Le crescenti tensioni in Medio Oriente e il rischio concreto di un’interruzione delle rotte energetiche stanno riaccendendo i riflettori su un effetto collaterale inaspettato. Se da un lato un conflitto allargato alimenta il timore di uno shock petrolifero, dall’altro potrebbe rappresentare una finestra di opportunità per il settore minerario e metallurgico europeo.
Secondo Daniel Lurch, gestore di J. Safra Sarasin, “il conflitto in Medio Oriente e un eventuale shock petrolifero potrebbero favorire nel breve termine il settore minerario e metallurgico europeo”. Un’analisi che si basa sulla vulnerabilità delle filiere produttive che attraversano il Golfo Persico.
Alluminio: il caso emblematico della dipendenza dal gas
Tra i metalli, l’alluminio rappresenta il caso più esposto. Il Medio Oriente, con Paesi come Qatar, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, contribuisce per l’8-9% alla produzione mondiale. Un dato che diventa critico alla luce della struttura produttiva della regione.
Lurch spiega che “poiché gli impianti di fusione dipendono da un approvvigionamento stabile di gas, da allumina importata e da rotte di esportazione aperte, qualsiasi interruzione nello Stretto di Hormuz potrebbe causare una contrazione dell’offerta”.
In Europa, la capacità inattiva per la produzione di alluminio è stimata in quasi 1 milione di tonnellate. Tuttavia, il riavvio degli stabilimenti non è immediato. “Il riavvio della capacità inattiva […] potrebbe richiedere dai 6 ai 12 mesi, il che andrebbe a vantaggio dei produttori europei. Ciò potrebbe limitare una risposta rapida dell’offerta, oltre alle possibili chiusure di impianti in Medio Oriente”, aggiunge l’esperto.
Rame: il ruolo strategico dello zolfo
Anche il rame, metallo cruciale per la transizione energetica, potrebbe beneficiare di un rialzo dei prezzi in caso di escalation. Il motivo risiede in una materia prima spesso sottovalutata: lo zolfo.
“Le miniere nella Repubblica Democratica del Congo e in Zambia dipendono in parte dallo zolfo importato per la produzione di acido solforico, un agente di lisciviazione fondamentale nella lavorazione dei minerali ossidati”, spiega Lurch. E la provenienza di questo zolfo è fortemente concentrata: “Il Medio Oriente rappresenta circa il 20-25% della produzione mondiale di zolfo”.
Secondo il gestore di J. Safra Sarasin, “i prezzi del rame potrebbero aumentare a causa di interruzioni nell’approvvigionamento, favorendo le società minerarie europee diversificate”.
Fertilizzanti: il costo del gas e i margini europei
Il comparto dei fertilizzanti rappresenta un ulteriore capitolo di questa partita. L’Iran e i Paesi del Golfo figurano tra i principali esportatori globali di ammoniaca e urea, prodotti ad alta intensità energetica.
Lurch evidenzia come “l’aumento dei prezzi del gas – un fattore di costo fondamentale che incide per circa il 70-80% sul costo di produzione dell’ammoniaca – e le difficoltà logistiche potrebbero ridurre le esportazioni e migliorare i margini dei produttori europei”.
In altre parole, un aumento dei prezzi dell’energia, paradossalmente, potrebbe erodere la competitività dei produttori mediorientali, aprendo spazi di mercato per l’industria europea.
Oro: la riserva rifugio nel lungo periodo
Se per i metalli industriali le prospettive sono legate a dinamiche contingenti di offerta, per l’oro il quadro assume una dimensione strategica di più lungo periodo.
“Nel lungo periodo, ciò migliora le prospettive della domanda di oro. Nel breve termine, la forza del dollaro potrebbe pesare sui prezzi”, ammette Lurch. Tuttavia, il gestore sottolinea un trend strutturale destinato a consolidarsi: “I rischi geopolitici tendono a spingere le banche centrali ad accelerare la diversificazione verso le riserve auree, con acquisti che negli ultimi anni hanno superato le 1.000 tonnellate all’anno”.
Un segnale che, in un contesto di instabilità persistente, trasforma l’oro da semplice bene rifugio a pilastro delle strategie di politica monetaria globale.
