Investimenti: perché l’attenzione è importante nell’era della distrazione

Nel 2001, i professori Thomas Davenport e John C. Beck coniarono il termine “economia dell’attenzione” per descrivere la relazione tra la sovrabbondanza di informazioni e la capacità di concentrarsi sull’essenziale. Oggi, quella teoria si è drammaticamente materializzata, non solo nella vita quotidiana, ma anche nei mercati finanziari, con effetti profondi e potenzialmente distorsivi. A lanciare un monito chiaro è Franz Weis, CIO, Analyst/Portfolio Manager e Managing Director delle strategie azionarie europee di Comgest.

“Due decenni dopo, l”economia dell’attenzione’ è stata rimodellata dalle piattaforme dei social media e dagli algoritmi che privilegiano la brevità e l’estetica visiva rispetto all’accuratezza e all’analisi”, osserva Weis. “Oggi, la battaglia per l’attenzione si combatte in raffiche di otto secondi. In che modo ciò si ricollega agli investimenti? Riteniamo che il crescente deficit di attenzione abbia influito sui mercati finanziari e sul processo decisionale degli investitori”.

Il dato più eclatante è il crollo dell’orizzonte temporale: “Il periodo medio di detenzione delle azioni è sceso da otto anni nel 1960 a soli sei mesi nel 2025”, sottolinea l’esperto. Un approccio frenetico che stride con la filosofia di Comgest, dove la detenzione media supera i cinque anni e l’indicazione è “di detenere le nostre azioni per sempre”.

Questa miopia collettiva, secondo Weis, ha conseguenze precise: “La prevalenza di questa mentalità a breve termine ha orientato i mercati verso un ristretto gruppo di azioni, in particolare l’S&P 500, che sta registrando livelli di concentrazione mai visti in oltre mezzo secolo”. Il settore del risparmio gestito, a suo avviso, è “eccessivamente concentrato sul raggiungimento di obiettivi di performance a breve termine a scapito dei veri investimenti a lungo termine”.

A questo si sommano altri due fenomeni esplosi negli ultimi anni: l’ingresso massiccio degli investitori retail, con flussi aumentati del 50% tra il 2023 e il 2025 e “alimentando fenomeni come i meme stock”, e l’ascesa degli investimenti passivi, passati “dall’1% degli asset all’inizio degli anni ’90 a oltre il 50% oggi”. “Nel complesso”, afferma Weis, “riteniamo che queste dinamiche abbiano rafforzato un ciclo a breve termine guidato dal momentum”.

L’euforia per l’IA e la ricerca della qualità durevole

Il quadro trova un potente esempio nell’attuale frenesia per l’intelligenza artificiale. “È difficile non notare l’euforia attuale. Le aziende di quasi tutti i settori stanno pubblicando comunicati stampa che proclamano l’innovazione ‘alimentata dall’IA’”, commenta il Managing Director. Questo entusiasmo ha spinto alcune valutazioni tecnologiche a record, alimentando la concentrazione degli indici.

Tuttavia, per Comgest la filosofia non cambia: “Non consideriamo tutti gli sviluppi legati all’IA alla stessa stregua. Ci concentriamo invece su un’analisi fondamentale bottom-up per distinguere tra le offerte legate all’IA in grado di sostenere una crescita degli utili a lungo termine e quelle che rischiano di svanire”. Oltre all’IA, i recenti rally hanno favorito titoli value e di qualità inferiore, creando secondo Weis “un’opportunità per i titoli growth di qualità, che hanno acquisito una valutazione più interessante”.

Esempi concreti: da TSMC a Cintas, il filo rosso della crescita resiliente

L’approccio si traduce in portafogli che cercano resilienza e crescita prevedibile al di là delle mode. Weis cita esempi globali: “Preferiamo sostenere aziende come TSMC, un pilastro della catena di fornitura globale dei semiconduttori, e SAP, i cui sistemi ERP profondamente radicati generano flussi di cassa affidabili”. I numeri, come quelli cloud di SAP in forte crescita, “parlano da soli”.

Ma la crescita di qualità non è monopolio tech. In Giappone, Pan Pacific International Holdings (proprietaria di Don Quijote) vanta “oltre trent’anni di crescita ininterrotta”. In Brasile, WEG è evoluta da piccola fabbrica di motori a leader globale grazie a integrazione verticale e acquisizioni mirate. E negli USA, lontano dalla Silicon Valley, c’è Cintas, azienda centenaria leader nel noleggio di uniformi con una quota di mercato del 40%. “Le dimensioni, la fitta rete di distribuzione e il modello operativo decentralizzato costituiscono vantaggi competitivi duraturi”, afferma Weis.

“Queste aziende sottolineano una verità che spesso viene persa durante i periodi di concentrazione del mercato”, conclude Franz Weis. “Il valore duraturo non si crea inseguendo le tendenze di moda a breve termine, ma rimanendo concentrati su attività in grado di generare utili nel corso di decenni. Che si tratti di tecnologia, sanità, edilizia o software, il nostro obiettivo è identificare aziende con una crescita degli utili duratura e visibile nel lungo termine”. Un messaggio che, in un’economia dell’attenzione sempre più frenetica, suona come un richiamo alla disciplina e alla sostanza.