Non esiste investimento senza ciclo, esattamente come non esiste giorno senza notte o stagione senza mutamento. A ricordarlo è Shane Oliver, Head of Investment Strategy and Chief Economist di AMP, che di seguito spiega nei particolari come i cicli economici e finanziari non sono mai stati domati, nonostante decenni di politiche economiche e regolamentazioni pensate per appiattirli.
«Che si tratti del ciclo del giorno e della notte, delle stagioni, delle maree, dei cicli meteorologici, della fertilità, della nascita e della morte – scrive Oliver – i cicli sono parte integrante della vita. E lo sono anche per le economie e i mercati degli investimenti. Alcuni sono regolari, altri semplicemente in rima. Nonostante i tentativi di porvi fine o di domarli attraverso politiche e regolamentazioni economiche, continuano a vivere».
L’avvertimento è tanto più attuale dopo anni di rendimenti positivi che potrebbero aver cullato gli investitori in un pericoloso senso di sicurezza. «Di solito, quando dichiariamo morti i cicli di investimento – avverte Oliver – questi tornano a morderci».
I tre cicli che contano
Secondo Oliver, esistono tre cicli di particolare rilevanza per chi investe. Il primo è il ciclo a lungo termine o secolare, che dura dai 10 ai 20 anni e alterna fasi rialziste e ribassiste. Il secondo è il ciclo economico, della durata di 3–5 anni, legato all’alternanza di espansione e recessione. Il terzo è il ciclo di sentiment a breve termine, con oscillazioni settimanali o mensili tra condizioni di ipercomprato e ipervenduto.
«I mercati azionari attraversano fasi rialziste e ribassiste a lungo termine o secolari, che spesso durano dai 10 ai 20 anni», spiega Oliver, citando il caso storico degli Stati Uniti. Le fasi rialziste si sono viste negli anni Venti, Cinquanta, Sessanta, Ottanta, Novanta e nell’ultimo decennio. Quelle ribassiste, invece, hanno segnato gli anni Trenta e Quaranta, gli anni Settanta e il decennio successivo al 2000.
A muovere questi cicli lunghi, sottolinea l’economista, sono spesso le ondate di innovazione tecnologica – dalla prima rivoluzione industriale fino all’intelligenza artificiale – ma anche gli eccessi che si accumulano nella fase finale: «Alla fine di ogni fase rialzista di lungo periodo, i mercati azionari raggiungevano livelli estremi di sopravvalutazione e gli investitori erano eccessivamente esposti, poiché l’ottimismo che i tempi migliori sarebbero durati per sempre aveva raggiunto livelli estremi».
Cicli dentro i cicli
Uno degli insegnamenti più importanti, scrive Oliver, è che i cicli si annidano l’uno dentro l’altro. Anche in fasi ribassiste secolari, come gli anni Settanta o i primi Duemila, si sono verificati regolari cicli economici di 3–5 anni con oscillazioni significative dei mercati. «Quando diversi cicli si combinano, l’impatto può essere enorme», avverte. «Ad esempio, una flessione del ciclo economico nel 2000 coincise con la fine del boom secolare degli anni ’80 e ’90 e provocò un calo del 50% delle azioni globali tra il 2000 e il 2003».
Un altro elemento centrale è la natura autolimitante dei cicli: «Le recessioni economiche portano a una riduzione delle scorte, a una domanda repressa e a tassi di interesse più bassi, che gettano i semi della ripresa. I crolli azionari si traducono in azioni a basso prezzo che attirano i cacciatori di occasioni e gettano i semi di un nuovo mercato rialzista».

Dove ci troviamo oggi
Nel momento in cui scrive, Oliver descrive una fase «ragionevolmente positiva» del ciclo di investimento, con l’inflazione in raffreddamento e le banche centrali – Fed e Rba in testa – impegnate a tagliare i tassi per sostenere la crescita. Una condizione definita «riccioli d’oro», né troppo calda né troppo fredda.
Tuttavia, due elementi complicano il quadro. Da un lato, i dazi del presidente Trump hanno riaperto rischi inflazionistici e al ribasso per l’economia statunitense. Dall’altro, i mercati azionari hanno già realizzato tre anni di rendimenti elevati, portando le valutazioni a livelli alti, con i cosiddetti “Magnifici Sette” (Apple, Microsoft, Alphabet, Meta, Amazon, Nvidia e Tesla) che mostrano «segnali di possibile effervescenza».
«Tutti questi segnali preannunciano un calo delle azioni – scrive Oliver – che non sarebbe in contrasto con la loro normale volatilità, prima di ricevere un’ulteriore spinta dai tassi di interesse più bassi».
Stagionalità e cicli politici
Oltre ai cicli economici, Oliver richiama l’attenzione su due fenomeni complementari. Il primo è l’andamento stagionale del mercato azionario statunitense, tradizionalmente debole da maggio a ottobre (con un picco negativo ad agosto e settembre) e più robusto a partire da novembre. «Al momento – osserva – ci stiamo avvicinando a un periodo stagionalmente forte, anche se la situazione è un po’ complicata dal fatto che non si è registrata la consueta debolezza stagionale ad agosto e settembre negli Stati Uniti».
Il secondo è il ciclo politico quadriennale americano, che storicamente produce rendimenti inferiori alla media nel secondo anno del mandato presidenziale (quello delle elezioni di medio termine). «Dal 1950, il mercato azionario statunitense ha registrato un calo medio del 17% nell’anno delle elezioni di medio termine. Pertanto, il prossimo anno potrebbe essere un po’ più difficile per le azioni statunitensi, a causa del ciclo politico, e questo potrebbe riflettersi anche sulle azioni australiane».
L’importanza della consapevolezza
La conclusione di Oliver è netta: «Essere consapevoli dei cicli di investimento e di come influenzano la psicologia d’investimento è di fondamentale importanza per gli investitori. Ma bisogna tenere presente che è difficile prevedere i tempi».
Un invito, quello del capo economista di AMP, a non dimenticare mai che i cicli non sono stati aboliti, né lo saranno. Conoscerli, semmai, aiuta a non subirli passivamente.
