Azionario globale e rischi nascosti: tre particolari che il mercato ignora

Gli indici delle principali Borse mondiali aggiornano nuovi massimi, ma i livelli nominali rischiano di raccontare solo una parte della storia. Sotto la superficie, infatti, si muovono dinamiche che possono cambiare in modo significativo il profilo di rischio e rendimento dei portafogli, soprattutto in un contesto di crescente diffusione degli investimenti passivi.

“A guardare solo i massimi degli indici si rischia di non cogliere cosa si possiede davvero in portafoglio”, avverte Antonio Tognoli, responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim. “Con la crescente popolarità degli strumenti indicizzati, aumenta il rischio che gli investitori ignorino le sfumature che influenzano la composizione e la performance dei benchmark”.

Tre, in particolare, i punti chiave da considerare.

Un S&P 500 più globale di quanto sembri

Nonostante un contesto politico statunitense più introspettivo e i frequenti richiami alla fine della globalizzazione, le grandi aziende americane restano fortemente orientate ai mercati internazionali.

“L’S&P 500 è molto più globale di quanto gli investitori spesso percepiscano”, sottolinea Tognoli. “Oggi il 42% dei ricavi dell’indice proviene da fuori degli Stati Uniti, rispetto al 38% di inizio decennio“.

Un dato che ribalta la narrativa di un’America ripiegata su sé stessa. Le multinazionali statunitensi sono anzi diventate più dipendenti dal consumatore estero. Nel dettaglio, il 20% dei ricavi arriva dall’Asia-Pacifico e il 13% dall’Europa. La sola Cina pesa per circa il 7% delle vendite complessive del benchmark, contro l’1-2% di vent’anni fa.

Quasi un terzo delle società dell’indice fa affidamento sulla Cina come prima o seconda fonte di ricavo“, osserva Tognoli. “Questo significa che eventuali attriti geopolitici tra Stati Uniti e Cina possono avere conseguenze rilevanti sugli utili e, di riflesso, sulla performance dell’azionario USA“.

L’esposizione internazionale, tuttavia, non è uniforme. Tecnologia (56% dei ricavi all’estero), Materiali (52%) e Servizi di Comunicazione (49%) guidano la classifica, mentre le Utilities restano prevalentemente domestiche.

In uno scenario di graduale indebolimento del dollaro, le aziende con maggiori ricavi in valuta estera potrebbero beneficiare di un doppio effetto positivo: traduzione favorevole degli utili e maggiore competitività delle esportazioni“, spiega Tognoli. “Un dollaro più debole rappresenterebbe quindi un ulteriore vento a favore per una crescita degli utili già attesa in doppia cifra quest’anno”.

Rendimenti concentrati, non solo tecnologia

Negli ultimi anni il dibattito si è concentrato sui cosiddetti “Magnifici 7“, responsabili di oltre la metà del rendimento complessivo del 79% registrato dall’S&P 500 dal novembre 2022, data del rilascio di ChatGPT.

Ma la concentrazione dei rendimenti non è un’esclusiva della tecnologia.

“I rendimenti azionari tendono a essere intrinsecamente irregolari, o lumpy, in tutti i settori”, evidenzia Tognoli. “Una manciata di società rappresenta spesso una quota sproporzionata della performance complessiva”.

Nel 2025, ad esempio, tre società hanno generato il 43% dei rendimenti nel settore Finanziario, il 44% negli Industriali e addirittura il 71% nella Sanità. Nell’Energia, il titolo principale ha contribuito per circa il 53% del rendimento settoriale. Guardando ai Beni di Consumo di Base, il 60% dei rendimenti degli ultimi dieci anni è stato trainato da soli tre nomi.

“Si tratta di una caratteristica strutturale dei mercati azionari”, prosegue Tognoli. “Le aziende dominanti, capaci di crescere in scala, reinvestire la liquidità e mantenere vantaggi competitivi, tendono a concentrare la creazione di valore nel tempo”.

Per gli investitori passivi questo significa beneficiare della capitalizzazione composta dei vincitori. Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia.

La concentrazione può amplificare la volatilità, rafforzando l’importanza di un’esposizione ampia e ben diversificata“, avverte l’esperto.

Mercati emergenti, una partita a quattro

Anche quando si parla di mercati emergenti, la diversificazione geografica può essere meno ampia di quanto si immagini.

Sebbene l’indice MSCI Emerging Markets comprenda 24 Paesi, si tratta di una partita che si gioca soprattutto su quattro mercati: Cina, Taiwan, Corea del Sud e India“, afferma Tognoli.

Oggi questi quattro Paesi rappresentano circa il 76% dell’indice: Cina 26%, Taiwan 21%, Corea del Sud 16% e India 14%. La recente sovraperformance ha portato la Corea del Sud a superare l’India per peso. L’America Latina vale appena l’8%, mentre l’Europa dell’Est si ferma al 2,6%. Da sola, Taiwan Semiconductor Manufacturing Company pesa più di entrambe le regioni messe insieme.

A livello settoriale, l’indice è fortemente sbilanciato verso Tecnologia (31%) e Finanziari (22%). Sette delle prime dieci società appartengono al comparto tecnologico o a settori affini, per un peso complessivo vicino al 30%.

“L’India rappresenta un’eccezione, essendo più legata alla domanda domestica”, precisa Tognoli. “L’America Latina, pur con un peso ridotto, offre esposizione alle materie prime e ai real asset, mentre l’Europa dell’Est è più concentrata su finanziari e industria”.

Secondo gli analisti, la combinazione di esposizione al tema dell’intelligenza artificiale, revisioni positive degli utili, dollaro debole, valutazioni interessanti e posizionamento ancora sottopesato degli investitori potrebbe favorire una sovraperformance degli emergenti rispetto all’S&P 500 nel corso dell’anno.

“Per questo manteniamo un leggero sovrappeso sui mercati emergenti nei portafogli”, conclude Tognoli. “Resta però da monitorare il rischio legato al boom dell’IA, vista l’elevata esposizione tecnologica dell’area”.

In un mondo di indici ai massimi, dunque, capire cosa si cela sotto il cofano diventa sempre più cruciale per evitare sorprese e cogliere appieno le opportunità offerte dai mercati globali.