Dopo la recente ondata di vendite, i titoli di Stato giapponesi tornano sotto i riflettori degli investitori. I rendimenti sono saliti in modo marcato, soprattutto sulla parte lunga della curva: il trentennale si è avvicinato al 4%, mentre il decennale viaggia attorno al 2,2%, ai massimi degli ultimi vent’anni.
Secondo gli esperti della Strategy Unit di Pictet Asset Management, le valutazioni sono diventate più interessanti, ma è prematuro parlare di inversione strutturale. “Pur non credendo che il Paese sia minacciato da una spirale debitoria, riteniamo possibile che i rendimenti aumentino ancora leggermente prima di tornare a scendere in modo più deciso”, spiegano gli strategist, che mantengono quindi una posizione neutrale sui JGB.
Debito elevato, ma niente spirale
Il sell-off è stato alimentato anche dalle attese di nuovi stimoli fiscali, fattore che ha riacceso i riflettori sulla sostenibilità del debito pubblico giapponese, oggi oltre il 220% del Pil.
Eppure, per gli esperti di Pictet Asset Management, i timori di una crisi del debito appaiono eccessivi. “Una lettura costruttiva dell’aumento dei rendimenti è che rifletta il miglioramento della performance economica del Giappone”. La crescita nominale del Pil, sottolineano, ha contribuito a ridurre di circa il 30% il rapporto debito/Pil rispetto al picco del 2020.
Un altro elemento rassicurante è la composizione del debito: la maggior parte è detenuta a livello domestico e una quota significativa è nelle mani della banca centrale. Inoltre, il Giappone vanta ingenti attività finanziarie all’estero, in grado di coprire gli obblighi verso gli investitori stranieri.
Treasury Usa, preoccupazioni eccessive
Preoccupazioni analoghe hanno interessato anche i titoli di Stato statunitensi. Gli investitori guardano con cautela all’imprevedibilità della politica economica e commerciale americana e alla gestione della Fed dopo la fine del mandato di Jerome Powell.
“Tuttavia, finora questi timori si sono riflessi soprattutto nella debolezza del dollaro”, osservano dalla Strategy Unit. I Treasury restano infatti il principale asset privo di rischio della finanza globale.
Secondo Pictet AM, il biglietto verde rimane vulnerabile. I segnali dell’amministrazione statunitense a favore di una valuta più debole, anche nell’ottica di un rafforzamento di yen o won coreano, suggeriscono spazio per ulteriori ribassi. Inoltre, la correlazione ora positiva – seppur limitata – tra dollaro e azioni Usa incentiva gli investitori esteri a coprire il rischio cambio, aumentando la pressione sulla valuta americana.
Di qui la conferma del sovrappeso su euro e franco svizzero, nonostante i tentativi delle autorità elvetiche di contenere l’apprezzamento della valuta.
Mercati emergenti favoriti dal dollaro debole
La debolezza del dollaro sostiene anche il sovrappeso sul debito dei mercati emergenti in valuta locale, con l’esclusione della Cina. “Molte di queste economie hanno superato l’impatto della guerra dei dazi americana e beneficiano della solidità della domanda interna”, spiegano gli strategist. In particolare, diverse economie asiatiche risultano integrate nelle catene di approvvigionamento legate all’intelligenza artificiale.
Azioni in rialzo, ma con volatilità
Sul fronte azionario, l’anno si è aperto con guadagni solidi: +2,5% mensile in valuta locale, con una sovraperformance rispetto alle obbligazioni, rimaste sostanzialmente invariate. Il rally è stato sostenuto dal miglioramento degli utili societari e dal proseguimento dello stimolo monetario da parte delle principali banche centrali.
Non sono mancati però elementi di volatilità, tra tensioni geopolitiche e minacce di nuovi dazi commerciali. A livello settoriale, energia e materiali hanno guidato i rialzi, anche grazie al recupero delle materie prime. Secondo LSEG, nel primo trimestre i materiali hanno registrato una crescita degli utili superiore al 24%, seconda solo ad altri comparti.
Il settore tecnologico ha mostrato invece una forte dispersione: in calo i titoli software, mentre i produttori legati ai chip di memoria hanno beneficiato della domanda di hardware specializzato.
A livello geografico, i mercati emergenti hanno registrato le performance migliori, trainati dall’America Latina ricca di risorse e dall’Asia esposta alla tecnologia. Gli Stati Uniti sono rimasti più indietro, con rialzi poco superiori all’1%, mentre il Giappone ha chiuso il mese in progresso di quasi il 5% in valuta locale, con il Nikkei su nuovi massimi storici.
Nel reddito fisso, i JGB hanno perso quasi l’1% nel mese, portando il calo da inizio anno oltre il 5%. Anche i Treasury Usa hanno chiuso in ribasso, mentre le obbligazioni societarie su entrambe le sponde dell’Atlantico sono rimaste pressoché stabili.
Sul mercato valutario, il dollaro ha ceduto oltre l’1%. Il franco svizzero è risultato la valuta più forte del mese, con un rialzo del 2,5%, mentre euro e sterlina hanno guadagnato più dell’1% e lo yen ha toccato i massimi degli ultimi tre mesi contro il biglietto verde.
