Negli ultimi giorni, il rendimento del Treasury Usa a 30 anni è tornato a flirtare con il 5%, una soglia che il mercato considera quasi “psicologica”. Come spiega Carlo De Luca, responsabile investimenti di Gamma Capital Markets, “non perché il 5% abbia un potere magico, ma perché sopra questo livello cambia il costo del denaro di lungo periodo: mutui, prestiti alle imprese, carte di credito, valutazioni azionarie e sostenibilità del debito pubblico iniziano tutti a essere messi sotto pressione”. In altre parole, il superamento stabile di questa linea potrebbe innescare una reazione a catena capace di ridisegnare le scelte di investimento e di finanziamento su scala globale.
Le tre spinte dietro l’impennata
Il movimento verso l’alto non è dovuto a un singolo fattore, ma alla convergenza di più elementi. Il primo è lo shock petrolifero legato al conflitto tra USA e Iran e alle tensioni sullo Stretto di Hormuz. Il Brent è salito bruscamente, facendo risalire le aspettative di inflazione e alimentando il timore di una nuova fiammata dei prezzi. Il secondo elemento è la sorprendente solidità dell’economia americana: se la crescita tiene, la Fed ha meno spazio per tagliare i tassi. Il terzo è il deficit pubblico: più debito significa più emissioni di Treasury, quindi maggiore offerta da assorbire da parte del mercato.
Il cambio di rotta sulla Fed
Il punto delicato, sottolinea De Luca, è che il mercato ha completamente rivisto le proprie aspettative sulla politica monetaria. “Fino a poche settimane fa prezzava ancora una discreta probabilità di tagli nei prossimi mesi; ora, secondo Bloomberg, gli swap iniziano persino a incorporare una probabilità non trascurabile di rialzi”. Tradotto: non ci si chiede più solo “quando taglierà la Fed”, ma anche “e se l’inflazione costringesse la Fed a restare dura o addirittura a rialzare?”. È questo interrogativo a rendere il clima molto più teso rispetto ai mesi scorsi.
La divisione tra gli investitori
Proprio su questo punto si consuma la spaccatura tra gli operatori. Alcuni guardano al 5% sul trentennale come a un’opportunità: rendimento alto, prezzo delle obbligazioni basso, potenziale rimbalzo se dovesse arrivare un accordo tra USA e Iran o se il petrolio scendesse. Altri invece temono che questa volta sia diverso. Secondo Carlo De Luca, “il problema non è solo l’inflazione temporanea: è la combinazione tra petrolio, deficit, debito sopra il 100% del PIL e minore fiducia nel comfort tradizionale del Treasury come bene rifugio assoluto”. In gioco non c’è solo un rialzo dei prezzi, ma la credibilità stessa del principale asset sicuro mondiale.
Le implicazioni per l’azionario
Per quanto riguarda Wall Street, il messaggio è chiaro. Finché gli utili aziendali tengono e l’intelligenza artificiale sostiene la narrativa di crescita, il mercato azionario può anche ignorare rendimenti elevati per un po’. Tuttavia, se il rendimento del 30 anni dovesse rompere stabilmente sopra il 5% in modo disordinato, “la pressione sulle valutazioni diventerebbe molto più seria”, avverte De Luca. Storicamente, le fasi di rialzo rapido dei rendimenti hanno spesso anticipato correzioni, aumento della volatilità o persino recessioni. Non sempre subito, ma raramente sono state indolori. Per questo, il vero stress test dei mercati è appena iniziato.
