In una mossa che ha scosso gli equilibri del mercato petrolifero globale, gli Emirati Arabi Uniti hanno deciso di lasciare l’OPEC. Una decisione definita “certamente storica” da George Cotton, portfolio manager del fondo JSS Transition Enhanced Commodities di J. Safra Sarasin.
Secondo l’analisi di Cotton, l’addio di Abu Dhabi al cartello arriva dopo anni di dispute tra gli Emirati e l’Arabia Saudita. Il motivo principale è chiaro: gli Emirati puntano a raggiungere i 5 milioni di barili al giorno entro il 2027, ma si sono trovati ripetutamente frenati dai livelli di quota imposti dal gruppo. “Vedono chiaramente l’attuale crisi energetica come un’opportunità per conquistare quote di mercato”, spiega Cotton.
Il momento scelto non è casuale. Mentre la capacità di riserva del Golfo non è più sotto il controllo dell’OPEC+, ora determinata piuttosto dal conflitto militare tra Iran e Stati Uniti, i decisori emiratini segnalano che i mercati petroliferi includeranno probabilmente nuovi premi di rischio “higher for longer”. “Credono che gli Emirati siano ben posizionati per catturare questo valore in futuro”, aggiunge il portfolio manager di J. Safra Sarasin.
Ma l’abbandono dell’OPEC ha implicazioni che vanno ben oltre la produzione di greggio. Cotton sottolinea come questo movimento indichi che “le più ampie relazioni diplomatiche nel Golfo stanno diventando più fragili e multipolari”. Le nazioni della regione stanno scoprendo che i loro alleati hanno obiettivi geopolitici più ampi e che loro stesse potrebbero finire per essere danni collaterali.
Una defezione di peso, quella degli Emirati, che riscrive le regole di un’alleanza fondata nel 1960 e che da decenni influenza i prezzi del petrolio a livello mondiale. Il vero banco di prova sarà vedere se altri membri seguiranno l’esempio o se Riad riuscirà a ricompattare il fronte.
Nel frattempo il petrolio Wti è tornato al di sopra della soglia dei 100 dollari al barile e il Brent è ora oltre quota 112.
Il trend del Wti nel medio termine

