra produttori del Golfo e domanda asiatica. Sebbene l’Iran venda quasi il 90% del proprio petrolio alla Cina, Teheran rappresenta comunque soltanto il 13% dell’approvvigionamento complessivo cinese.

Per questo motivo, Pechino avrebbe interesse soprattutto a preservare l’attuale equilibrio regionale. “La Cina dipende maggiormente da altri produttori della regione, motivo per cui ha un incentivo più forte a preservare lo status quo regionale piuttosto che a ricalibrare gli equilibri di potere”, sottolinea Casanova.

Hormuz nodo cruciale per le supply chain

L’attenzione degli investitori resta focalizzata sullo Stretto di Hormuz, considerato un punto nevralgico non solo per il petrolio ma anche per numerose materie prime essenziali alle filiere industriali globali.

Secondo l’analisi di Ubp, i prezzi dei solfuri in Cina hanno già superato gli 800 dollari per tonnellata, mettendo sotto pressione diversi produttori di fertilizzanti fosfatici. Le ripercussioni potrebbero estendersi ben oltre il settore agricolo, coinvolgendo batterie, semiconduttori e industria della difesa.

Particolarmente delicata è anche la questione dell’elio: il Golfo rappresenta infatti circa il 40% delle esportazioni mondiali di questo materiale strategico, fondamentale per la produzione di chip avanzati.

“Le interruzioni nello Stretto di Hormuz si ripercuotono quindi su più settori, non solo sull’energia, aumentando i costi di un’eventuale escalation per tutte le parti coinvolte, inclusa la Cina”, evidenzia Casanova.

“Petroyuan” ancora lontano

Negli ultimi anni alcuni osservatori hanno interpretato l’utilizzo dello yuan nelle transazioni petrolifere iraniane come un segnale della crescente influenza finanziaria cinese nell’area e dell’emergere di un possibile “petroyuan”. Ma secondo Casanova, una trasformazione di questa portata resta ancora lontana.

“Le monarchie del Golfo dipendono dalle garanzie di sicurezza degli USA e mantengono legami profondi con i loro capitali”, osserva l’economista, spiegando come il dollaro continui a mantenere un ruolo dominante negli scambi energetici internazionali.

Terre rare e dazi al centro del dialogo

Più concrete potrebbero invece essere eventuali aperture sulle terre rare e sulle misure commerciali punitive. Ad aprile le esportazioni cinesi di terre rare sono aumentate del 197% su base annua, segnale che Pechino intende dimostrare una certa disponibilità negoziale.

“Un accordo reciproco per mantenere un approvvigionamento stabile in cambio di un alleggerimento delle misure ‘punitive’ sarebbe un risultato ragionevole e favorevole al mercato”, afferma Casanova, soprattutto considerando l’importanza crescente delle tecnologie legate all’intelligenza artificiale per Wall Street.

La Cina dopo la deflazione

Nel frattempo, anche il quadro macroeconomico cinese resta sotto osservazione. Secondo UBP, l’uscita della Cina dalla deflazione nel 2026 modifica profondamente il contributo di Pechino alla liquidità globale.

“La Cina non sosterrà più gli asset di rischio globali attraverso il flusso costante di esportazioni deflazionistiche che mantenevano bassi i prezzi e la politica monetaria accomodante”, osserva Casanova.

Nonostante ciò, la domanda interna cinese continua a mostrare segnali irregolari e la People’s Bank of China ha già ridotto il proprio bilancio dalla seconda metà del 2025. Secondo l’economista, resta possibile un sostegno mirato all’economia, pur escludendo maxi stimoli sul modello del 2009.

Una tregua fragile

Sul tavolo del vertice potrebbero esserci anche le tensioni legate a Taiwan, ma difficilmente rappresenteranno il tema centrale dell’incontro.

“La Cina non detiene la chiave per risolvere le tensioni in Medio Oriente, né è realistico aspettarsi che Pechino rinunci ai propri interessi economici e strategici in quella regione ‘in cambio di Taiwan’”, conclude Casanova.

Secondo l’analisi di Ubp, il summit dovrebbe produrre soprattutto risultati simbolici e una tregua temporanea più che un vero cambiamento strategico. I mercati potrebbero beneficiare di qualche progresso sui dazi e di rassicurazioni sulla continuità delle forniture di materiali critici, ma restano aperte le questioni strutturali legate all’energia, all’inflazione e alla stabilità delle catene globali di approvvigionamento.