Nell’immaginario collettivo degli investitori, i mercati emergenti sono terre di contraddizioni: da un lato, motori di crescita trainati da demografia giovane e dinamica; dall’altro, realtà percepite come più fragili sul piano ambientale, sociale e della governance. Ma è proprio in questa dicotomia che si nasconde un’opportunità di valore aggiunto, misurabile e concreta. A spiegare come è Julie Gossen, responsible investments specialist di DPAM (Degroof Petercam Asset Management).
Integrare la sostenibilità per creare valore reale
“Le economie emergenti sono generalmente considerate ad alto potenziale, soprattutto grazie alla crescita demografica e a una popolazione mediamente più giovane rispetto a quella dei Paesi sviluppati”, osserva Gossen. “Allo stesso tempo, questi mercati sono però spesso percepiti come meno solidi sul piano della sostenibilità ambientale, sociale e della qualità delle istituzioni democratiche. Proprio per questo, l’integrazione di criteri di sostenibilità nei portafogli sul debito emergente rappresenta una fonte di valore aggiunto reale e misurabile”.
Un approccio ormai imprescindibile, tanto che “anche le principali agenzie di rating stanno integrando sempre più frequentemente indicatori ESG nelle valutazioni del merito di credito sovrano”.
Una lente più ampia per valutare il rischio-Paese
La valutazione di un’economia oggi richiede uno sguardo che vada ben oltre i tradizionali parametri macroeconomici. “Trasparenza, qualità della governance democratica, tutela dell’ambiente, dinamiche demografiche, accesso alla sanità, distribuzione della ricchezza ed educazione sono tutti elementi centrali per comprendere la sostenibilità di un Paese nel lungo periodo e, di conseguenza, la sua attrattività come possibile investimento”, spiega l’esperta.
È in questo contesto che si inserisce l’analisi sistematica di DPAM sul debito sovrano. “Consente di leggere in modo più articolato i rischi e le opportunità dei mercati emergenti, tenendo conto delle diverse fasi di sviluppo istituzionale, sociale ed economico”, chiarisce Gossen. “L’obiettivo non è escludere i Paesi più fragili, ma comprenderne le traiettorie di evoluzione e i progressi nel tempo, integrando le informazioni finanziarie tradizionali con indicatori ambientali, sociali e di governance”.
Questo metodo permette di cogliere dinamiche altrimenti invisibili. “Un approccio di questo tipo offre una prospettiva più completa sul profilo rischio-rendimento nel medio-lungo periodo”, afferma. “In particolare, la dimensione democratica e la qualità delle istituzioni assumono un ruolo rilevante nella valutazione della sostenibilità complessiva e del rischio sovrano, anche alla luce delle implicazioni sulla stabilità, sulla trasparenza e sulla prevedibilità delle politiche pubbliche”.
India, un percorso in salita tra progressi e contraddizioni
Il modello analitico di DPAM trova un applicazione emblematica nell’India, Paese dalla traiettoria di miglioramento progressivo ma segnata da complessità. “Pur non essendo ancora posizionata nella parte alta del ranking, l’avanzamento del punteggio complessivo dell’India riflette risultati tangibili soprattutto sul fronte socio-economico”, commenta Gossen, “grazie a una combinazione di crescita sostenuta, riduzione della povertà e miglioramento di alcuni indicatori demografici e occupazionali”.
Tuttavia, il percorso è disomogeneo. “La dimensione sociale beneficia della giovane struttura demografica del Paese e dei progressi registrati in termini di accesso ai servizi di base”, spiega. “Tuttavia, questi miglioramenti convivono con fragilità persistenti, legate alla qualità dell’occupazione, al peso dell’economia informale e alle disparità territoriali e di genere”.
Sul fronte ambientale, la sfida è colossale. “L’India si confronta con una sfida di scala: pur presentando livelli di emissioni pro capite relativamente contenuti, il forte ricorso al carbone e la rapida crescita della domanda energetica rendono complesso il percorso di decarbonizzazione, nonostante i significativi investimenti nelle energie rinnovabili”.
Infine, il nodo cruciale rimane la governance. “A fronte di un sistema democratico formalmente consolidato, emergono criticità legate alla tutela delle libertà civili, alla libertà di stampa e all’allineamento agli standard internazionali in materia di diritti e istituzioni”, osserva Gossen.
Proprio questa combinazione di elementi rende l’India un caso studio perfetto. “È proprio questa combinazione di progressi economici, avanzamenti sociali e persistenti vulnerabilità istituzionali”, conclude Julie Gossen, “a rendere il caso indiano particolarmente rappresentativo delle sfide che l’analisi ESG applicata ai mercati emergenti è chiamata a intercettare”. Una sfida che non guarda solo al rendimento immediato, ma alla sostenibilità futura degli investimenti e delle nazioni stesse.
Classifica dei Paesi emergenti in materia di sostenibilità


