A anno dal Liberation Day a sorprendere sono i mercati emergenti

A distanza di un anno dal cosiddetto Liberation Day – il 2 aprile 2025, quando il Trump annunciò un nuovo regime di dazi destinato a scuotere gli equilibri del commercio globale – i mercati finanziari hanno raccontato una storia inaspettata. Contrariamente alle previsioni che davano per scontato un clima di fiducia in caduta libera, i mercati emergenti hanno messo a segno una performance da protagonisti, trainando l’azionario globale.

Secondo i dati elaborati da Aberdeen Investments, nell’arco dei dodici mesi che vanno dal 2 aprile 2025 al 27 marzo 2026, l’indice MSCI Emerging Markets ha registrato un aumento del 29,29% (in dollari), piazzandosi saldamente in testa alla classifica dei rendimenti globali.

I numeri che sorprendono

L’analisi del periodo, caratterizzato da un’interconnessione senza precedenti tra geopolitica e mercati, mostra un panorama in netto contrasto con il sentiment di incertezza che ha dominato le cronache finanziarie. Se da un lato gli investitori hanno dovuto districarsi tra un “sovraccarico di informazioni” e timori legati alle tensioni commerciali, dall’altro i dati di chiusura raccontano di un anno di forti rialzi.

A guidare la classifica, stando ai valori di fine marzo, è stato proprio l’indice dei mercati emergenti con un +29,29%, seguito dal FTSE 100 londinese che ha guadagnato il 18,69% e dal FTSE World (+16,91%). L’S&P 500, che rappresenta il termometro per eccellenza dell’economia a stelle e strisce, ha messo a segno un più moderato +12,31%, mentre il Dow Jones e il DAX tedesco hanno registrato incrementi rispettivamente del 6,97% e del 5,69%.

I titoli non raccontano tutta la storia

Di fronte a questi risultati, Ben Ritchie, Head of Developed Markets Equities di Aberdeen Investments, invita a una lettura prudente ma significativa dei dati.

“Nel corso dell’ultimo anno, gli investitori hanno dovuto fare i conti con un sovraccarico di informazioni e incertezze, oltre all’impatto umano degli eventi globali,” ha commentato Ritchie. “Pur non volendo trarre conclusioni definitive da un singolo anno di dati di mercato, la nostra analisi risulta interessante e questo periodo rappresenta un buon promemoria del fatto che i titoli non raccontano sempre l’intera storia.”

Secondo l’esperto, nonostante la narrazione dominante fosse incentrata sulla forza dell’economia statunitense, la diversificazione geografica si è rivelata la strategia vincente. “La nostra principale indicazione è stata quella di incoraggiare gli investitori a diversificare l’allocazione azionaria e, in questo senso, è positivo osservare come mercati diversi dagli Stati Uniti abbiano guidato la performance in un contesto di significativa incertezza.”

L’economia Usa tra resilienza e fragilità

Se i mercati emergenti hanno brillato, l’economia statunitense ha mostrato un volto dualistico. Jon Butcher, Senior US Economist di Aberdeen Investments, osserva come il paese abbia dimostrato una resilienza inaspettata, pur affrontando le conseguenze della guerra commerciale voluta dall’amministrazione Trump.

“A un anno dal Liberation Day, l’economia Usa si è mostrata resiliente nonostante il netto raffreddamento del mercato del lavoro,” spiega Butcher. “Le assunzioni hanno subito un calo dopo l’annuncio dei dazi, con le imprese frenate dall’impatto dei costi più elevati e dell’incertezza politica. Ciononostante, la crescita è stata più solida del previsto, sostenuta dai consumi delle famiglie.”

Tuttavia, il quadro normativo rimane estremamente instabile. Butcher sottolinea come la sentenza della Corte Suprema sull’IEEPA (International Emergency Economic Powers Act) abbia messo in discussione la legittimità del regime tariffario, lasciando le imprese in un limbo di regole poco chiare per il lungo periodo.

Il vero rischio per i mercati, conclude l’economista, risiede nella percezione di affidabilità degli Stati Uniti. “Crescono i timori legati a volatilità normativa, indipendenza della banca centrale e sostenibilità fiscale. E, nonostante l’attenzione si sia spostata sulla crisi iraniana e sui prezzi dell’energia, i dazi restano un nodo irrisolto che condiziona l’attrattività degli Usa per gli investitori internazionali.”

In attesa di capire come evolverà il quadro geopolitico nei prossimi mesi, la lezione che arriva dai mercati a un anno dal “Liberation Day” sembra essere chiara: in un mondo sempre più frammentato, la diversificazione geografica non è solo una strategia di prudenza, ma una fonte concreta di rendimento.