C’era una volta una lepre che, forte della sua velocità, sottovalutò una tartaruga finendo per perdere la gara. È una delle favole più celebri di Esopo, e oggi Sean Shepley, senior economist di Allianz Global Investors, la riprende per raccontare quello che sta accadendo sui mercati del lavoro tra Stati Uniti ed Europa.
«Non applicheremmo questa analogia in modo assoluto al successo relativo degli Stati Uniti e dell’area euro nel generare crescita occupazionale», precisa Shepley, «ma è quanto meno sorprendente notare come, dopo aver accumulato un lungo ritardo nell’immediata ripresa post-Covid, la crescita occupazionale nell’area euro sia stata superiore a quella statunitense in ogni singolo trimestre del 2025».
Un’inversione di tendenza che pochi avrebbero pronosticato fino a poco tempo fa, quando gli Stati Uniti sembravano destinati a dominare la fase di recupero economico.
I tre fattori che frenano gli Stati Uniti
Secondo l’analisi di Shepley, le ragioni di questo cambio di passo vanno cercate principalmente oltreoceano. «Lo scorso anno, il convergere di fattori quali il ritardato impatto della politica restrittiva della Federal Reserve, gli effetti dei maggiori costi per le imprese americane derivanti dai dazi e i più severi controlli sull’immigrazione da parte dell’Amministrazione ha contribuito a rallentare la crescita occupazionale statunitense», spiega l’economista.
Il risultato è stato «una stasi caratterizzata da un insolito immobilismo (“no hire, no fire”)». Di contro, «proprio come nella favola, l’occupazione nell’area euro ha dato prova di essere resiliente, anche se poco spettacolare».
Nonostante il miglioramento della crescita dei posti di lavoro registrato a gennaio negli Stati Uniti, forse temporaneamente favorito da condizioni meteorologiche propizie, la tendenza di fondo sembra ormai consolidata.
Le implicazioni per i mercati
«Poiché la crescita occupazionale rappresenta un fattore cruciale a sostegno dei consumi, è naturale concludere che il supporto alla domanda interna nell’area euro stia acquisendo basi più solide, almeno rispetto agli Stati Uniti», sottolinea Shepley.
Un elemento che gli investitori non dovrebbero trascurare. «Considerando che i principali indici azionari presentano un peso molto elevato delle società statunitensi, una delle importanti conclusioni che emergono dall’analisi riguarda la necessità di garantire una buona diversificazione del portafoglio a livello geografico», aggiunge, in linea con l’House View del primo trimestre 2026 della società, intitolata significativamente “Disciplina e Diversificazione”.
L’incognita intelligenza artificiale
Ma la questione non si esaurisce qui. Shepley richiama l’attenzione su un nuovo fattore destinato a giocare un ruolo crescente: l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla pianificazione aziendale e sui mercati del lavoro.
«È nota la leadership statunitense nello sviluppo di modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM), così come è noto che le imprese americane sono state di norma più rapide nell’adottare l’IA», riconosce l’economista. «In alcuni ambiti specifici, l’integrazione dell’intelligenza artificiale crea direttamente nuove opportunità di lavoro; in altri ambiti, tuttavia, la riuscita implementazione di soluzioni IA sembra destinata a sostituire i lavoratori, specialmente in una fase iniziale in cui la concorrenza basata sull’IA riduce il valore atteso degli utili futuri delle aziende consolidate con una forza lavoro più numerosa».
Le opportunità a livello macro
Nonostante le inevitabili tensioni a livello microeconomico, Shepley individua anche potenziali benefici su scala più ampia. «Sebbene ciò generi incertezza a livello di singoli dipendenti e aziende, sono molteplici i benefici a livello macroeconomico, in quanto l’accelerazione della produttività contribuisce a ridurre le pressioni inflazionistiche comprimendo il costo unitario del lavoro, anche a fronte di un aumento dei profitti».
Questo scenario, spiega, «può facilitare il compito delle banche centrali nel mantenere bassi i tassi d’interesse anche mentre la crescita accelera: quest’ultima combinazione risulta in genere favorevole per i mercati azionari e obbligazionari, fungendo da fattore di sostegno durante il periodo di incertezza».
La lezione della favola
Shepley conclude con un monito che riporta alla favola di Esopo. «La favola della lepre e della tartaruga ci ricorda come sia un errore dare per scontato che i leader iniziali continuino a dominare la gara. Le condizioni cambiano e la capacità di adattarsi può rivelarsi più importante della posizione di partenza».
Per gli investitori, il messaggio è chiaro: «È fondamentale restare vigili sulle nuove opportunità a mano a mano che la corsa entra nel vivo, assicurandosi al contempo che i propri investimenti siano ben diversificati».
La settimana in arrivo
L’ultima settimana di febbraio si presenta relativamente tranquilla sul fronte macroeconomico. In area euro, l’attenzione sarà concentrata sull’indagine IFO in Germania, che «confermerà quanto sia diffuso il netto incremento degli ordini evidenziato dall’ufficio di statistica e se questo stia già influenzando la produzione». Verranno inoltre pubblicati il tasso di disoccupazione tedesco, i dettagli sul PIL del quarto trimestre e i dati definitivi sull’IPCA di gennaio.
Negli Stati Uniti, i prezzi alla produzione rappresenteranno «un indicatore chiave per capire se le pressioni inflazionistiche si stiano attenuando», mentre in Giappone l’IPC di Tokyo fornirà le prime indicazioni sull’andamento dei prezzi di febbraio. Nel Regno Unito, infine, spazio ai dati sui prezzi delle case e alla fiducia dei consumatori.
