Cosa costituisce un bene rifugio nel 2026? La view di J. Safra Sarasin

Il 2026 ha confermato una convinzione che alcuni gestori sostengono da tempo: non esiste un singolo investimento capace di proteggere e far crescere un portafoglio in ogni fase di mercato. A ribadirlo è George Cotton, portfolio manager del JSS Transition Enhanced Commodities fund di J. Safra Sarasin.

“Il 2026 ha rafforzato una tesi che sosteniamo da alcuni anni: nessun singolo asset può essere considerato una soluzione miracolosa per un portafoglio”, afferma Cotton. Secondo il gestore, è necessario ampliare lo sguardo oltre le asset class tradizionali, includendo strumenti capaci di reagire in modo diverso agli shock macroeconomici e geopolitici.

Materie prime e metalli preziosi, ad esempio, possono offrire una copertura contro il rischio geopolitico e le interruzioni delle catene di approvvigionamento. Anche le obbligazioni catastrofali, i cosiddetti cat bond, rappresentano un’interessante alternativa: “Forniscono rendimenti in gran parte non correlati ai mercati finanziari tradizionali, poiché dipendono principalmente da eventi naturali catastrofici piuttosto che dai cicli economici”, spiega.

Correlazioni variabili e fine del mito del bene rifugio

Uno dei punti centrali dell’analisi riguarda la mutevolezza delle correlazioni tra asset. Dollaro e Treasury USA, criptovalute e metalli preziosi: le relazioni cambiano nel tempo, influenzate da contesto macroeconomico, geopolitica, barriere commerciali e flussi di capitali.

“La verità è che tutte le relazioni tra gli asset variano nel tempo”, sottolinea Cotton. Questo implica che nessun investimento può essere considerato un rifugio sicuro in ogni regime di mercato. La soluzione, secondo il gestore, resta quella più tradizionale: “A nostro avviso, il modo migliore per preservare il capitale è ricorrere alla buona vecchia diversificazione, sia all’interno delle asset class tradizionali e alternative che tra di esse”.

Negli ultimi dieci anni, la sovraperformance di un sottoinsieme di asset statunitensi e l’aumento dell’emissione di debito negli Stati Uniti hanno portato a una concentrazione storica nei benchmark e nelle allocazioni degli investitori. Un fenomeno che oggi impone maggiore prudenza.

Rischi geopolitici e ritorno della vecchia economia

Il contesto attuale è caratterizzato da rischi geopolitici, instabilità delle catene di approvvigionamento e valutazioni elevate nel settore tecnologico. Parallelamente, le politiche fiscali e monetarie restano relativamente espansive sia nei mercati sviluppati sia in quelli emergenti.

In questo scenario, secondo Cotton, le asset class della vecchia economia potrebbero tornare protagoniste. Materie prime e oro, in particolare, potrebbero offrire maggiore sicurezza rispetto al decennio precedente.

La volatilità osservata quest’anno sui mercati dei metalli preziosi ne è un esempio. Tra dicembre e gennaio l’attività speculativa ha raggiunto livelli estremi, con volumi di opzioni triplicati rispetto alla norma. Le restrizioni alle esportazioni di argento imposte dalle autorità cinesi hanno innescato movimenti parabolici dei prezzi. Più recentemente, i mercati stanno riassorbendo l’eccesso di posizionamento speculativo, muovendosi lateralmente ma con oscillazioni più ampie.

“Ciò significa che la tesi fondamentale alla base della performance dei metalli preziosi è ormai superata? A nostro avviso no, ma nel breve termine i flussi di capitali ad alta potenza hanno spinto i prezzi troppo in una direzione”, chiarisce il gestore.

Più azioni e 10% in beni rifugio

Alla luce di un contesto macroeconomico ritenuto positivo per il 2026, a inizio anno il fondo ha aumentato l’allocazione azionaria, con particolare attenzione ai mercati emergenti e ai mercati sviluppati in generale. L’aspettativa è un ampliamento della performance oltre i cosiddetti Magnificent Seven negli Stati Uniti, con un contributo anche dal forte stimolo fiscale europeo, soprattutto in Germania.

Contestualmente, è stata rafforzata l’esposizione a oro e materie prime già dallo scorso anno, mantenuta per far fronte a rischi geopolitici elevati e ai timori sulla sostenibilità delle finanze pubbliche. Complessivamente, includendo le obbligazioni catastrofali, circa il 10% del portafoglio è oggi allocato in asset considerati beni rifugio.

Il decoupling e la nuova geografia dei mercati

Un altro tema cruciale è il progressivo sganciamento delle economie emergenti e non statunitensi dai premi per il rischio degli asset USA. Non basta più osservare quanto i mercati si discostino dai tassi di interesse americani.

“Il vecchio mantra secondo cui se gli Stati Uniti starnutiscono, il mondo prende il raffreddore potrebbe non essere più valido in futuro”, osserva Cotton. Il fenomeno è alimentato dall’aumento degli accordi commerciali bilaterali e dal ruolo crescente della Cina come fonte di finanziamento per molte economie emergenti.

La resilienza di numerosi titoli azionari e valute emergenti, nonostante l’incertezza commerciale legata alla dottrina America first, dimostra che il decoupling è un’arma a doppio taglio. I prossimi tre anni di una possibile fase definita come Trump 2.0 potrebbero generare rischi significativi sul piano geopolitico, commerciale e fiscale.

Se gli asset non statunitensi o della vecchia economia dovessero resistere alla volatilità meglio di quanto accaduto durante la prima presidenza Trump, si tratterebbe di un segnale chiaro: le regole del gioco nei mercati finanziari globali sono cambiate in modo radicale.