Ecco perché la Cina in portafoglio può favorire diversificazione e decorrelazione

Negli ultimi mesi la Cina è tornata sotto i riflettori degli investitori globali. Il quadro che emerge è quello di una economia che, pur attraversata da sfide evidenti, evidenzia elementi di resilienza e adattamento. Non è solo una questione di ritmo di crescita, ma di qualità della transizione in atto. In questo contesto complesso, le strategie di investimento devono necessariamente farsi più selettive e attive

Il nuovo volto della crescita: stabilità al 5%

Sul fronte macroeconomico, i segnali che arrivano da Pechino sono chiari. La recente Assemblea Nazionale del Popolo ha delineato un percorso di continuità, indicando per il 2026 un obiettivo di crescita del PIL “intorno al 5%“. Un livello più moderato rispetto agli standard cinesi del passato, ma che assume un significato diverso se letto in chiave comparata.

Secondo Giacomo Calef, Country Head Italia di NS Partners, si tratta di un segnale importante: “È un livello più moderato rispetto al passato, ma ancora superiore a quello della maggior parte delle economie avanzate, che oscillano tra l’1% e il 2%. Il segnale è di stabilità e continuità: meno enfasi sull’espansione accelerata, più attenzione alla sostenibilità del percorso”.

Consumi e fiducia: la lenta ripartenza della domanda interna

Uno dei nodi cruciali per l’economia cinese rimane la capacità di rilanciare i consumi interni. Dopo anni di politiche espansive e lockdown, la macchina dei consumi sembra riavviarsi con gradualità. Gli incentivi mirati del governo e le politiche di supporto stanno lentamente sostenendo la domanda, mentre il mercato del lavoro mostra segnali di stabilizzazione che contribuiscono a rafforzare la fiducia delle famiglie.

“Il tasso di risparmio resta elevato – spiega Calef – ma il riequilibrio verso una maggiore centralità dei consumi appare in corso, seppur con tempi fisiologicamente lunghi”. Un percorso che richiederà pazienza, ma che rappresenta la vera sfida per trasformare la crescita quantitativa in sviluppo qualitativo.

La strategia del dragone: addio ai Treasury, benvenuto oro

Dal punto di vista finanziario, Pechino sta portando avanti una strategia di lungo respiro per blindare la propria economia dalle turbolenze esterne. La diversificazione delle riserve procede spedita, con una progressiva riduzione dell’esposizione ai Treasury statunitensi e un contestuale incremento delle riserve auree.

“È una strategia coerente con l’obiettivo di rafforzare l’autonomia finanziaria – commenta il manager di NS Partners – proteggersi dalla debolezza dell’immobiliare e ridurre la vulnerabilità esterna in un contesto geopolitico più complesso”. Una mossa difensiva, ma anche offensiva, che ridisegna gli equilibri monetari globali.

La sfida tecnologica: chip vs IA

Il fronte più caldo rimane quello tecnologico. La competizione con gli Stati Uniti nei semiconduttori è serrata e destinata a intensificarsi. Washington mantiene attualmente un vantaggio nei chip più avanzati, ma Pechino non sta a guardare.

“La Cina accelera nell’adozione su larga scala dell’intelligenza artificiale e nello sviluppo di ecosistemi industriali integrati, sostenuti da una solida base manifatturiera”, sottolinea Calef.

Il vero asso nella manica di Pechino, però, è il controllo delle materie prime strategiche. “Un elemento strutturale di forza è il controllo di risorse strategiche, in particolare delle terre rare e di altri minerali critici indispensabili per elettronica, batterie e transizione energetica. Questa leva, insieme a condizioni di approvvigionamento energetico favorevoli, rafforza la competitività industriale e offre margini di influenza nelle catene globali del valore”.

Investire in Cina: il “mattoncino” che fa bene al portafoglio

In questo scenario complesso e articolato, quale ruolo può giocare la Cina in un portafoglio di investimento occidentale? Secondo Calef, il paese può rappresentare un efficace strumento di diversificazione.

“In ottica di asset allocation, la Cina può rappresentare un ‘mattoncino’ di diversificazione reale. La sua traiettoria economica, il diverso ciclo politico-monetario e la composizione settoriale distinta rispetto ai mercati occidentali offrono una fonte di decorrelazione potenziale all’interno di portafogli globali”.

L’avvertimento finale, però, è sulla modalità di accesso a questo mercato. La complessità del contesto normativo, settoriale e geopolitico richiede competenze specifiche. “Proprio per la complessità del contesto normativo, settoriale e geopolitico – conclude Calef – l’esposizione appare più coerente attraverso strategie attive piuttosto che passive”. Un invito alla cautela selettiva, per navigare consapevolmente nelle acque profonde della seconda economia del mondo.