Wall St. brilla, i salari no: l’allarme di Pimco sul boom distorto dell’IA

Negli ultimi anni, l’economia statunitense ha mostrato una crescita del PIL reale relativamente stabile, sostenuta dagli aumenti di produttività trainati dall’Intelligenza Artificiale. Tuttavia, secondo un’analisi di Tiffany Wilding, Economista di PIMCO, questa solidità potrebbe essere solo apparente. Mentre gli investimenti si concentrano sull’implementazione dell’IA e gli effetti ricchezza sostengono i consumi, il rischio è che ci stiamo dirigendo verso una trasformazione economica più dirompente e meno inclusiva rispetto ai grandi boom tecnologici del passato.

“Finora tali aggiustamenti hanno sostenuto una crescita relativamente stabile del PIL reale negli Stati Uniti, ma intravediamo fragilità sotto la superficie”, spiega Wilding, introducendo un’analisi che confronta l’era attuale con la rivoluzione di Internet della fine degli anni ’90.

La lezione degli anni ’90: quando la produttività sollevava tutte le barche

Alla fine del secolo scorso, la diffusione di personal computer e Internet trasformò l’economia, in particolare il settore dei servizi. Fu un classico esempio di “marea che solleva tutte le barche”: l’aumento della produttività si tradusse in salari reali più alti per i lavoratori e in rendimenti maggiori per il capitale.

“Il premio Nobel Paul Krugman osservò che, sebbene la produttività non sia tutto nel lungo periodo, è ‘quasi tutto’”, ricorda Wilding. In quegli anni, la crescita dei salari reali viaggiò di pari passo con l’aumento della produttività, e la quota di reddito destinata al lavoro aumentò. I rendimenti per gli investitori furono stellari, con l’S&P 500 che fece segnare un +200% in termini nominali dal 1995 al 2000. La maggiore domanda, alimentata da salari più alti e dall’effetto ricchezza, portò persino a un’accelerazione dell’inflazione, costringendo la Federal Reserve a intervenire con una stretta monetaria.

Il 2025 e il grande paradosso: profitti da una parte, salari dall’altra

Oggi, a prima vista, le analogie con gli anni ’90 ci sono: la produttività è in crescita, gli investimenti nell’IA aumentano e la ricchezza azionaria è in forte espansione. Ma c’è una differenza sostanziale, che per Wilding rappresenta il nodo cruciale della questione.

“La differenza fondamentale è la distribuzione: nel 2025, i lavoratori come gruppo hanno ottenuto pochissimi, se non nessuno, di questi benefici”, afferma l’economista di PIMCO. La crescita dei salari reali è rallentata a poco più dell’1%, portando la quota di reddito dei lavoratori negli Stati Uniti al livello più basso degli ultimi decenni. Il rovescio della medaglia sono profitti e rendimenti del capitale ai massimi storici.

Questa divergenza ha implicazioni profonde per l’economia e per la politica monetaria. Se i guadagni restano concentrati nelle mani di chi ha una minore propensione al consumo (i detentori di capitale), l’impulso alla domanda aggregata sarà più debole. “L’adeguamento a un’economia più permeata dall’intelligenza artificiale potrebbe essere più dirompente di quanto abbiamo visto nella metà degli anni ’90”, avverte Wilding.

Il lavoro nell’era dell’IA: sostituzione, non creazione?

La domanda cruciale è se l’IA si rivelerà un sostituto o un complemento del lavoro umano. I primi segnali, secondo l’analisi di PIMCO, non sono incoraggianti.

“Se il 2025 è indicativo, il rischio è che la sostituzione della manodopera sia la forza dominante, almeno all’inizio”, dichiara Wilding. I settori più esposti al rischio di rivoluzione delle mansioni sono l’elaborazione dati, i servizi informatici, l’editoria, i servizi finanziari e il commercio al dettaglio. Al contrario, edilizia, manifattura e trasporti sembrano per ora più immuni.

I dati confermano questa tendenza. Dal 2022, l’occupazione nei settori più esposti all’IA è diminuita di oltre l’1%, mentre negli altri è aumentata del 4%. Inoltre, le assunzioni entry-level in questi comparti hanno subito una brusca frenata nel 2025. Per dare una misura del potenziale impatto, Wilding e il suo team stimano che se l’IA sostituisse solo una piccola quota (il 2%) delle mansioni dei lavoratori nei settori più a rischio, ciò potrebbe tradursi in una perdita di quasi un milione di posti di lavoro negli Stati Uniti, con un aumento del tasso di disoccupazione di mezzo punto percentuale.

A ciò si aggiunge un effetto amplificatore proveniente dai mercati azionari. Il recente calo dei titoli delle aziende legate all’IA potrebbe innescare un circolo vizioso. “Un recente studio suggerisce che le aziende sembrano adeguare l’occupazione di circa l’1% per ogni variazione del 10% dei prezzi delle loro azioni”, spiega Wilding. Applicando questo calcolo, il calo dei titoli di 37 grandi aziende esposte all’IA potrebbe tradursi in uno shock occupazionale negativo di quasi 90.000 lavoratori solo negli USA.

Investitori: l’incertezza richiede diversificazione

Lo scenario che si delinea è quindi quello di una transizione potenzialmente destabilizzante, che crea vincitori (i detentori di capitale) e vinti (i lavoratori dei settori esposti), almeno nella sua fase iniziale.

“La crescita della produttività guidata dall’innovazione viene spesso descritta come una marea che solleva tutte le barche”, conclude Wilding. “Sebbene un boom della produttività guidato dall’intelligenza artificiale possa generare risultati simili, il rischio è che gli aggiustamenti economici osservati nel 2025 siano solo un presagio di ciò che verrà: e cioè che l’intelligenza artificiale potrebbe creare vincitori e vinti, con i detentori di capitali come vincitori netti”.

In questo contesto di profonda incertezza e di divergenze settoriali, la ricetta per gli investitori, secondo PIMCO, è una sola: la diversificazione. Mentre i mercati azionari rivalutano chi sono i veri vincitori e i veri perdenti di questa rivoluzione, e con i rischi al ribasso concentrati sulle perturbazioni del mercato del lavoro, “le obbligazioni di alta qualità possono fornire una copertura efficace oltre a un potenziale di rendimento interessante”, suggerisce l’economista.