La crisi nello Stretto di Hormuz ha provocato la più grande interruzione del commercio di petrolio mai registrata. Secondo Antonio Tognoli, responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim, i volumi coinvolti sono impressionanti: “Sappiamo che la crisi dello Stretto di Hormuz sta causando la più grande interruzione del commercio di petrolio della storia, interessando circa 20 mbd (milioni di barili al giorno) — ovvero circa il 20% dell’offerta globale di greggio e prodotti raffinati”. I flussi di esportazione si sono di fatto arrestati a metà aprile, con conseguenze particolarmente gravi per Asia ed Europa.
L’Asia subisce l’impatto maggiore: l’82% delle esportazioni da Hormuz è solitamente diretto verso questa regione, coprendo circa il 60% delle sue importazioni e il 45% della domanda complessiva. L’Europa, invece, soffre per la chiusura di raffinerie, la scarsa capacità di raffinazione residua, le restrizioni sulle importazioni russe e le scorte limitate di carburante per aerei. “Le importazioni di jet fuel coprono il 30% della domanda europea, il 75% delle quali transita per Hormuz (circa 0,375 mbd)”, aggiunge Tognoli.
I fattori mitiganti riducono l’impatto effettivo
Nonostante la gravità della situazione, diversi elementi hanno attenuato la carenza reale di offerta, portandola a circa la metà dell’interruzione nominale. Tra questi, Tognoli elenca: condizioni iniziali di eccesso di offerta per circa 3 mbd; reindirizzamento di oleodotti e rotte portuali per circa 5 mbd; scorte globali ai massimi da cinque anni, con prelievo immediato da scorte commerciali e depositi galleggianti; brevi deroghe alle sanzioni per Iran e Russia; aumento del tasso di utilizzo della capacità di raffinazione nell’area OCSE Americhe verso i massimi stagionali pluridecennali e incremento delle esportazioni di prodotti raffinati degli Stati Uniti; infine, la sostituzione del combustibile. “Insieme, questi fattori implicano una perdita netta di offerta globale più vicina ai 10 mbd rispetto ai 20 mbd dell’interruzione dichiarata, aiutando a estendere la copertura delle scorte e a limitare gli effetti macroeconomici globali”, spiega l’analista.
L’Asia paga il prezzo più alto
La difficoltà nel sostituire il greggio pesante e acido del Medio Oriente, unita all’elevata concentrazione della capacità di raffinazione in Asia e alla scarsa capacità residua altrove, ha creato carenze localizzate molto acute. “Alle prese con una carenza di circa 8 mbd, scorte esigue in molti paesi, sollievo immediato limitato e pressioni sull’accessibilità dei carburanti, l’Asia ha sopportato il peso maggiore della contrazione della domanda di petrolio e dello stress economico”, sottolinea Tognoli.
I tagli ai consumi hanno comunque assorbito una parte significativa dello shock, grazie al lavoro da casa, alla riduzione dei viaggi di lavoro, all’aumento del trasporto ferroviario e ai prezzi più elevati. Secondo le stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, il consumo globale è probabilmente sceso di circa 2,3 mbd in aprile su base annua, principalmente nel Sud-est asiatico e in Medio Oriente. La Cina, grazie a scorte di petrolio da Hormuz pari a circa otto mesi di importazioni e a un’ampia capacità di raffinazione, è stata finora meno colpita.
Il ruolo limitato delle riserve strategiche
Un rilascio coordinato dall’AIE di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche di Petrolio (SPR) – di cui 172 milioni dagli Stati Uniti – può contribuire solo in misura limitata ad alleviare la penuria globale. “Come sappiamo, non tutti i greggi sono uguali. Le raffinerie asiatiche sono in gran parte configurate per il greggio medio/pesante e acido del Medio Oriente, che produce più carburante per aerei e gasolio rispetto alla benzina, e sono generalmente incompatibili con il greggio leggero e dolce come quello statunitense”, osserva Tognoli. Anche quando una sostituzione parziale è possibile, le rese di jet fuel e gasolio sono significativamente inferiori. Gli analisti stimano un ritardo fino a due mesi tra un rilascio dalle SPR statunitensi e la produzione raffinata asiatica. Di conseguenza, i prezzi di jet fuel e gasolio sono saliti molto più del petrolio, in modo più coerente con un prezzo del Brent compreso tra 150 e 175 dollari al barile.
Europa: esposizione modesta al greggio, ma forte dipendenza dai raffinati
Sebbene l’esposizione dell’Europa al greggio di Hormuz sia solo del 5% circa del consumo totale di petrolio, la sua dipendenza dalle importazioni di jet fuel e gasolio è elevata. Circa il 63% del rilascio europeo dalle SPR è quindi costituito da prodotti raffinati. Tuttavia, le scorte di jet fuel sono relativamente esigue, anche a causa dei costi di stoccaggio specializzato più elevati, il che aggrava lo stress dell’industria aeronautica.
Gli Stati Uniti come ancora di stabilità
Secondo Tognoli, “i solidi fondamentali dell’economia statunitense e l’autosufficienza energetica sono stati elementi centrali per la stabilità economica globale di fronte allo shock petrolifero di Hormuz”. Gli Stati Uniti sono diventati esportatori netti di greggio ad aprile, con esportazioni nette di prodotti raffinati salite a 6 mbd, in crescita del 20% su base annua. A ciò si aggiungono una minore intensità energetica, una quota inferiore della benzina sulla spesa dei consumatori e il sostegno fiscale del cosiddetto One Big Beautiful Bill Act.
I dati mostrano che la crescita interna statunitense continua a essere sostenuta dal settore degli investimenti in beni strumentali trainato dall’IA, da una produttività superiore alle attese e da una spesa al consumo costante. Il PIL reale del primo trimestre è cresciuto del 2,0% annualizzato, trainato da un aumento del 17% degli investimenti in beni capitali per le imprese.
Le previsioni del Fondo Monetario Internazionale
Prima dell’escalation con l’Iran, il FMI si preparava a rivedere al rialzo le previsioni di crescita globale per il 2026. Ora, nello scenario di base che presuppone una risoluzione imminente del conflitto, la crescita è stata rivista modestamente al ribasso al 3,1%, rispetto al 3,4% del periodo 2024-2025. In uno scenario energetico “avverso” (petrolio vicino a 100 dollari/barile nel 2026), la crescita globale è prevista al 2,5% nel 2026. In uno scenario “grave” (petrolio a 110 dollari nel 2026 e 125 dollari nel 2027), la crescita si avvicinerebbe al 2%, livelli prossimi a quelli recessivi.
Uno shock grave ma concentrato
In sintesi, la crisi di Hormuz rappresenta uno shock energetico grave ma molto concentrato a livello regionale. L’AIE stima che circa l’80% della capacità bloccata potrebbe essere ripristinato entro due mesi dalla riapertura della navigazione. Alla metà di aprile, circa 171 milioni di barili erano stoccati in petroliere nel Golfo e altri 262 in depositi a terra, costituendo un ponte verso la normalizzazione. Inoltre, una capacità inutilizzata di circa 5 mbd, localizzata soprattutto in Arabia Saudita, potrebbe sostenere la ripresa. “Chiaramente, più a lungo persiste l’interruzione, maggiore è il rischio di un deragliamento. Per ora, tuttavia, i mercati finanziari continuano a scontare una tempestiva normalizzazione dei flussi di petrolio e una continuata espansione economica”, conclude Tognoli.
